ott 27, 2017
Corrado Poli

PAOLO GIARETTA e la sconfitta del PD al referendum

Apprezzo quasi sempre le analisi politiche del Sen. Giaretta. Non sempre concordo, ma le considero in genere profonde e puntuali. Nel caso dell’articolo postato invece ravvedo troppe contraddizioni e veri errori. Anzitutto, la politica è anche conflitto, soprattutto una politica di cambiamento e possibilmente di progresso. Altrimenti è mera amministrazione o gestione del potere, come faceva la DC dorotea e la DC in generale. Talora agendo opportunamente (e non solo opportunisticamente) in questo modo. Si tratta di una concezione della politica degna e rispettabile in un contesto conservatore. Né mi meraviglio che Giaretta sposi la causa conservatrice visto che tutta la sua vita politica è stata all’insegna del conservatorismo e della cancellazione di ogni conflitto. Chi ricorda una battaglia politica in cui Giaretta si è mai prodigato ed esposto? Il suo ruolo è sempre stato di mediazione, talora utile, altre volte meno. È più che ovvio che, se si chiede più autonomia, si apre “un conflitto (non la trattativa) con lo Stato centrale”. Chi mai cederebbe potere senza difenderlo? Il conflitto (non la guerra) è un valore fondante della politica progressista. Proprio perché le richieste vanno oltre e contro le leggi ordinarie e costituzionali vigenti, il conflitto diventa creativo e implica un’operazione culturale. Per l’autonomia e magari anche il federalismo si deve lottare, non aspettarlo come un dono: chi mai ha ceduto potere senza combattere?
Giaretta sostiene che “ha vinto una certa idea di Veneto: un Veneto che vive di chiusure, di rancori, di paure, di illusioni di autosufficienza. Che preferisce cercare nemici esterni piuttosto che correggere le proprie insufficienze. Che fa appello a fratture sociali, egoismi identitari”. Questo non è vero: noi che ci siamo schierati per l’autonomia e abbiamo votato Sì senza essere leghisti e senza avere questa “idea” (che secondo Giaretta avrebbe vinto), abbiamo cercato di offrire contenuti solidali e nuovi. La nostra idea di autonomia è radicata in principi di democrazia e di solidarietà. E io spero e mi impegno senza vergogna per un federalismo degli Stati in un’Europa federale. Insomma di una cultura politica nuova.
Giaretta e la coalizione sconfitta di astensionisti e assenteisti cronici invece si sono rifiutati di partecipare al dibattito. Hanno preferito – e continuano – a parlare di trame politiche supponendo e sospettando (forse anche a ragione, perché no?) retro-pensieri e dietrologie che hanno impedito di aprire quel dibattito culturale di cui adesso si denuncia l’assenza. Giaretta lamenta il basso livello di cultura espresso durante la campagna: ma la colpa di questo non può che essere di quelli che hanno preferito a brontolare senza sapersi spendere sul campo.
Il Sen. Della Zuanna dice che “hanno vinto i Veneti” e per una volta (non è vero lo sono spesso … e qualche volta no) sono d’accordo con lui. Giaretta invece dice che “per una volta” è in disaccordo. Ma chi altri poteva vincere se a votare a larga maggioranza sono stati gli elettori veneti? Anche del PD. O non si rispetta il risultato elettorale, oppure non può che avere vinto la maggioranza. Il “federalismo solidale” è stato il cavallo di battaglia del PD che ha partecipato. Il cavallo di battaglia degli astensionisti qual è stato? Che si faceva un favore a Zaia? Cioè invece che fare cultura, si temevano conseguenze politiche e quindi si preferiva tramare. Perché non si è colta l’occasione per promuovere un federalismo solidale e magari europeo? Per paura di perdere? È stato meglio promuovere l’assenteismo e l’astensionismo?
E poi, l’errore – grave per un analista affidabile – di portare il dato di una sola città (Padova) per sostenere la propria tesi, quando invece si è votato nel Veneto: i dati sarebbero diversi se ci si riferisse all’intero Veneto e non si capisce perché fare il solo caso di una città che rappresenta il 4% circa dell’intero elettorato! Sul fatto che la sconfitta del (di una parte del) PD sia avvenuta sul piano culturale concordo appieno. Ma questo è avvenuto proprio perché il PD ha seguito il modo di pensare conservatore e assenteista (dal dibattito) e astensionista (consapevole) del Senatore Giaretta.

ott 15, 2017
Corrado Poli

UN TRAM TROPPO DESIDERATO

E se oggi l’auto fosse più ecologica del trasporto pubblico?

Oggi, a Giulio De Carli viene dato ampio spazio da un giornale locale di Padova per promuovere la realizzazione di nuove linee di tram che viene visto come la soluzione dei problemi di traffico (peraltro modesti rispetto ad altre situazioni) della città. De Carli è un grande esperto di infrastrutture di trasporto pubblico avendo progettato la metropolitana di Riyadh e la linea rossa nord di Doha. Che comunque sono contesti molto diversi da Padova. Ha dedicato la sua vita a realizzare infrastrutture di trasporto pubblico, a pianificarle e soprattutto a proporle ai governi e alle amministrazioni. Non si è occupato di altro, ma conosce bene il suo mestiere. Ha idee ben chiare e al giornale dichiara convinto: “È così elevato il ritardo del nostro Paese sul trasporto pubblico che bisogna investire lì tutte le risorse possibili. C’è una quota ancora molto elevata di traffico privato che è in strada solo perché non c’è un’offerta alternativa soddisfacente”. Si può pensare realisticamente che qualcuno nella sua posizione e con la sua formazione avrebbe mai dichiarato qualcosa di diverso? “Se un uomo dispone soltanto di un martello, tratta tutti i problemi come se fossero chiodi”! Se poi ha dedicato la sua vita solo a questo e grazie al successo e la bravura acquisisce denaro, potere e prestigio, non si vede per quale motivo debba sforzarsi di pensare diversamente. Cioè di pensare tout-court. Ma noi possiamo pensare che questa sua affermazione, pomposamente riportata dal giornale, sia assolutamente discutibile. Prima di tutto perché nasce lo stesso sospetto sull’indipendenza delle affermazioni che avremmo quando un macellaio sostiene che la carne fa bene. La conoscenza tende sempre all’opportunismo e chi fa ricerca deve saperlo e ha il dovere morale di liberarsi per quanto può dai pregiudizi. Quale lettore si aspetterebbe che De Carli – che non è nemmeno un accademico, ma un progesttista di opere specifiche – potesse sostenere che alla città non serve il trasporto pubblico? E che non dichiarasse che “in Italia siamo in ritardo nella realizzazione (guarda caso) delle infrastrutture” che lui propone? Vero che San Paolo si convertì sulla via di Damasco: perché ciò avvenga anche per De Carli, servirebbe un fatto ancor più portentoso. Eppure, il giornale riporta che l’intervistato sostiene giustamente che oggi “il politico deve fare il tecnico, ogni tanto i tecnici fanno i politici. Serve poi più collaborazione dei mondi accademico e professionale. C’è confusione di ruoli”. Peccato che a questa confusione di ruoli De Carli contribuisca abbondantemente lui stesso con affermazioni politiche ed esprimendo quasi con infantile innocenza, le sue preferenze per la realizzazione di quello che ha in catalogo e ha sempre fatto. Prima afferma che a decidere devono essere i politici e poi afferma che le proteste dei cittadini sono ingiustificate poiché “si poggiano su un’inesistenza di motivazioni e sulla mancanza di informazioni. C’è una responsabilità anche di noi tecnici. La nostra assenza dal confronto pubblico, mettendo in campo valutazioni di diverse opzioni e argomenti per lo sviluppo del territorio, si fa sentire”. Ma caro De Carli (e giornalista che fai questa intervista senza sollevare domande critiche), quali possono essere le alternative se hai appena dichiarato la tua soluzione al problema del traffico? Ma la perla arriva qualche riga dopo, quando si riporta che “Non conosco il sistema nel dettaglio”! … però sa già che “Bisogna spingere per un “upgrade” di tutto il trasporto pubblico”. Contro la fede non c’è ragione che tenga! Soprattutto se questa fede ti dà anche da vivere.

Premetto che politicamente penso che potrebbe essere utile fare una nuova linea di tram a Padova. In effetti c’è una parte della popolazione che la desidera, ha una certa utilità e soprattutto è abbastanza agevole reperire i fondi che, essendo parte delle nostre imposte inviate a Roma, è bene che ritornino. Se però si pensa ideologicamente – come fanno alcuni ambientalisti del secolo scorso – che il trasporto pubblico sia una soluzione ai problemi di traffico e di mobilità di oggi e domani, siamo sulla strada sbagliata. Il trasporto pubblico ha un alto impatto ambientale; per questo molti cittadini non ideologizzati protestano. Si tratta di una vecchia soluzione che nelle città medie non ha mai tolto auto dalle strade. Piuttosto ha favorito la dispersione urbana. Oggi per affrontare i problemi di congestione e di mobilità si può pensare di intervenire prima di tutto con una riduzione della domanda di mobilità per mezzo delle telecomunicazioni, della rigenerazione urbana, della riorganizzazione del lavoro e molto altro. Quanto all’inquinamento e agli impatti ambientali, l’introduzione di mezzi non inquinanti, a guida autonoma e disponibili a richiesta è senz’altro più efficace di montagne di acciaio che viaggiano semivuote per la maggior parte del tempo, su strutture materiali fisse e su strutture organizzative mastodontiche e rigide per questioni sindacali, di formazione degli autisti, di economie di scala che prevedono grandi concentrazioni finanziarie. Questo futuro non è dietro l’angolo – e per questo non mi sento di fare una battaglia contro il tram e il trasporto pubblico a priori – ma sarebbe giunto il momento di dedicarci a pensare in modo creativo e innovativo anche la mobilità senza demonizzare l’auto privata o condivisa che oggi, se usata con criterio rimane uno strumento utile, piacevole e a basso impatto ambientale.

 

ott 11, 2017
Corrado Poli

AUTONOMIA VENETA: precisazioni necessarie

Votare No significa rispettare le istituzioni referendarie, regionali (Consiglio che ha approvato praticamente all’unanimità il referendum) e costituzionali (che hanno approvato il quesito). Inoltre significa confrontarsi lealmente con la parte politica con cui si dissente. Astenersi significa unirsi all’anti-politica e al dileggio delle istituzioni, a usare furbescamente e strumentalmente il referendum, non per rispondere alla domanda specifica, ma per colpire un avversario che non si ha il coraggio e la capacità di affrontare a viso aperto nelle urne. Astenendosi si getta via il bambino (le istituzioni) assieme all’acqua sporca (il male che pur si rileva in esse).

Il referendum è stato approvato da un organo legittimo e legittimato dal voto dei cittadini: il Consiglio Regionale. Il Presidente che lo indice, non lo fa in quanto Presidente di una Giunta, ma quale rappresentante della Regione, cioè di tutti i cittadini, anche di chi (come me) non ha votato per lui. Il referendum sull’autonomia non è stato richiesto da un certo numero dei cittadini (come p.e. il referendum abrogativo) contro una legge approvata dai propri rappresentanti, ma dagli stessi rappresentanti che vogliono conoscere l’opinione dei loro elettori su un argomento specifico e ricevere un mandato per agire di conseguenza. Per questo, si può sostenere che esista non solo il diritto di voto, ma anche – per analogia – il dovere di voto come previsto dalla Costituzione. Infine, non metto in dubbio la legittimità formale dell’astensione, ma fare campagna contro il voto al fine di appropriarsi dei voti dei numerosi assenteisti strutturali non è leale; è una furbata politica di bassa lega che svilisce le istituzioni. A meno che non si punti a ridurre ancora di più la partecipazione politica dei cittadini disprezzando la partecipazione e contribuendo allo sfascio delle istituzioni. Nel tal caso è comprensibile definire “farlocca” una consultazione popolare così come Mussolini disprezzava le elezioni chiamandole “ludi cartacei” (finte battaglie di carta). Chi pensa che un sondaggio sarebbe stato sufficiente, trascura il valore simbolico delle elezioni.

set 30, 2017
Corrado Poli

Estrema Destra: ci proteggono Cinque Stelle

(da Vvox)

Finita l’anomalia delle grandi coalizioni. Come previsto, anche in Germania cresce la protesta di estrema destra. Non mette in discussione il governo di grande coalizione come si rischia in Italia e s’è seriamente temuto in Francia. L’unica marginale differenza sta nel fatto che l’alleanza tra democristiani e socialisti, salutata come temporanea anomalia dodici anni fa, è oggi in bilico anche se forse alla fine si farà di nuovo in una forma o nell’altra. Nel Regno Unito, la grande vittoria del partito nazionalista UKIP alle Europee e, di fatto, alla Brexit non ha scalfito la tradizionale struttura politica britannica solo a causa del sistema elettorale e per il pentimento di molti cittadini di avere votato avventatamente per l’uscita dall’Europa. Piuttosto nel Regno Unito, la struttura politica tradizionale è (o meglio fu) messa in discussione dal successo del partito separatista scozzese nel 2015, ridimensionato quest’anno. Ma anche nel Regno Unito, di fatto, non esiste una significativa differenza tra i governi laburisti e conservatori come dimostrano le politiche e i linguaggi dal tempo di Blair fino a May passando per Cameron.

L’usurata retorica anti-nazifascista. La crescita dell’estrema destra nazionalista e neo-fascista tedesca, alleata a Le Pen, Farrage e a Salvini-Meloni in Italia (ma la Lega non era Nord e federalista?) è stata notevole soprattutto nell’ex Germania Est dove ha ottenuto un quarto dei suffragi. Si possono fare due osservazioni. Prima di tutto, le retoriche politiche sono strumenti formidabili per creare il consenso, ma con il tempo si consumano. Quella anti-fascista e anti-nazista facevano presa sulle generazioni anziane, ma ha stancato chi non ha vissuto né la guerra né il periodo in cui questa retorica imperava – almeno fino agli anni ottanta e per certi versi viene ancora stancamente usata. È tuttora necessario essere anti-fascisti e non riprendere antiche suggestioni etnico-nazionaliste, proprio quando le nazioni stanno scomparendo in quella vecchia forma affermatasi nel diciannovesimo secolo e proseguita nel ventesimo. In secondo luogo, in Italia la destra post-fascista e leghista ha già governato sia pure nella forma moderata e gigionesca di Berlusconi che tutto era fuorché un violento. Ma oggi i leader sono Meloni e Salvini: con la prima che mimetizza sempre meno le origini e i collegamenti neo-fascisti e il secondo che abbandona il Nord e il federalismo per un nazionalismo ancor più provinciale che nasconde sotto altro nome.

L’Italia leader nella politica del nuovo millennio. Questa destra europea impresentabile potrebbe vincere in Italia se trova alleata (di fatto) la vecchia sinistra divisa, rancorosa e fiaccata da trame e faide interne reiterate da leader superati per età e idee. Questa sinistra rischia di impedire la continuazione della grande coalizione centrista che ha governato dal 2011 facendo uscire il Paese dalla crisi, ma lasciandolo ancora fragile e non riuscendo a rinnovarlo. Come sostengo da oltre cinque anni, l’unico possibile argine alla destra rimane il Movimento Cinque Stelle che presenta a sua volta alcuni tratti populisti e cade in qualche contraddizione o meglio confusione. Ma è un (non)partito adatto ai tempi correnti e ancor più a quelli che verranno. Lo si studia all’estero con attenzione perché rappresenta qualcosa di nuovo che potrebbe affermarsi. È radicale nei programmi, ma non sovversivo delle istituzioni e della democrazia. Rifiuta il razzismo e la violenza ed è più di ogni altra forza politica aperto ai giovani e nemico delle corporazioni che dominano da troppo tempo il Paese. Senza di loro, non solo la destra sfascista vincerebbe in Italia, ma si perderebbe anche l’occasione di aggiornare la politica alla società. Se sapremo valorizzare l’esperienza e i contenuti del Movimento Cinque Stelle da una parte lo aiuteremmo a crescere come partito radical-progressista, ma non anti-sistema. Dall’altra saremmo un modello per altri paesi nel proporre riforme radicali nel modo di esprimere il consenso popolare democraticamente e di liberarsi delle zavorre di corporazioni e lobby che impediscono ogni progresso. Certo c’è da sperare che il Movimento Cinque Stelle faccia bene la sua parte e non si autodistrugga per imperizia.

 

mag 10, 2017
Corrado Poli

A FRENCH LESSON? ITALIANS DO IT BETTER!

In Europe and UK, people discuss French elections as if we all were French. Likewise, in June, we will be British and in September we’ll turn into Germans. Such an interest in other countries’ politics never happened before. Willing or not, Europeans share a single political and economic system: the EU matters a lot in reality and as a symbol. Diversities among western European countries have become irrelevant and occasional, but differences inside each country are dramatically growing. One of this is exactly the conflict between EU supporters and neo-nationalists which is taking place in most countries. To make a political system work, it is necessary to establish a relation between the two conflicting positions.

EU’s supporters divide into two factions. Some represent the well-established eurocracy and refuse any possible reform. Their goal is making the system work as it is. Others consider the possibility to partly amend some EU laws and institutions without overthrowing the basic foundations of it. Macron backs (or is backed by) the first faction; the Italian government (and the Democratic Party leader Renzi) embodies the second option. Notwithstanding Brexit, ironically May is closer to Macron than to Renzi. The clean break caused by the 2016 referendum has created an all-or-nothing situation: Brexit will not affect the financial and global relations between EU and UK all that much, but will weaken the call for reform of the political and social institutions. In the Hirschman’s scheme of “Exit, Voice and Loyalty”, the British demonstrated no loyalty to the EU and preferred a hasty “exit” rather than “voice” for change. The bad news is that they did not take any responsibility and gave up engaging for some viable reform. Good news, if any, is that they proved that it is quite possible to be upset by the current situation so that other countries’ following suit is a real risk.

Differently from France, in Italy the Democratic Party still plays a pivotal role in politics, while Macron had to found an overnight one-man party to give the old establishment a safe chance to win.

Among the anti-Europe populists there is the non-educated, old, violent and racist faction, and a more open-minded, utopist and intellectually elaborated one. The latter blackmails the conservatives also by waving the EU exit option, but in fact they use it as a pressure for reforms. Also from this point of view Italy can teach France a lesson. The angry and old fashion fashioned populism of Le Pen/Salvini, inspired by a neo-fascist heritage, is limited by the visionary and environmentalist populism of the 5Stars Movement which is not nationalist but loudly calls for a reform of European institutions. It’s up to the Italian Democratic Party to choose either Le Pen/Salvini or 5Stars as its major competitor. In the first case Italy would follow the French radical option; otherwise it would be possible to create the condition to reinforce both the Democratic Party and the 5Stars Movement role in a new dialectic which can gradually drive toward a new Europe.

It’s not surprising that ALDE initially admitted the 5Stars representatives into their EU Parliamentary group. Unfortunately, the French members of ALDE opposed, hence this opportunity vanished. ALDE would have found a strong ally to reform EU and would have contributed to a positive evolution of 5Stars. Nonetheless they preferred a sharp contrast along the lines of the Macron-Le Pen dialogue between two deaf persons. The “old is dying and the new cannot yet be born. In the interim, a great variety of morbid symptoms appear”: this is what Gramsci wrote just a few years before Fascists and Nazis took over and Stalin had already established a totalitarian government in the Soviet Union. In the same years, British and American governments tackled the crisis by applying Roosevelt’s New Deal and Keynesian policies. Without revolutionary and subversive proclaims, progressive governments succeeded because considered people’s needs and the opposition’s demands and transformed them into effective policies.

 

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