Molte cose cambieranno nella mobilità nei prossimi anni. Quando pensiamo ai grandi progressi degli ultimi due secoli, ci vengono in mente in sequenza le grandi opere dell’ingegneria civile, poi la meccanica, in seguito l’elettronica, le telecomunicazioni e le biotecnologie. Ci sfugge invece che forse la più grande invenzione e la tecnica davvero più avanzata è stata l’organizzazione del lavoro e delle imprese senza la quale le tecniche sarebbero rimaste confinate a curiosità o limitate a un uso di nicchia.
Finora, le nuove tecniche si sono sovrapposte all’organizzazione esistente che non è ancora mutata sostanzialmente. Solo da poco tempo – ma gli studiosi l’avevano anticipato – si sta pensando di operare sull’organizzazione tradizionale la cui modifica richiede tempi lunghi, ma non eterni.
Il trasporto e la mobilità oggi sono organizzati sulla base di una vecchia tecnologia che elabora tecniche nuove in un contesto superato. Una modifica organizzativa, in corso e in gran parte già applicata, consiste nel noleggio a breve termine delle auto i cui costi sono diminuiti notevolmente negli ultimi vent’anni e soprattutto ci si è abituati a usare.
Questo è stato possibile grazie a una gestione efficiente (grazie all’informatica, alle telecomunicazioni e soprattutto all’organizzazione aziendale) del parco auto e a strumenti finanziari che ne facilitano l’applicazione. Su questa strada (volo+noleggio) si prosegue, ma lo stesso concetto lo si sta applicando anche alla micromobilità e a una rivoluzione industriale organizzativa (tutte le rivoluzioni industriali sono state prima di tutto organizzative) che consente di trasformare le strutture portanti dell’economia grazie a una nuova tecnologia e nuove tecniche e non solo sovrapporre il nuovo ai vecchi modelli organizzativi.
Una grande rivoluzione tecnica è ormai avviata e riguarda la mobilità elettrica. Le auto e gli autobus con ottocenteschi, per quanto evoluti, motori a combustione interna saranno rapidamente sostituiti da quelli a batteria e anche i tram saranno senza fili e senza binari ormai inutili.
Insorgeranno, senza dubbio, altri problemi ambientali quali lo smaltimento delle batterie. La produzione di energia complessiva non risulterà ridotta significativamente, ma certamente si avranno meno emissioni nelle aree urbane.
Se non si interviene sull’organizzazione, la congestione e il flusso di fiumi d’acciaio invece rimarranno gli stessi come pure la necessità di lunghi e penosi e antieconomici pendolarismi.
Su questo si sta già intervenendo e alcune amministrazioni, anche in Italia, ne hanno preso coscienza. Sarebbe un fallimento economico se improvvisamente si smettesse di produrre automobili poiché intorno all’auto gira una buona parte dell’economia e tuttavia il cambiamento è necessario e in corso con la dovuta gradualità e “sostenibilità” economica e degli schemi mentali di ciascuno di noi.
Negli Stati Uniti, da dove provengono le maggiori novità tecnologiche e organizzative, si stanno affermando modelli di mobilità alternativi nei quali grandi imprese investono miliardi (non milioni) di dollari. Nella mobilità elettrica intervengono giganti quali Uber, Ford e nuove imprese innovative quali Bird che producono miniscooter (praticamente monopattini), ma che soprattutto ne organizzano l’uso e le strutture necessarie collegandosi ad altre imprese.
Tra queste infrastrutture le più importanti non sono nuove strade, ponti eccetera, ma le piattaforme informatiche e i sistemi di finanziamento e pagamento delle tariffe. La Bird fornisce agli operatori – che possono essere privati o pubblici – un sistema “business in a box” che ne consente l’applicazione e riduce i rischi imprenditoriali. Si tratta del modello dell’Internet franchising oggi applicato in setori sempre più numerosi e ora anche alla mobilità.
La Lime conta di dispiegare una flotta di 1500 auto (FIAT 500) elettriche nella sola Seattle (ma già opera con scooter e biciclette in numerose città compresa Londra) e renderle utilizzabili grazie al sistema informatico e organizzativo. Ma gli esempi si stanno moltiplicando.
A questo si aggiungano i sistemi di guida autonoma e assistita. Come abbiamo imparato a usare smartphone e internet (e a non viaggiare oberati da pesanti cartelle piene di fogli), presto impareremo a utilizzare le auto e/o gli scooter o bicilette anziché gli autobus e i tram. E magari, e soprattutto, a non muoverci affatto.
Qual è il vantaggio ecologico? Anzitutto, una più rapida introduzione della mobilità elettrica che ha ricadute positive sulla qualità dell’aria e la diminuzione del rumore; si conserva così anche l’industria dell’auto che sarebbe catastrofico fare sparire da un giorno all’altro. In secondo luogo, il passaggio dalla costruzione di nuove infrastrutture altamente impattanti (autostrade, ferrovie, ponti, tranvie, fili e binari, metropolitane) a infrastrutture leggere che quando non si usano non rimangono al loro posto e possono essere agevolmente rimosse.
Fino a un decennio fa si pensava che la mobilità privata provocasse un impatto ambientale superiore a quello della mobilità collettiva; oggi, in gran parte delle situazioni, è vero il contrario, purché si operi in modo che la mobilità nel suo complesso diminuisca e sia resa più efficiente.
Infine, c’è l’aspetto psicologico e lo spiego con un aneddoto. Un mio amico, pilota di Jumbo per Lufthansa, fu invitato a guidare un piccolo Cessna da Francoforte a Miami in varie tappe. Gli dissi che deve essere stato divertente, mentre guidare un Boeing tutto automatico e ingegnerizzato era noioso. Lui mi disse che la guida del Boeing era molto più affascinante per la necessità di imparare numerose funzioni e tecniche.
Questo avveniva trent’anni fa: oggi per guidare un’automobile non ci vuole la stessa specializzazione che serve per un Boeing, ma con tutte le funzioni di guida assistita disponibili, applicazioni per prendere a noleggio un’auto in qualsiasi città, navigatori sofisticati, la soddisfazione del guidare non viene più dalla velocità e dal pericolo (per fortuna) ma dalla capacità di rendersi la vita e la guida sicure, comode e intelligenti. E magari, e soprattutto, di muoversi meno facendo più cose.