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mag 10, 2017
Corrado Poli

A FRENCH LESSON? ITALIANS DO IT BETTER!

In Europe and UK, people discuss French elections as if we all were French. Likewise, in June, we will be British and in September we’ll turn into Germans. Such an interest in other countries’ politics never happened before. Willing or not, Europeans share a single political and economic system: the EU matters a lot in reality and as a symbol. Diversities among western European countries have become irrelevant and occasional, but differences inside each country are dramatically growing. One of this is exactly the conflict between EU supporters and neo-nationalists which is taking place in most countries. To make a political system work, it is necessary to establish a relation between the two conflicting positions.

EU’s supporters divide into two factions. Some represent the well-established eurocracy and refuse any possible reform. Their goal is making the system work as it is. Others consider the possibility to partly amend some EU laws and institutions without overthrowing the basic foundations of it. Macron backs (or is backed by) the first faction; the Italian government (and the Democratic Party leader Renzi) embodies the second option. Notwithstanding Brexit, ironically May is closer to Macron than to Renzi. The clean break caused by the 2016 referendum has created an all-or-nothing situation: Brexit will not affect the financial and global relations between EU and UK all that much, but will weaken the call for reform of the political and social institutions. In the Hirschman’s scheme of “Exit, Voice and Loyalty”, the British demonstrated no loyalty to the EU and preferred a hasty “exit” rather than “voice” for change. The bad news is that they did not take any responsibility and gave up engaging for some viable reform. Good news, if any, is that they proved that it is quite possible to be upset by the current situation so that other countries’ following suit is a real risk.

Differently from France, in Italy the Democratic Party still plays a pivotal role in politics, while Macron had to found an overnight one-man party to give the old establishment a safe chance to win.

Among the anti-Europe populists there is the non-educated, old, violent and racist faction, and a more open-minded, utopist and intellectually elaborated one. The latter blackmails the conservatives also by waving the EU exit option, but in fact they use it as a pressure for reforms. Also from this point of view Italy can teach France a lesson. The angry and old fashion fashioned populism of Le Pen/Salvini, inspired by a neo-fascist heritage, is limited by the visionary and environmentalist populism of the 5Stars Movement which is not nationalist but loudly calls for a reform of European institutions. It’s up to the Italian Democratic Party to choose either Le Pen/Salvini or 5Stars as its major competitor. In the first case Italy would follow the French radical option; otherwise it would be possible to create the condition to reinforce both the Democratic Party and the 5Stars Movement role in a new dialectic which can gradually drive toward a new Europe.

It’s not surprising that ALDE initially admitted the 5Stars representatives into their EU Parliamentary group. Unfortunately, the French members of ALDE opposed, hence this opportunity vanished. ALDE would have found a strong ally to reform EU and would have contributed to a positive evolution of 5Stars. Nonetheless they preferred a sharp contrast along the lines of the Macron-Le Pen dialogue between two deaf persons. The “old is dying and the new cannot yet be born. In the interim, a great variety of morbid symptoms appear”: this is what Gramsci wrote just a few years before Fascists and Nazis took over and Stalin had already established a totalitarian government in the Soviet Union. In the same years, British and American governments tackled the crisis by applying Roosevelt’s New Deal and Keynesian policies. Without revolutionary and subversive proclaims, progressive governments succeeded because considered people’s needs and the opposition’s demands and transformed them into effective policies.

 

gen 27, 2017
Corrado Poli

GIORNATE DELLA MEMORIA

Una riflessione critica

Chi deve ricordare? E chi, invece, dimenticare? E cosa?

Le giornate della memoria possono essere pericolose se non se ne coglie il senso più vero, profondo e attuale. Vanno spiegate con spirito critico e le celebrazioni impostate con cautela e sensibilità. Anzitutto, la memoria del male è un dovere per chi l’ha individualmente o collettivamente perpetrato. È normale e giusto che gli italiani ricordino i compatrioti uccisi nelle foibe; più difficile e nobile sarebbe istituire una giornata della memoria per le ben più numerose vittime slave del fascismo! Se sono le vittime a ricordare “agli altri” le ingiustizie subite, nel migliore dei casi si corre il rischio di trasformare la memoria in vittimismo strumentale, in una gara a chi è più vittima. Nel peggiore dei casi la memoria è occasione di risentimento e rancore se non persino vendetta. Nelson Mandela uscendo dopo trent’anni dalla prigione disse: “Se avessi portato fuori con me l’odio e il risentimento, non sarei mai uscito da quella prigione”. Se la memoria si confonde anche solo un poco con il risentimento sovverte il senso delle celebrazioni. Se c’è questo pericolo, un temporaneo oblio del passato giova più di un rancoroso ricordo.

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gen 20, 2017
Corrado Poli

RIFUGIATI E IMMIGRATI

Editoriale de Il Sestante, 20 gennaio 2017

PEPPONE E DON CAMILLO TRA CENTRO E PERIFERIA: Emotività e violenza sono la conseguenza della mancanza di relazioni umane e politiche locali.

Reiterate proteste di cittadini accompagnano la presenza di immigrati. Sovente s’alzano anche quelle dei rifugiati che richiedono un trattamento più umano e attento. L’attenzione si concentra a turno sul difetto di solidarietà, sulla presunta disorganizzazione o sullo sfruttamento degli aiuti.

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dic 26, 2016
Corrado Poli

UNA SCIENZA PER IL PARCO COLLI

editoriale del Il Sestante 23 dicembre 2016

COSA FARE PER IL PARCO COLLI? CE LO DICA UNA COMMISSIONE SCIENTIFICA DI ALTO PROFILO

A seguito delle proteste della popolazione e dei Sindaci, la Giunta regionale prende tempo e si concede 90 giorni per modificare la planimetria del Parco Colli Euganei. In sostanza, potrebbe succedere che l’emendamento Barison-Berlato di ridurre considerevolmente l’area protetta venga solo posticipato a seguito delle proteste dei cittadini e di gran parte dei Sindaci. La scusa è la proliferazione fuori controllo dei cinghiali. L’opportunità vera è accontentare da una parte gli speculatori edilizi e dall’altra i cacciatori. Questi due gruppi, tra loro così diversi e in contraddizione, fanno fronte comune perché rappresentano il passato. Da soli sono politicamente sconfitti tra l’opinione pubblica. Insieme confidano su qualche potente costruttore (speculatore, come s’è visto ad Abano) e sui voti di pochi (ma concentrati) cacciatori in via di estinzione. Il muro di proteste ha ritardato il provvedimento. Ma se tra tre mesi saremo allo stesso livello di conoscenza del problema e di mancanza di proposte alternative, non si potrà che ripetere un’altra sterile protesta, come ormai si fa da troppi anni.

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gen 6, 2016
Corrado Poli

NOTE SUL VENETO

VENETO OGGI: SONO NECESSARI NUOVI SCHEMI DI ANALISI.

Che il Veneto sia in decadenza non c’è dubbio. Che vent’anni di vuote stupidaggini federaliste della Lega ne siano una causa lo ripetiamo da decenni. Sono le soluzioni a essere superate. Ripetono gli schemi e persino le parole di un dibattito già aperto negli anni settanta. Un “passato” modernista del cosmopolitismo indifferenziato non ci consentirebbe comunque di uscire dall’impasse in cui il Veneto si trova. E non sono presunte nuove tecnologie all’interno di vecchi schemi il segno del progresso, ma la diffusione di una nuova cultura, che per essere davvero nuova non può ripetere quanto successo altrove.
Negli anni ottanta, la Lega aveva colto giustamente l’esigenza di un’IDENTITÀ REGIONALE e di un’autonomia, ma votata all’incultura e al perseguimento di un potere gregario, ha solo ottenuto di favorire il centralismo di oggi. Ai primi anni novanta Cacciari e altri (tra cui Illy, Lago, Mario Carraro, Covre) avevano tentato un’operazione federalista e autonomista ricca di valori e di riferimenti culturali. Essa avrebbe consentito al Veneto di confrontarsi con il mondo conservando un valore che stava diventando sempre più prezioso: l’identità e la CLASSE DIRIGENTE LOCALE. Questa operazione fu fatta fallire dalla sinistra e fu opportunisticamente sfruttata dalla destra che integrò la Lega nella sua coalizione. Era osteggiata dai “romani” sopravvissuti a tangentopoli di fronte ai quali i federalisti intelligenti e aggiornati si dimostrarono troppo deboli per affermarsi.
La Lega, grazie alla sua vacuità culturale intrinseca e alle ambizioni romane dei suoi leader, garantiva che federalismo e autonomia si limitassero alla promozione della sagra del baccalà e dei cori alpini, che per i leghisti costituivano le eccellenze della cultura veneta. Purtroppo, per conservare intatto il patrimonio della propria utile stupidità, la Lega e la classe dirigente politica in genere hanno dovuto altresì sperperare un patrimonio di collaborazione e di civismo che aveva garantito una secolare pace sociale sulla quale s’era basato lo sviluppo veneto. Oggi ci troviamo in una regione dove prevale una volgarità e una violenza verbale sconosciute vent’anni fa, frutto dell’esaltazione dell’ignoranza su cui si fondano i regimi fascisti.
Ripetere che abbiamo bisogno di un “centro” è una sciocchezza seconda solo al vetusto mito delle economie di scala che completa la nostalgia di quanto studiato all’università quasi mezzo secolo fa. Non è così: oggi non servono barriere né è realistico metterle. Ma QUALCHE CONFINE PER DEFINIRE LA GEOGRAFIA E SE STESSI è necessario. L’AUTONOMIA consente di fare crescere e rinforzare una classe politica e manageriale con posizioni apicali: GOVERNANTI, non amministratori; DIRIGENTI, non funzionari.
La visione modernista “anni settanta” si riferisce a un mondo che non c’è più, geograficamente chiuso e ignorante che aveva in effetti bisogno di uscire dai confini locali per formarsi e crescere anche culturalmente, come fecero peraltro molti contadini che impararono nelle fabbriche di Milano a diventare piccoli imprenditori. Oggi è diverso: non ci sono più i contadini e per aprirsi al mondo è sufficiente accogliere e inventarsi le diversità, non uniformarsi a quanto hanno fatto gli altri in anticipo.
Già il termine “ECOSISTEMI METROPOLITANI” suona antico come d’altronde “fare sistema” e “mettersi in rete” riecheggiano un linguaggio degli anni settanta/ottanta quando ci chiamavano a fare conferenze all’estero sul “modello veneto”. Forse sto un po’ esagerando … ed è meglio abbassare i toni e ragionare. Aggiungo due sole cose: (a) la leadership auspicata si consolida attraverso battaglie e non con accordi. Nel Veneto, ancor peggio, le leadership sono state spazzate via da Roma e Milano e adesso non abbiamo nemmeno boss locali, ma solo dipendenti di leader nazionali e globali. (b) Se pensiamo di competere con Milano cercando di somigliare a un contesto socio-economico e geografico così diverso, abbiamo perso in partenza.

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