Una preghiera contro la guerra

A Dio chiedo soltanto che la guerra non mi lasci indifferente” (León Gieco)

Si prega Dio (o chi per lui) per ottenere qualcosa? O, piuttosto, ci si rivolge a lui per trovare in noi la forza di essere caritatevoli e sensibili ai mali del mondo? La lirica della canzone di Gieco invita a non confondere la preghiera con l’accattonaggio o con uno scongiuro. Non si chiede nulla, nemmeno la soddisfazione di un legittimo desiderio: si chiede soltanto la forza di rimanere umani.

La canzone ci invita piuttosto a impegnarci per diventare persone degne. Con l’aiuto di Dio, d’accordo, ma è evidente che il cantautore argentino di origine piemontese (come Papa Francesco) sollecita ciascuno a fare la propria parte.

La preghiera non va confusa con il mendicare umilmente salute, denaro, lavoro, persino l’amore, come accade nei mille santuari frequentati dal popolo. Niente di tutto questo: l’autore non si rivolge con questa intenzione a Dio—o al destino, al caso, alla nostra stessa anima o a chissà quale forza immaginaria che sfugge alla nostra comprensione, ma che pensiamo possa esaudire i desideri. 

Gli chiede invece di aiutarlo a conservare la sensibilità e l’attenzione per tutti e per ciascuno, per chi ci è prossimo e per la società nel suo insieme. 

Chiedo a Dio che il male, il dolore, la guerra non mi lascino indifferente e lo prego di darmi la forza di continuare a lottare per contrastarli. Facciamo nostro questo modo di pregare cercando in noi stessi la forza per essere persone degne, non meschini accattoni che si aspettano un’elemosina, un aiuto da altri. E, soprattutto, non trascuriamo di giudicare noi stessi e di mettere sempre in discussione l’onestà del nostro comportamento. L’indifferenza è un comportamento ignobile e per nulla innocente. 

La canzone riguarda soprattutto la guerra, la cui mostruosità non ci deve lasciare indifferenti. È un concetto rivoluzionario su cui vale la pena porre l’attenzione. Nella preghiera non si chiede una generica benevolenza divina. Al contrario, si chiede che la Grazia divina ci dia la forza di informarci, di impegnarci e di combattere contro la mostruosità della guerra. I versi non assolvono un popolo passivo, ma lo stimolano ad agire responsabilmente e con coraggio. 

Perché la guerra distrugge l’innocenza di ciascuno di noi, della guerra siamo tutti responsabili. La responsabilità della mostruosa violenza collettiva non ricade sui soli leader: siamo tutti responsabili se restiamo indifferenti. Quindi, “ciascuno di noi è colpevole davanti a tutti, per tutti e per tutto, e per tutto ciò che accade all’umanità e alla Terra intera.”

Troppo spesso trattiamo le atrocità come il risultato di decisioni lontane, scaricando su altri ogni responsabilità. Ma quando i cittadini ritirano la loro compassione, quando la crudeltà diventa normalizzata, il tessuto morale della società si disgrega e, con la moralità collettiva, si dissolve anche quella dei singoli individui.

La storia offre esempi di degrado morale di interi popoli e di gran parte dei loro membri (non uso di proposito la parola “cittadini”): dalla Germania nazista all’Israele di oggi. Ma nella storia si trovano esempi di popoli e persone che hanno saputo conservare una profonda umanità anche nei periodi più oscuri e difficili. Non possiamo restare indifferenti e astenerci dal lottare per la riconquista di un’etica individuale e collettiva che l’occidente e in particolare l’Europa, hanno clamorosamente perduta. 

La mia generazione non ha conosciuto guerre per ottant’anni. Ora non può accontentarsi di procrastinare il più possibile la completa disfatta morale barattando quel che resta della pace e della sicurezza nel nostro piccolo e opulento angolo di mondo. Il corrotto potere imperiale occidentale—con il consenso del popolo e quindi di ciascuno di noi—difende i propri privilegi con la violenza fisica e con ancora più odiose false narrazioni a Gaza, in Libano e in Iran; in Ucraina, in Africa, in Venezuela, nel Caucaso e dovunque.

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