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apr 6, 2012
Corrado Poli
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I RITI CAMBIANO E I COMPORTAMENTI DI OGGI SARANNO LA TRADIZIONE DOMANI

(editoriale Corriere del Veneto)

Distruggiamo le tradizioni se teniamo aperti negozi e centri commerciali giorno e notte, feste incluse? Non credo proprio: anzi questo dibattito,connesso a più opportunistiche questioni di pura convenienza economica, nasconde la paura del nuovo e un’idea nostalgica di tradizione. Il rispetto delle tradizioni ha senso quando le si considera per quello che sono, cioè una continuità con il passato, che è il contrario di una sua ripetizione. Non c’è nulla di più dinamico e in evoluzione della tradizione.Il rito più praticato della settimana santa è diventato la breve vacanza sulle residue nevi o al mare tropicale. Oppure nelle città d’arte per vedere antiche processioni prive di religiosità e piene di folklore commercializzato. La domanda ricorrente è “Dove vai per Pasqua?” Se la crisi ci costringerà a rinunciare per sempre a queste nuove tradizioni, presto le rimpiangeremo, ma non torneremo certo alle processioni e alle vie crucis.Bisogna trovare nuovi “sensi” nella vita contemporanea invece di tentare di riesumare miti morti. Nemmeno la Chiesa si scandalizza più e non apre bocca nemmeno quando al Venerdì Santo – giorno di digiuno e penitenza e il più triste per i Cristiani – si organizzano le più edonistiche delle celebrazioni che hanno sostituito processioni, vie crucis, sepolcri, liturgie complesse. Il venerdì santo gli esercizi commerciali del Veneto cattolicissimo erano quasi tutti chiusi perché si praticava universalmente il digiuno: andare all’osteria sarebbe sembrata la più sconveniente delle azioni per chi si fosse azzardato.

Di fronte a questo cambiamento radicale delle celebrazioni pasquali cristiane, già avvenuto e assimilato, appare piuttosto strana l’ostilità verso il nuovo rito dell’apertura domenicale dei centri commerciali e dei negozi urbani. La vita urbana nella città contemporanea prescinde dal tempo, quello del giorno, della settimana e dell’anno. Potere fare la spesa a qualunque ora, come avviene nelle città nordamericane, è un’opportunità, ma non un obbligo per nessuno. Lavorare la domenica senza santificarla non è considerato peccato nemmeno dal più pio dei cristiani. Le vacanze in febbraio, anziché in agosto, non sono più un privilegio per sfaccendati. Da una società di massa, con gli stessi tempi e gli stessi riti, si è passati a una società formata da piccoli gruppi ciascuno dei quali sta creando o ha già creato la propria tradizione che non riconosciamo solo perché volgiamo lo sguardo al passato e disprezziamo il presente e il futuro. Senza accorgerci che in questo presente stiamo “traducendo” comunque il passato. Prima si fanno le cose nuove, poi si pensa in che modo esse sono collegate alla tradizione. Il rifugiarsi nella nostalgia non è forse un segno di decadenza e di perdita di speranza in un Veneto che appassisce riempiendo miti vuoti con vecchi riti? Certamente le opportunità che l’apertura sempre più temporalmente estesa degli esercizi commerciali e in genere di tutte le attività comporteranno numerosi comportamenti sgradevoli e volgari. Una società sicura di sé non ha bisogno di temerli perché tra le tante novità inutili saprà scegliere le migliori. I nuovi comportamenti riusciranno a imporsi e trasformarsi da mode passeggere a vere tradizioni. Molto si butterà via, ma se non si saprà tollerare lo sgradevole e il diverso, non si darà la possibilità di fiorire alle novità che diventeranno le tradizioni nobili di domani.

La nostalgia per la vita cadenzata sui tempi dei riti e della natura di un tempo la si vince pensando chein questo stesso momento stiamo inconsapevolmente contribuendo alla costruzione di quella che sarà la tradizione di domani.

 

ago 3, 2011
Corrado Poli

TAGLIAMO I SOLDI AI POLITICI: E POI?

editoriale del Corriere del Veneto 21 luglio 2011 

John Ruskin sosteneva che non è mai conveniente pagare un prezzo troppo basso, perché un prezzo giusto conviene a tutti. Vale anche per la politica i cui costi oggi appaiono tanto esorbitanti quanto inutili. Ma il modo in cui viene posta la questione dei privilegi ai politici è ancor più sbagliato dei benefici di cui taluni ingiustamente godono. In questa pericolosa operazione di denigrazione della politica si inserisce la questione dell’abolizione delle province e, in generale, la riduzione degli organi rappresentativi. Il prefetto di Padova afferma che “il tema vero è ridurre i costi della politica e ridimensionare la macchina statale, il tutto recuperando efficienza”. Dubito che i prefetti siano legittimati a prendere posizione sui costi della politica, ma è loro competenza parlare da un punto di vista tecnico della macchina statale. Peccato che lo stato e l’amministrazione non siano solo macchine, e la politica riguardi in primo luogo le persone. Il prefetto, infatti, ha omesso la questione cruciale che riguarda la rappresentanza democratica dei territori e dei cittadini. Chi ha fiducia nella democrazia e nel popolo riconosce la necessità di sostenere il “costo” della rappresentanza. Per motivi etici, ma anche di opportunità visto che persino le democrazie più pasticcione si sono rivelate a lungo termine molto più efficaci degli stati totalitari e corporativi. Si invoca – spesso a sproposito – l’esempio della democrazia americana, ma ci si dimentica il numero, ai nostri occhi spropositato, di cariche elettive, referendum, consigli e assemblee che esso comporta nel governo locale.

Si parla di “casta dei politici”, ma le vere caste sono altre, dei cui privilegi ci si scandalizza meno: i dirigenti ministeriali, quelli degli enti locali, magistrati, universitari, ecc. Costoro sono praticamente inamovibili dalle loro posizioni e il loro potere sfugge al giudizio dei cittadini. Solo rappresentanti legittimati sarebbero in grado di limitare il potere di queste “caste” anche nelle amministrazioni locali. L’operazione di discredito della politica rafforza le corporazioni dalle quali il cittadino è escluso, mentre alla politica (per ora) può ancora partecipare. Questo avviene in nome di un risparmio che non si invoca per altri ben maggiori sprechi. Non si contano le opere pubbliche inutili e contestate promosse da caste alle quali i politici delegittimati di oggi si presentano con il cappello in mano piuttosto che con l’autorità e la dignità loro attribuita dal popolo.

Non è affatto vero che tutti i rappresentanti del popolo godono di eccessivi privilegi. Un Sindaco e un assessore comunale guadagnano meno dei loro dirigenti, e la loro indennità è sicuramente inferiore all’importanza del ruolo che svolgono. Soprattutto, la loro azione è direttamente soggetta al giudizio degli elettori che li possono mandare via quando vogliono. Preferiamo essere rappresentati da poche persone mal pagate, oppure credere nella democrazia e retribuire in modo equo rappresentanti eletti, legittimi e che godono della nostra fiducia?

Le province vanno certamente riformate, ma senza eliminare l’essenziale rappresentanza del territorio. Non dimentichiamo che la legge elettorale delle province è quanto di più partitocratico esista, ma si perde tempo a discutere di un’auto blu piuttosto che a costruire democrazia pensando nuove leggi elettorali e ad attribuire poteri efficaci agli organi rappresentativi. Togliendolo alle caste burocratiche.

giu 16, 2011
Corrado Poli

LA CITTA’ MUTANTE

Intervento al Convegno “La città mutante”, Padova 14-15-16 giugno 2011
(pubblicato dal Corriere del Veneto del 14 giugno 2011)

… Per il veneto urbano del futuro serve l’immaginazione degli studiosi e non la ripetitività dei tecnici …

A Padova si terrà per tre giorni un importante convegno per discutere della città. L’obiettivo degli organizzatori è confrontare le metropoli internazionali con il Veneto. Se si vuole davvero uscire dalla crisi più lunga, sono necessarie idee nuove che producano un cambiamento strutturale piuttosto che superficiali aggiustamenti del presente.

Le città sono un misto di stabilità – luoghi abitati ininterrottamente da millenni – e di incessante rapido mutamento. Il Veneto non fa eccezione. Sessant’anni fa, Verona, Padova, Treviso, erano isole di marmi e mattoni circondate da villaggi di un mondo contadino immutato da secoli. In vent’anni, il Veneto divenne la terza regione industriale italiana e una delle più industrializzate d’Europa. Oggi, si auspicano ulteriori cambiamenti che i numerosi studiosi convocati a Padova presenteranno. Non è impresa facile: scrollarsi di dosso i pregiudizi e la ripetizione di concetti appassiti è una lotta esistenziale, spesso perduta, per ogni studioso. Ma nulla è più necessario. Agli studiosi non spetta il noioso compito di aggiustare il presente rendendolo conforme ai propri pregiudizi: questo è il compito dei tecnici. Gli studiosi, che nelle società più civili sono tenuti in grande considerazione, hanno il compito di immaginare con coraggio l’avvenire affinché gli imprenditori, i politici e i tecnici lo possano costruire. Da qualche tempo, segno di una crisi intellettuale prima che economica, s’è lasciato pensare ai tecnici cosa fare, attività a cui sono inadatti.

Il convegno di Padova sarebbe un’occasione perduta se si finisse per ripetere cliché antichi e parlare ancora delle infrastrutture e delle costruzioni del ventesimo secolo. Le telecomunicazioni non hanno ancora cambiato profondamente né la struttura fisica delle città, né i comportamenti umani quotidiani. Soprattutto non hanno modificato i flussi di spesa ancora concentrati sulle opere materiali per le quali operano lobby potenti non a sufficienza contrastate da studiosi incapaci di influire sulla pubblica opinione. Nemmeno l’inquinamento, dovuto tra l’altro al traffico e alla produzione di rifiuti, causa di milioni di tumori, è stato ancora inserito come priorità nel discorso politico e tecnico dominante sulla forma della città ancora incardinato su vecchie priorità di sviluppo. Persino la sicurezza meriterebbe un’attenzione nel pensare la forma urbis con lo scopo di ridurre, tramite il disegno urbano, i rischi dovuti alla criminalità e i costi economici e sociali per prevenirla e reprimerla.

Ora il punto chiave della riflessione che dovrebbe emergere da un Convegno così prestigioso, al quale giustamente sono stati invitati assieme agli architetti e agli urbanisti anche i filosofi, non può limitarsi a stabilire se costruire una strada o un centro commerciale e dove farli. Ma la riflessione creativa imprescindibile per conservare la competitività del sistema sarà: da quali problemi iniziare per (prima) pensare (e poi fare) le strutture materiali della città mutante di domani? Si può ancora mettere al centro dello sviluppo l’industria? O forse le nostre attività di base (quelle da esportare per accrescere il nostro reddito) sono piuttosto la fornitura di servizi, la tecnologia, l’istruzione e la ricerca, l’arte e la cultura, settori in cui possiamo sperare d’essere competitivi? La ricomposizione di un territorio e di un’agricoltura devastati, nonché la valorizzazione dei patrimoni culturali non consentirebbero forse di competere con i paesi emergenti? Dal convegno di Padova non attendiamo risposte definitive, ma stimoli a pensare in modo nuovo.

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