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ago 13, 2018
Corrado Poli

INCIDENTI E TELEFONINO

Le responsabilità di dirigenti, sindacati e amministratori!

Vale la pena ricordare un caso avvenuto due anni fa che fece scandalo sui media nazionali. Come si vede dal video, un’autista vicentino della Società Vicentina Trasporti (se ben ricordo) guida a 90 km/h un autobus con 50 studenti a bordo in una zona abitata e con un limite di 70km/h senza mani, telefonando e leggendo messaggi.

Alcuni media hanno sollevato l’ipotesi plausibile che il vicentino alla guida della auto-cisterna che ha provocato il grave incidente di Bologna fosse al telefonino. La cosa andrà provata, ma anche se così non fosse, la dinamica dell’incidente è compatibile con quel tipo di distrazione.
Potenzialmente il suo comportamento avrebbe potuto provocare persino più danni del vicentino alla guida dell’autocisterna. Se l’autobus avesse tamponato la stessa autocisterna a causa della stessa presunta distrazione, sarebbero morti probabilmente tutti i passeggeri e incendiate case tutte intorno. I media nazionali hanno parlato di questo caso poiché è stato segnalato e per il paradosso che gli studenti provenivano da un corso sull’educazione stradale. Di conseguenza l’azienda, il sindacato e il Sindaco di Vicenza hanno fatto dichiarazioni decise sulla necessità di punire severamente questo tipo di comportamenti. Il risultato è stato un solo giorno di sospensione per l’autista. Quale esempio s’è dato di fronte a un comportamento così irresponsabile? Se i Sindacati e l’azienda 
avessero davvero preso coscienza della gravità potenziale del comportamento, sanzionato adeguatamente l’autista e agito – come avevano promesso – sull’educazione e la formazione forse oggi non saremmo qui a parlare del disastro di Bologna.
Quindi una parte di responsabilità dell’incidente di Bologna e di molti altri va anche ai sindacati e ai dirigenti dell’azienda dei trasporti vicentina. E l’autista deve considerarsi soltanto più fortunato del collega che per la sua presunta irresponsabilità ha perso la vita e ferito 145 persone oltre agli ingenti danni provocati, per non essere incorso in un incidente ma averne soltanto corso il rischio.

feb 18, 2017
Corrado Poli

CARNEVALE

Una festa antica di ogni popolo. Oggi un’occasione di cultura

Per spiegare il Carnevale, partiamo da lontano. L’idea che nella vita ci dobbiamo “realizzare” dal punto di vista psichico, affettivo, morale, professionale eccetera è molto recente. Nella società contadina pre-moderna un obiettivo già abbastanza ambizioso era il mero sopravvivere. L’esistenza quotidiana consisteva nel superare carestie, freddo, alluvioni e terremoti (senza Protezione Civile), malattie e pestilenze. Per non parlare di occasionali guerre, prepotenze e incursioni di predoni. Per questo le comunità richiedevano comportamenti rigorosi a cui tutti erano tenuti. Le regole coincidevano spesso con precetti religiosi per dare loro maggior vigore. Queste dure leggi andavano dall’astinenza al digiuno, dalla partecipazione obbligatoria ai riti religiosi (rogazioni, novene), a una regolazione intransigente della vita sessuale e a un’obbedienza inflessibile a ruoli famigliari senza scampo. In certi periodi le regole diventavano anche più dure. Soprattutto in Quaresima, il cui digiuno arrivava a proposito proprio quando ormai le provviste per l’inverno scarseggiavano e i primi raccolti erano ancora lontani. Ma i saggi antichi conoscevano bene l’essere umano. Sapevano che al popolo occorreva dare l’opportunità di tanto in tanto di godersi la vita al di fuori di penose regole. Altrimenti avrebbero trasgredito in modo casuale e quotidiano. L’aspettativa del giorno della trasgressione (il Carnevale) induceva a trattenersi e rispettare le regole senza mettere a repentaglio la credibilità delle istituzioni. E allora si stabiliva una trasgressione … prevista dalle regole. Continue reading »

gen 27, 2017
Corrado Poli

GIORNATE DELLA MEMORIA

Una riflessione critica

Chi deve ricordare? E chi, invece, dimenticare? E cosa?

Le giornate della memoria possono essere pericolose se non se ne coglie il senso più vero, profondo e attuale. Vanno spiegate con spirito critico e le celebrazioni impostate con cautela e sensibilità. Anzitutto, la memoria del male è un dovere per chi l’ha individualmente o collettivamente perpetrato. È normale e giusto che gli italiani ricordino i compatrioti uccisi nelle foibe; più difficile e nobile sarebbe istituire una giornata della memoria per le ben più numerose vittime slave del fascismo! Se sono le vittime a ricordare “agli altri” le ingiustizie subite, nel migliore dei casi si corre il rischio di trasformare la memoria in vittimismo strumentale, in una gara a chi è più vittima. Nel peggiore dei casi la memoria è occasione di risentimento e rancore se non persino vendetta. Nelson Mandela uscendo dopo trent’anni dalla prigione disse: “Se avessi portato fuori con me l’odio e il risentimento, non sarei mai uscito da quella prigione”. Se la memoria si confonde anche solo un poco con il risentimento sovverte il senso delle celebrazioni. Se c’è questo pericolo, un temporaneo oblio del passato giova più di un rancoroso ricordo.

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gen 20, 2017
Corrado Poli

RIFUGIATI E IMMIGRATI

Editoriale de Il Sestante, 20 gennaio 2017

PEPPONE E DON CAMILLO TRA CENTRO E PERIFERIA: Emotività e violenza sono la conseguenza della mancanza di relazioni umane e politiche locali.

Reiterate proteste di cittadini accompagnano la presenza di immigrati. Sovente s’alzano anche quelle dei rifugiati che richiedono un trattamento più umano e attento. L’attenzione si concentra a turno sul difetto di solidarietà, sulla presunta disorganizzazione o sullo sfruttamento degli aiuti.

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dic 16, 2016
Corrado Poli

SESSANT’ANNI DI NATALI

(editoriale de il Sestante 16 dicembre 2016)

Sono in pochi a ricordare come nel mondo cristiano e nel cattolicissimo veneto il periodo dell’Avvento – le quattro settimane che precedono il Natale – costituivano un periodo di penitenza. Si chiamava infatti la Quaresima di Natale. I paramenti dei sacerdoti alla Messa erano viola, a lutto. Non ci si poteva nemmeno sposare se non con una speciale dispensa. Quando succedeva, tutto il paese mormorava che la ragazza era incinta. I riti erano improntati alla sobrietà, con qualche pausa. Tra queste le feste di San Nicola e di Santa Lucia, giorni destinati ai regali per i bambini. A seconda del paese si sceglieva la tradizione dell’uno o dell’altro santo. Ma anche le feste di Santa Lucia e San Nicola avevano una forte connotazione religiosa e contadina: si lasciava del cibo o la calza sui davanzali. Era un modo di praticare una carità silenziosa e insegnare ai bambini che la generosità comporta un premio. La vigilia di Natale invece non si doveva mangiare per niente come nel Ramadan, e come nella festa islamica alla sera ci si rimpinzava pur evitando la carne. Negozi, bar e osterie restavano chiusi. Quei pochi esercizi “comunisti” che tenevano aperto erano frequentati da persone additate come malvagi peccatori. Il bambino che non resisteva a una caramella si immaginava di ardere all’inferno. Dopo qualche anno avrebbe pagato lo psicanalista per rimuovergli il senso di colpa. Alla Messa di mezzanotte, la chiesa, nonostante l’ora, il freddo e spesso la neve era sempre gremita e si vedevano i ritardatari accalcati fuori della porta principale. Alla chiesa si andava a piedi perché nessuno aveva la macchina, ma anche perché i pochi che l’avevano, abitavano vicino alle tante Chiese sparse per ogni frazione. Il giorno di Natale si faceva un gran pranzo riunendo le famiglie. I regali portati da Gesù bambino non avevano ancora del tutto sostituito quelli di San Nicola e Santa Lucia. Presto però, televisione, film stranieri e l’emigrazione verso altre regioni di migliaia di veneti impose la nuova tradizione dei regali il giorno di Natale.

Questo mondo scomparve praticamente in un solo decennio da quando ho i primi ricordi a quando sono diventato adolescente, tra il 1955 e il 1965. Sui dolci di tradizione paesana si impose il panettone milanese, il primo a essere prodotto industrialmente. Era uno status symbol e solo in seguito il Pandoro, il mandorlato e altre ricette locali riacquistarono spazio commerciale nei cuori e nei palati. Il mondo contadino stava scomparendo. Nei decenni che seguirono molti paesi furono assorbiti in città sempre più grandi. Tutti andarono a scuola e impararono l’italiano alla TV e con la lingua imitarono anche i gusti e i modi di fare, le ambizioni e le frustrazioni moderne. La Chiesa divenne più tollerante su tutto e del digiuno se ne dimenticò. Non fu più uno scandalo tenere i negozi e i bar aperti. E di ottenere la dispensa per sposarsi in Avvento, con il passare degli anni, non fu più necessario. Anzi non fu più necessario nemmeno sposarsi. Le modeste luminarie della mia infanzia – poco più che devote candele sui davanzali – erano un gesto religioso forse inteso a indicare la strada a Giuseppe e Maria o ai Re Magi. O forse erano un modo per non sentirsi perduti nelle notti sempre più fredde e scure di dicembre. Negli anni sessanta e settanta divenne facile trovare un posto a sedere in chiesa alla Messa di mezzanotte eppure le decorazioni inondarono case e piazze. Le nuove villette sorte ai bordi delle città o in campagna si ricoprivano di luci. I Comuni gareggiavano a chi faceva l’albero più bello di fronte al Municipio. I cittadini non si lamentavano degli sprechi che lasciavano in debito ai pochi figli che generavano. I parroci richiamavano disperatamente ai valori religiosi, ma ormai quasi per tutti il Natale era diventata una festa del consumo e dell’opulenza. All’Avvento e a una penitenza pensata come motivazione a contenere i consumi e passare indenni l’inverno, non ci si faceva più caso. Restavano le grandi riunioni famigliari e i lauti pranzi che sempre più si celebravano anche nei ristoranti. Sul finire del secolo, l’atmosfera religiosa natalizia era ormai un ricordo.

Negli ultimi anni sono diminuite le luci. La crisi economica si dirà, ma è solo in parte così. Se già da tempo il consumismo ha sostituito il sentimento religioso, oggi il Natale ha perduto anche il significato di occasione di ritrovo delle famiglie allargate. Quali famiglie? Pochi figli, più divorzi, più mariti, più mogli. Si approfitta delle ferie per andarsene. Rimangono invece tanti anziani soli a ricordare l’atmosfera delle feste d’un tempo perdute in una memoria ricreata in case di riposo ancora una volta stancamente addobbate a festa.

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