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dic 16, 2016
Corrado Poli

NEGOZI APERTI O CHIUSI?

Le false tradizioni

(elaborazione di un mio editoriale del Corriere del Veneto del 2012)

Distruggiamo le tradizioni se teniamo aperti negozi e centri commerciali giorno e notte, feste incluse? Non credo proprio: anzi questo dibattito, connesso a più opportunistiche questioni di pura convenienza economica, nasconde la paura del nuovo e un’idea nostalgica di tradizione. Il rispetto delle tradizioni ha senso quando le si considera per quello che sono, cioè una continuità con il passato, che è il contrario di una sua ripetizione. Non c’è nulla di più dinamico e in evoluzione della tradizione.

Il rito più praticato a Natale è diventato la vacanza sulla neve o al mare tropicale. Oppure nelle città d’arte per vedere antiche processioni prive di religiosità e piene di folklore commercializzato. La domanda ricorrente è “Dove vai ai Natale?” Se la crisi ci costringerà a rinunciare per sempre a queste nuove tradizioni, presto le rimpiangeremo, ma non torneremo certo ai vecchi riti. Bisogna trovare nuovi “sensi” nella vita contemporanea invece di tentare di riesumare miti morti. Nemmeno la Chiesa si scandalizza più e non apre bocca nemmeno quando al Venerdì Santo – giorno di digiuno e penitenza e il più triste per i Cristiani – si organizzano le più edonistiche delle celebrazioni che hanno sostituito processioni, vie crucis, sepolcri, liturgie complesse. Lo stesso vale per l’Avvento e la vigilia di Natale quando gli esercizi commerciali dell’Europa cristiana cattolicissimo erano quasi tutti chiusi perché si praticava universalmente il digiuno: andare all’osteria sarebbe sembrata la più sconveniente delle azioni per chi si fosse azzardato.

Di fronte a questo cambiamento radicale delle celebrazioni natalizie, già avvenuto e assimilato, appare piuttosto strana l’ostilità verso il nuovo rito dell’apertura dei centri commerciali e dei negozi urbani. La vita urbana nella città contemporanea prescinde dal tempo, quello del giorno, della settimana e dell’anno. Potere fare la spesa a qualunque ora, come avviene nelle città nordamericane, è un’opportunità, ma non un obbligo per nessuno. Lavorare la domenica senza santificarla non è considerato peccato nemmeno dal più pio dei cristiani. Le vacanze in febbraio, anziché in agosto, non sono più un privilegio per sfaccendati. Da una società di massa, con gli stessi tempi e gli stessi riti, si è passati a una società formata da piccoli gruppi ciascuno dei quali sta creando o ha già creato la propria tradizione che non riconosciamo solo perché volgiamo lo sguardo al passato e disprezziamo il presente e il futuro. Senza accorgerci che in questo presente stiamo “traducendo” comunque il passato. Prima si fanno le cose nuove, poi si pensa in che modo esse sono collegate alla tradizione. Il rifugiarsi nella nostalgia non è forse un segno di decadenza e di perdita di speranza in un’Europa che appassisce riempiendo miti vuoti con vecchi riti? Certamente le opportunità che l’apertura sempre più temporalmente estesa degli esercizi commerciali e in genere di tutte le attività comporteranno numerosi comportamenti sgradevoli e volgari. Una società sicura di sé non ha bisogno di temerli perché tra le tante novità inutili saprà scegliere le migliori. I nuovi comportamenti riusciranno a imporsi e trasformarsi da mode passeggere a vere tradizioni. Molto si butterà via del passato, ma se non si saprà tollerare lo sgradevole e il diverso, non si darà la possibilità di fiorire alle novità che diventeranno le tradizioni nobili di domani.

La nostalgia per la vita cadenzata sui tempi dei riti e della natura di un tempo la si vince pensando che in questo stesso momento stiamo inconsapevolmente contribuendo alla costruzione di quella che sarà la tradizione di domani.

gen 6, 2016
Corrado Poli

NOTE SUL VENETO

VENETO OGGI: SONO NECESSARI NUOVI SCHEMI DI ANALISI.

Che il Veneto sia in decadenza non c’è dubbio. Che vent’anni di vuote stupidaggini federaliste della Lega ne siano una causa lo ripetiamo da decenni. Sono le soluzioni a essere superate. Ripetono gli schemi e persino le parole di un dibattito già aperto negli anni settanta. Un “passato” modernista del cosmopolitismo indifferenziato non ci consentirebbe comunque di uscire dall’impasse in cui il Veneto si trova. E non sono presunte nuove tecnologie all’interno di vecchi schemi il segno del progresso, ma la diffusione di una nuova cultura, che per essere davvero nuova non può ripetere quanto successo altrove.
Negli anni ottanta, la Lega aveva colto giustamente l’esigenza di un’IDENTITÀ REGIONALE e di un’autonomia, ma votata all’incultura e al perseguimento di un potere gregario, ha solo ottenuto di favorire il centralismo di oggi. Ai primi anni novanta Cacciari e altri (tra cui Illy, Lago, Mario Carraro, Covre) avevano tentato un’operazione federalista e autonomista ricca di valori e di riferimenti culturali. Essa avrebbe consentito al Veneto di confrontarsi con il mondo conservando un valore che stava diventando sempre più prezioso: l’identità e la CLASSE DIRIGENTE LOCALE. Questa operazione fu fatta fallire dalla sinistra e fu opportunisticamente sfruttata dalla destra che integrò la Lega nella sua coalizione. Era osteggiata dai “romani” sopravvissuti a tangentopoli di fronte ai quali i federalisti intelligenti e aggiornati si dimostrarono troppo deboli per affermarsi.
La Lega, grazie alla sua vacuità culturale intrinseca e alle ambizioni romane dei suoi leader, garantiva che federalismo e autonomia si limitassero alla promozione della sagra del baccalà e dei cori alpini, che per i leghisti costituivano le eccellenze della cultura veneta. Purtroppo, per conservare intatto il patrimonio della propria utile stupidità, la Lega e la classe dirigente politica in genere hanno dovuto altresì sperperare un patrimonio di collaborazione e di civismo che aveva garantito una secolare pace sociale sulla quale s’era basato lo sviluppo veneto. Oggi ci troviamo in una regione dove prevale una volgarità e una violenza verbale sconosciute vent’anni fa, frutto dell’esaltazione dell’ignoranza su cui si fondano i regimi fascisti.
Ripetere che abbiamo bisogno di un “centro” è una sciocchezza seconda solo al vetusto mito delle economie di scala che completa la nostalgia di quanto studiato all’università quasi mezzo secolo fa. Non è così: oggi non servono barriere né è realistico metterle. Ma QUALCHE CONFINE PER DEFINIRE LA GEOGRAFIA E SE STESSI è necessario. L’AUTONOMIA consente di fare crescere e rinforzare una classe politica e manageriale con posizioni apicali: GOVERNANTI, non amministratori; DIRIGENTI, non funzionari.
La visione modernista “anni settanta” si riferisce a un mondo che non c’è più, geograficamente chiuso e ignorante che aveva in effetti bisogno di uscire dai confini locali per formarsi e crescere anche culturalmente, come fecero peraltro molti contadini che impararono nelle fabbriche di Milano a diventare piccoli imprenditori. Oggi è diverso: non ci sono più i contadini e per aprirsi al mondo è sufficiente accogliere e inventarsi le diversità, non uniformarsi a quanto hanno fatto gli altri in anticipo.
Già il termine “ECOSISTEMI METROPOLITANI” suona antico come d’altronde “fare sistema” e “mettersi in rete” riecheggiano un linguaggio degli anni settanta/ottanta quando ci chiamavano a fare conferenze all’estero sul “modello veneto”. Forse sto un po’ esagerando … ed è meglio abbassare i toni e ragionare. Aggiungo due sole cose: (a) la leadership auspicata si consolida attraverso battaglie e non con accordi. Nel Veneto, ancor peggio, le leadership sono state spazzate via da Roma e Milano e adesso non abbiamo nemmeno boss locali, ma solo dipendenti di leader nazionali e globali. (b) Se pensiamo di competere con Milano cercando di somigliare a un contesto socio-economico e geografico così diverso, abbiamo perso in partenza.

mag 19, 2015
Corrado Poli

DISEGNO DI LEGGE SCUOLA: UN’OCCASIONE PERDUTA

Uno sciopero per la conservazione della cattiva scuola

Editoriale del Corriere del Veneto 7 maggio 2015

Lo sciopero degli insegnanti di ieri aveva due obiettivi diversi ma collegati: la stabilizzazione dei precari e il rifiuto della proposta governativa di riforma della scuola. L’assunzione dei precari sanerebbe una situazione di grave disordine organizzativo e faciliterebbe una riforma necessaria a modernizzare un sistema educativo in crisi. Il Governo non ha adottato l’ormai solito decreto né ha posto la fiducia (per ora). Ha invece presentato un disegno di legge che implica discussione e audizioni delle parti sociali, in aula e commissione. Non si spiega allora – se non con motivazioni politiche estranee alla scuola – a cosa miri questa opposizione pregiudiziale dei sindacati. Per contrastare un disegno di legge per sua natura aperto alla discussione, mettono a repentaglio la stabilizzazione di molti insegnanti precari. I sindacati seminano un allarme ingiustificato tra gli insegnanti sui presunti eccessivi poteri assegnati ai dirigenti scolastici: questi sarebbero incaricati di una parziale valutazione degli insegnanti e della scelta di alcuni docenti che oggi è completamente affidata a un sistema perverso di punteggi e complessi automatismi in cui è assente ogni responsabilità. Si teme il nepotismo di dirigenti impreparati. A scuola si dovrebbe imparare che la lotta alla corruzione – anche in altri ambiti della vita pubblica – non si vincerà mai aumentando i controlli e gli automatismi, ma rendendo chiare le responsabilità, assegnandole a persone in carne e ossa. Nel Veneto esiste ancora una tradizione di buona amministrazione e di controllo comunitario. Il rischio sociale di incorrere in un dirigente incapace sarebbe minore di quello di non valorizzare chi opererebbe con efficienza. Certo, i dirigenti attuali non sono un esempio di professionalità, ma la qualità del personale non migliorerà mai se per paura lo si solleva della responsabilità. Invece che rifiutare a priori la proposta governativa, si sarebbe potuto bilanciare il ruolo attribuito ai dirigenti con un ripensamento degli organi collegiali e passare dall’attuale sciocca impostazione assembleare all’istituzione di organi rappresentativi e decisionali nel governo della scuola. Si sarebbe potuto discutere di unità scolastiche di minori dimensioni in modo da favorire la formazione professionale graduale di numerosi dirigenti e un coinvolgimento più diretto e meno burocratico di quello richiesto per la direzione di unità oggi mastodontiche. E molto altro a cui la “Buona scuola” del Governo apriva. Invece s’è finito per ripetere vecchi slogan e opporsi ideologicamente a qualsiasi forma di diversificazione e privatizzazione dell’offerta educativa. Soprattutto s’è chiuso a qualsiasi discussione sui contenuti e aperto al pericolo di non vedere stabilizzati nemmeno questa volta i precari. Ma i sindacati vogliono davvero una riforma e l’assunzione dei precari?

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