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gen 30, 2017
Corrado Poli

AMMINISTRATIVE VENETO 2017

Programmi e coalizioni

Lao Tze sosteneva che ogni grande viaggio comincia con un breve passo. Seneca gli obiettava che nessun vento è favorevole al navigante che non sa dove andare. A queste metafore dovrebbero ispirarsi i programmi elettorali per le prossime amministrative che a primavera riguarderanno importanti Comuni veneti. L’autonomia decisionale dei Comuni è sempre più limitata. La finanza e le decisioni locali dipendono sempre più dallo Stato. Si riduce di conseguenza la possibilità di fare crescere classi dirigenti innovative sulla base di progetti, iniziative e modelli amministrativi originali elaborati localmente ma ispirati dalla cultura globale.

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dic 6, 2016
Corrado Poli

E SE RENZI AVESSE VINTO?

Adesso il referendum veneto!

A favore del Sì c’era soprattutto la possibilità di rompere l’inerzia dell’immobilismo e innescare il cambiamento. Inoltre di conservare il Governo attuale per un altro anno in modo da avere tempo di costruire una maggioranza e un’opposizione coerenti in un Parlamento finalmente legittimato da una nuova legge elettorale.

Questa modesta e pressoché innocua riforma – incomprensibile dalla stragrande maggioranza degli elettori – è stata rigettata con motivazioni contingenti (politiche) ed emotive. Il referendum di fatto s’è trasformato in un Sì o un No sul Governo che comunque ha raccolto un consenso non irrilevante del 40%. Il Capo del Governo aveva ricevuto il mandato di riformare la Costituzione dal Presidente della Repubblica al momento dell’incarico. Ci si è impegnato in tutti i modi fino al sacrificio finale con coraggio e determinazione. A parte qualche furbata politica, ha dimostrato una freschezza e una trasparenza comunicative che non hanno precedenti in Italia. Alla fine, avendo personalizzato il voto, ha ottenuto da solo oltre il 40% dei voti, quasi tutti spendibili per presentarsi come candidato premier alla guida di una grande coalizione. Il 60% ha vinto insieme nell’essere “contro” per motivi diversi, più o meno nobili, ma non potrà mai presentarsi unito alle elezioni.

Qui finiscono gli elogi. La Costituzione recita che può essere riformata dal Parlamento in via definitiva con i 2/3 dei voti, altrimenti cittadini e parlamentari possono richiedere un referendum. Questa norma serve a incoraggiare i legislatori a approvare modifiche solo a larga maggioranza per evitare di fare discutere al popolo – ignaro del diritto – temi complessi. Ricordiamo che la Costituzione del ‘48 fu scritta e approvata senza alcun ricorso al voto popolare diretto che non era nemmeno previsto. La saggezza avrebbe richiesto di soprassedere alla riforma se non si fossero ottenuti quei 2/3. Tanto più che il Parlamento in carica, pur legittimato dal principio della continuità delle istituzioni, è stato eletto con una legge dichiarata non costituzionale. Di conseguenza è poco rappresentativo in generale, ma in particolare lo è per varare una pur modesta Riforma Costituzionale. La dubbia rappresentatività di fatto del Parlamento è stata dimostrata dal voto del 4 dicembre. Questo deve fare pensare che la governabilità è un valore, ma senza un’adeguata rappresentanza non si va da nessuna parte. A meno che non si elimini la democrazia. La qual cosa sembra un’opzione oggi entrata nell’immaginario del popolo e vagheggiata da vari leader occidentali post-democratici che ritengono che si possa comandare senza opposizione, senza dialogo e senza contro-poteri.

 Con questo continuo ad apprezzare la coerenza e il coraggio del Primo Ministro. Le sue leali e pronte dimissioni potrebbero essere il trampolino di lancio per una leadership legittimata dalle elezioni. Allo stesso tempo comprendo il No politico delle opposizioni, mentre ho molti dubbi sul comportamento di chi aveva votato la riforma e poi l’ha affossata nel referendum per motivi personali o pretestuosi.

Un motivo di soddisfazione per la vittoria del No lo si può trovare nella bocciatura di una riforma che ancor più di quelle precedenti (firmate anche dalla Lega) riduceva l’autonomia delle Regioni. Ora può essere ripreso con maggior vigore il discorso istituzionale dell’autonomia collegato a nuove forme di rappresentanza e ad aggregazioni politiche inedite.

nov 19, 2016
Corrado Poli

REFERENDUM; SÌ, NO E … TRUMP

ATTORI, SCIENZIATI, ACCADEMICI: perché schierarsi? 

Benigni è un attore e recita la parte del Sì! Mannoia è una cantante e recita quella No. Rientra nel loro mestiere recitare per chi li paga e per compiacere il proprio pubblico. Lo stesso vale per Madonna e Eastwood oltre Oceano … se poi credono anche a quello che dicono, buon per loro, ma la cosa è politicamente irrilevante.
Meno accettabili sono invece scienziati famosi che ritengono opportuno mettersi a disposizione di una parte senza specifiche conoscenze in materia di Costituzione e di Governo. Queste prese di posizione sono inopportune e fanno male alla scienza poiché inducono il popolo a diffidare e a credere che anch’essa risponda a logiche di parte! Ogni volta che un rinomato medico si espone politicamente per il Sì, aumenta il numero di chi non si vaccina. E ogni volta che un fisico di fama sostiene il No, qualcuno penserà che il nucleare sia in effetti sicuro e “chissà cosa c’è sotto”.
Ma peggio di tutto sono i Costituzionalisti, gli ex membri della Corte Costituzionale e quelli che aspirano a essere nominati. A loro si aggiungano osservatori e studiosi di politica a cui l’accademia o la professione richiederebbe un’etica di terzietà. Invece non sanno o non vogliono astenersi dallo schierarsi su una mediocre riforma costituzionale, priva di ogni drammaticità sostanziale. O forse non possono esimersi dal servire o lambire qualche padrone perché hanno debiti di riconoscenza o speranze di carriera.
Gli accademici e gli studiosi si dovrebbero esimere persino dall’esprimere opinioni. Al più si permettono di fare emergere timidamente la propria preferenza con ragionamenti e argomenti. Solo così conservano la verginità politica in modo che ci si possa rivolgere loro con fiducia per comprendere prima che per schierarsi. Ma oggi quasi tutti gli intellettuali sono organici e di parte. Prima scelgono la parte e poi costruiscono l’argomento, invece che il contrario. La conseguenza è che gli argomenti sono sempre più deboli e le appartenenze più determinanti. Gli intellettuali dovrebbero limitarsi a spiegare le alternative. Invece firmano appelli, vanno in televisione; fanno dibattiti e comizi! Poi ci lamentiamo se nessuno più crede all’indipendenza della scienza, delle accademie e della cultura! Poi ci lamentiamo che il popolo vota personaggi come Trump – e Salvini e Le Pen e Farrage ecc. – che irridono alla cultura e agli intellettuali …

P.S.: Ci sono due valide obiezioni a quanto ho scritto. Qualcuno potrebbe correttamente sostenere che talora l’intellettuale deve anche schierarsi. Sono il primo a credere in questo atteggiamento: ma sui temi fondamentali non ogni volta anche per modesti per quanto discutibili cambiamenti. Naturalmente qui ho espresso un’opinione e non un argomento: qualcuno potrebbe sostenere che il tema della modifica alla Costituzione sia cruciale. Ma io non sono né famoso né qualificato nella materia e fino a un certo punto posso permettermi un po’ di superficialità. L’altra obiezione è che esiste una tradizione retorica in cui la verità emerge da un dibattito tra “avvocati” di diverse parti. Non amo molto questo metodo per la ricerca del consenso e della verità. Tuttavia, riconosco a esso un senso, ma solo se viene assunto in modo esplicito. Invece, lo si adotta facendo finta che si discute “pro veritate” come ci siamo abituati a fare nella scienza e nella cultura moderna che aveva previsto e ottenuto accademie indipendenti dalla politica come strumento di libertà e democrazia. Un ricordo del passato ormai!

nov 13, 2016
Corrado Poli

LA CRISI VENETA E L’AUTONOMIA

UNA SVOLTA ALLE ELEZIONI DI PRIMAVERA?

Un kebab mal digerito non basta a spiegare la caduta del Sindaco di Padova. La dismissione del salviniano Bitonci va inquadrata nel più ampio contesto della politica veneta e nazionale. Tra sei mesi andrà alle urne Verona, capitale economica della regione e laboratorio di mutamenti politici. Voteranno anche Belluno e Cortina dove saranno gestiti importanti finanziamenti legati ai mondiali di sci e al turismo in generale. A proposito di turismo, ci saranno elezioni anche ad Abano il cui neo-eletto Sindaco è finito in carcere. Dopo il referendum nemmeno il governo potrebbe godere di buona salute.

Con l’aggiunta di Padova, l’appuntamento elettorale di primavera diventa cruciale per la politica regionale. Anche perché tutto questo avviene in sincrono alla grave crisi del sistema produttivo e finanziario veneto, ben più devastante dell’isterismo di un leghista di periferia. È difficile pensare che la crisi dell’economia veneta non condizioni la politica regionale che oggi gravita attorno alla Lega di Zaia in continuità con il ventennio Galaniano. Se non si coglierà l’opportunità di un tempestivo passaggio a un nuovo sistema politico ed economico, il Veneto non uscirà dalla palude in cui è arenato. Una nuova classe dirigente ha la possibilità di affermarsi solo attorno a un progetto politico. La crisi padovana, attribuita superficialmente al solo carattere e all’incapacità del Sindaco, va letta come la conseguenza concreta dello sconvolgimento dei vecchi equilibri provocato dalla crisi finanziaria e industriale che affligge tutta la politica regionale.

Ma il nuovo quadro politico-economico è molto più complesso da comprendere e analizzare a causa dell’anomalia veneta rispetto all’Italia. Il PD veneto è strutturalmente minoritario e i ripetuti tentativi di aprirsi al centro e alla destra non hanno mai ampliato il suo consenso elettorale. Si è perciò integrato per altra via negli equilibri di governo. Altrettanto deboli sono i Cinque Stelle che per ora non raggiungono né i numeri né la visibilità che hanno a livello nazionale. Nemmeno per loro la strategia adottata a livello nazionale è vincente nel Veneto.

In un sistema bloccato e in assenza delle classiche contrapposizioni politiche, la crisi veneta si esprime soprattutto con il risvegliarsi delle spinte autonomiste trasversali agli schieramenti. Questa è una costante della politica veneta. Non ha finora sortito effetti evidenti e immediati, ma ha sempre influito sugli equilibri. Di conseguenza, al di là delle modeste strategie locali su cui costruire il consenso, le elezioni di primavera lasciano presagire una nuova stagione della politica veneta. La posta in gioco è l’uscita dalla crisi e la formazione di un nuovo nucleo dirigente. L’obiettivo autonomista potrebbe essere il catalizzatore di alleanze e persone in grado di elaborare le strategie necessarie alla rigenerazione di un tessuto sociale e politico che ha fatto il suo tempo. L’alternativa è che tutto resti com’è accontentandosi di affondare il più lentamente possibile ammazzando la noia discutendo di kebab e immigrati.

ott 26, 2016
Corrado Poli

La vergogna di Goro

La crisi dei rapporti tra centro e periferia

Il comportamento degli abitanti di Goro e Gorino ad accogliere undici donne in cerca di casa va giudicato senza mezzi termini vergognoso. Ma un’analisi seria deve tenere conto di tutte le circostanze che attenuano le responsabilità senza eliminarle. La moralità delle persone e i sentimenti umani non sono solo la conseguenza dell’educazione e della cultura. Sono anche l’espressione di un’innata disposizione d’animo e perciò dei nostri comportamenti incivili siamo personalmente responsabili.

I miserabili (da un punto di vista morale) abitanti di Goro si sono esposti alla gogna mediatica per avere reagito nel modo meno opportuno e più egoista a un’emergenza umanitaria. A causa della mancanza di cultura, il linguaggio volgare, superficiale e razzista della Lega ha fatto facilmente presa facendo credere loro non solo di essere vittime, ma anche che i metodi sovversivi siano l’unico modo per ottenere risultati. Le parole proferite nel corso degli anni dai vari Bossi, Salvini, Calderoli, Borghezio hanno prodotto questi effetti anche su persone che altrimenti si sarebbero comportati in modo sia umano sia opportuno.

Un’altra attenuante va cercata nel comportamento del Prefetto il quale ha agito in modo autoritario affermando che Goro fa parte dello Stato e ne deve accettare le decisioni. Dimentica il Prefetto – anch’egli per mancanza di cultura politica e giuridica – che le autonomie locali sono riconosciute dalla Costituzione e che la sua è un’autorità burocratica non rappresentativa. Un’adeguata comunicazione e una maggiore collaborazione con le autorità locali forse avrebbe consentito di evitare la vergogna di Goro.

Peccato che i corpi politici intermedi – autonomie locali, partiti, rappresentanti – siano in via di estinzione e sono sostituiti da leader vocianti.

Uno dei problemi politici odierni sta proprio nella debolezza di un potere politico locale capace di collaborare con le autorità statali, riconoscendole da un parte e venendone rispettato dall’altra.

La Lega, invece di abolire i Prefetti come sbraitava quasi quarant’anni fa, ha consentito loro di acquisire un potere sempre maggiore a danno degli enti locali elettivi e di una politica locale davvero rappresentativa in grado di dialogare con lo Stato stando in periferia. Invece oggi tutto si risolve in eventi mediatici guidati dalle parole di leader più o meno responsabili! E i cittadini anziché confrontarsi con personale politico competente e legittimato, credono che i problemi si risolvano con … le fiaccolate …

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