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nov 22, 2011
Corrado Poli
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DAL CASO MONTI AI GOVERNI TECNICI LOCALI: UNA NUOVA POLITICA?

dal Corriere del Veneto

Il governo Monti sollecita alcune riflessioni sulle amministrazioni locali, soprattutto del Veneto. Si sostiene che il nuovo governo sia “tecnico”. Il premier e i ministri non hanno diretti legami né con i partiti né con gli elettori. Questo comporta uno spostamento del potere dal governo al parlamento, l’organo più legittimato dalla rappresentanza popolare. Lo spostamento va in controtendenza a un processo di indebolimento degli organi rappresentativi rispetto a quelli esecutivi. Il fenomeno è noto e riguarda le democrazie occidentali da almeno trent’anni. Poiché la rappresentanza costituisce il cardine della politica, per certi versi questo è un governo più politico d’ogni altro perché controllato dal Parlamento. Certo, sarebbe stato meglio un Parlamento eletto con una legge migliore, ma questa è un’altra questione.

La novità italiana può essere estesa e compresa meglio se spostiamo il ragionamento ai Comuni e ai loro organi. Il Sindaco è eletto direttamente dai cittadini, ma gli assessori (il governo) – nei comuni maggiori – non possono essere anche consiglieri. Si pensò a questa incompatibilità per dare alle giunte un contenuto tecnico e consentire al Sindaco di nominare persone competenti e di prestigio per l’amministrazione del Comune. Grazie al premio di maggioranza di cui godono le liste vincenti e agli ampi poteri che gli sono assegnati, il sindaco è chiamato a rispondere delle azioni degli assessori che a loro volta rispondono solo a lui. Agli esordi di questa nuova struttura delle istituzioni comunali si registrarono vari casi in linea con questa impostazione. Ricordo ad esempio la prima giunta di Cacciari a Venezia. In seguito, nella stragrande maggioranza dei comuni grandi e piccoli è prevalso un comportamento formalmente consentito dalle norme, ma in contraddizione con lo spirito della legge. Infatti è diventata prassi quasi generalizzata (e dichiarata) da parte dei sindaci di nominare assessori quei candidati che prendono più preferenze per l’elezione al consiglio.

La conseguenza è deleteria per l’amministrazione locale che dovrebbe essere la palestra della politica. Parte della decadenza italiana, soprattutto per quanto concerne il governo del territorio, lo si deve a questo malfunzionamento delle istituzioni, da pochi notato. Anzitutto si indebolisce il ruolo, già di per sé mortificato, degli organi rappresentativi quali sono i consigli. Se i membri più votati si dimettono per diventare assessori, tradiscono il mandato degli elettori. Sono poi sostituiti da persone con minore rappresentatività e quindi meno capaci di controllare politicamente l’azione di un Sindaco quasi plenipotenziario e drogato da una maggioranza premiata.

Il modello Monti potrebbe essere esteso alle amministrazioni locali, in questo caso in conformità allo spirito della legge, visto che la sovranità popolare è garantita dal sindaco. La partecipazione all’amministrazione cittadina di assessori privi di rappresentatività politica, ma scelti per le loro competenze consentirebbe un miglioramento delle amministrazioni, una maggiore creatività, l’introduzione di innovazioni utili. Sarebbe anche economico poiché si sfrutterebbero professionalità e prestigio di persone disposte a contribuire alla cosa pubblica. Infatti, se assunte come consulenti, riceverebbero cachet ben più elevati che la magra indennità. I consigli comunali, dove sarebbero presenti i rappresentanti più votati e quindi con un diretto collegamento con i cittadini, guadagnerebbero in prestigio e  sarebbero in grado di indirizzare e controllare meglio l’azione del Sindaco. La politica tornerebbe nelle istituzioni comunali anziché in salotti o sedi di partiti delegittimati.

nov 22, 2011
Corrado Poli
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INSICUREZZA E NUOVO SVILUPPO

Alcune paure ataviche degli italiani che dimostrano una situazione a cui si reagisce male

(Editoriale del Corriere del Veneto)

Rientrato all’aeroporto di Venezia dopo un soggiorno all’estero non posso fare a meno di notare alcuni tipici comportamenti di noi veneti. Da una parte mi suscitano un sorriso, non potendomene considerare immune, dall’altra inducono a qualche amara considerazione. Da alcune piccole cose emerge un senso di insicurezza che ci pervade e al quale da tempo non reagiamo. Già al ritiro bagagli percepisco una condizione di ansia. I viaggiatori si aspettano che la loro valigia non apparirà mai sul nastro così che quando la vedono ne restano piacevolmente sorpresi e festeggiano l’evento considerandolo eccezionale. Arrivato all’ascensore, premo il bottone per scendere e si accende regolarmente la luce che indica la chiamata. Eppure, ogni altra persona che arriva schiaccia ogni pulsante visibile e lo fa energicamente più volte: quello in discesa, dove deve andare, ma (non si sa mai) anche quello in salita. Appena arriva, tutti entrano nella prima porta che si apre senza curarsi se l’ascensore stia salendo o scendendo: l’importante è prendere un posto che si teme di perdere. Se poi si va a comprare qualcosa, ovunque la domanda rituale e angosciosa è: “ha moneta?”, una richiesta sconosciuta all’estero dove si presume che la quantità di monete resti grosso modo in equilibrio. Ma da noi incombe il retaggio degli anni settanta quando la moneta sparì e tutti ne facevano incetta. I clienti veneti, con la consueta gentilezza, collaborano con i gestori impelagandosi in astrusi calcoli per favorire la riduzione delle monete necessarie a completare la transazione. Gli stranieri non capiscono e pensano che si tratti di un utile esercizio mentale. Un altro segno di insicurezza lo registro alla fermata dell’autobus. Sebbene siamo in quindici ad aspettare, sia chiaramente scritto “fermata”, e senza ombra di dubbio l’autista dell’autobus non passa di lì per caso … al vedere approssimarsi l’autobus tutti alziamo la mano perché pervasi dall’atavico timore che tiri dritto!

Si potrebbero aggiungere altri esempi, ma con le mie osservazioni intendo sottolineare una situazione di disagio e sconforto che dalle piccole cose si trasferisce alle grandi. Fino a una ventina d’anni fa l’atmosfera era diversa: il modello dei veneti erano paesi, forse un poco mitizzati, come l’Austria, dove si immaginava che tutto funzionasse alla perfezione. Rispetto a oggi si aveva la convinzione di non essere da meno e di potere presto colmare il gap. Impegnato com’ero nella ricerca economica e sociale, mi rendevo conto dei progressi nel gusto, nell’ordine e persino nei modi di fare sempre più civili e urbani di coloro che offrivano servizi. Ma questo progresso s’è interrotto e con esso la fiducia di vivere in un mondo affidabile e sicuro dove ci si aspetta che le cose funzionino a dovere. Oggi si parla di rilancio dell’economia e di nuovi investimenti per lo sviluppo. Un settore su cui concentrarsi dovrebbe essere la manutenzione, il funzionamento dei dettagli e il miglioramento dei servizi quotidiani, pubblici e privati. Un’impresa molto più titanica della costruzione di un ponte sullo stretto poiché richiede un cambiamento della cultura e la ricostruzione del desiderio di migliorarsi e migliorare la propria vita. Ma la sensazione di sicurezza sta alla base della fiducia e la fiducia è la radice dello sviluppo.

set 20, 2011
Corrado Poli
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Veneto City? Mi arrendo, basterà farlo ecologico!

 

editoriale Corriere del Veneto 17 settembre 2011

A questo punto vale la pena realizzare il mega-centro commerciale di Veneto-City traPadova e Venezia. In tutta l’Europa ricca e in Nord America, ogni volta che siprospetta la realizzazione dell’ennesimo centro commerciale, si sollevano le protestepopolari ambientaliste. Il più delle volte il centro viene realizzato lostesso: in Italia, quasi sempre; nel Veneto sempre! Succederà anche per VenetoCity e per tutti gli altri in lista d’attesa. Non c’è speranza. Soprattutto sel’opposizione a queste brutture si muove nel modo inconsistente,contraddittorio e opportunistico a cui siamo abituati.

Nel casodi Veneto City c’è qualche ragione in più per rassegnarsi. Ormai sono statedevastate le campagne e costruita un’abbondanza di strade che ha portato untraffico adatto a servire il nuovo centro commerciale. Il territorio è già compromessoe oggi, anziché opporsi, vale la pena impegnarsi a costruire il complesso nelmigliore dei modi possibili. Piuttosto che sgradevoli capannoni, si potrebberorealizzare fabbricati piacevoli e magari li si potrebbe definire “sostenibili”passando una simbolica quanto superficiale mano di verde. Sarebbe un modo di agirepiù onesto ed efficace.

Leproteste che accomunano il Sindaco di Padova, i commercianti e gliambientalisti, rappresentano invece una liturgia conosciuta il cui esito èscontato. Parteciparvi pensando che le cose possano finire diversamente dalla realizzazionedi Veneto-City è come andare alla funzioni del Venerdì Santo sperando che questavolta crocefiggeranno Barabba. Le proteste hanno il solo scopo di ottenerequalche beneficio collaterale. Rappresentano oculati esercizi di potere daparte di chi ha qualche interesse a gestirle. I cittadini ambientalisti,invece, si oppongono con tanta sincerità quanta inettitudine. Organizzanocomitati che si premurano di dichiarare “a-politici”, così da tranquillizzare immediatamentechi potrebbe temere ricadute sulle istituzioni delegate a prendere le decisionifinali. Al più si appigliano a cavilli burocratici e legislativi. Ma anchequesto è inutile. Come s’è visto di recente, oggi la legge non soccombe perpochi voti dopo una discussione tra maggioranza e opposizione: le leggi sonosvuotate di senso e, anziché esprimere principi validi e duraturi, esserecaratterizzate dall’astrattezza e dalla generalità, vengono adattate allasituazione contingente, “ad personam, adaziendam”, come si dice.

Laparola programmazione è stata cancellata dal vocabolario e i decisori nonconsiderano i piani linee guida a cui conformarsi, ma fastidiosi ostacoli daevitare. Perciò il sistema dell’autorizzazione delle opere procede a casacciotra conflitti di bassa lega, contraddizioni e irrazionalità. Il Sindaco diPadova s’oppone a Veneto City, ma costruisce una viabilità presso il casello diPadova ovest talmente attraente per i centri commerciali che gli imprenditoridel settore hanno già comprato i terreni. I commercianti si oppongono a VenetoCity, ma continuano a richiedere viabilità e parcheggi che li rendono competitivi.I cittadini dei comitati sono “a-politici” e contano meno di nulla, mentre i partitiambientalisti – apparentemente più integralisti e più concretamente settari –non riescono ad allargare il consenso e s’accontentano di ripetere le solitevuote parole ai loro (pochi) accoliti. A me resta la resa politica e il piùdivertente tentativo intellettuale di pensare a come rendere Veneto-City ilmigliore possibile piuttosto che sperare ancora di fermarlo.

ago 3, 2011
Corrado Poli

TAGLIAMO I SOLDI AI POLITICI: E POI?

editoriale del Corriere del Veneto 21 luglio 2011 

John Ruskin sosteneva che non è mai conveniente pagare un prezzo troppo basso, perché un prezzo giusto conviene a tutti. Vale anche per la politica i cui costi oggi appaiono tanto esorbitanti quanto inutili. Ma il modo in cui viene posta la questione dei privilegi ai politici è ancor più sbagliato dei benefici di cui taluni ingiustamente godono. In questa pericolosa operazione di denigrazione della politica si inserisce la questione dell’abolizione delle province e, in generale, la riduzione degli organi rappresentativi. Il prefetto di Padova afferma che “il tema vero è ridurre i costi della politica e ridimensionare la macchina statale, il tutto recuperando efficienza”. Dubito che i prefetti siano legittimati a prendere posizione sui costi della politica, ma è loro competenza parlare da un punto di vista tecnico della macchina statale. Peccato che lo stato e l’amministrazione non siano solo macchine, e la politica riguardi in primo luogo le persone. Il prefetto, infatti, ha omesso la questione cruciale che riguarda la rappresentanza democratica dei territori e dei cittadini. Chi ha fiducia nella democrazia e nel popolo riconosce la necessità di sostenere il “costo” della rappresentanza. Per motivi etici, ma anche di opportunità visto che persino le democrazie più pasticcione si sono rivelate a lungo termine molto più efficaci degli stati totalitari e corporativi. Si invoca – spesso a sproposito – l’esempio della democrazia americana, ma ci si dimentica il numero, ai nostri occhi spropositato, di cariche elettive, referendum, consigli e assemblee che esso comporta nel governo locale.

Si parla di “casta dei politici”, ma le vere caste sono altre, dei cui privilegi ci si scandalizza meno: i dirigenti ministeriali, quelli degli enti locali, magistrati, universitari, ecc. Costoro sono praticamente inamovibili dalle loro posizioni e il loro potere sfugge al giudizio dei cittadini. Solo rappresentanti legittimati sarebbero in grado di limitare il potere di queste “caste” anche nelle amministrazioni locali. L’operazione di discredito della politica rafforza le corporazioni dalle quali il cittadino è escluso, mentre alla politica (per ora) può ancora partecipare. Questo avviene in nome di un risparmio che non si invoca per altri ben maggiori sprechi. Non si contano le opere pubbliche inutili e contestate promosse da caste alle quali i politici delegittimati di oggi si presentano con il cappello in mano piuttosto che con l’autorità e la dignità loro attribuita dal popolo.

Non è affatto vero che tutti i rappresentanti del popolo godono di eccessivi privilegi. Un Sindaco e un assessore comunale guadagnano meno dei loro dirigenti, e la loro indennità è sicuramente inferiore all’importanza del ruolo che svolgono. Soprattutto, la loro azione è direttamente soggetta al giudizio degli elettori che li possono mandare via quando vogliono. Preferiamo essere rappresentati da poche persone mal pagate, oppure credere nella democrazia e retribuire in modo equo rappresentanti eletti, legittimi e che godono della nostra fiducia?

Le province vanno certamente riformate, ma senza eliminare l’essenziale rappresentanza del territorio. Non dimentichiamo che la legge elettorale delle province è quanto di più partitocratico esista, ma si perde tempo a discutere di un’auto blu piuttosto che a costruire democrazia pensando nuove leggi elettorali e ad attribuire poteri efficaci agli organi rappresentativi. Togliendolo alle caste burocratiche.

lug 14, 2011
Corrado Poli

EGOISTA CHI SI OPPONE ALLE OPERE? NO, VOGLIA DI UN ALTRO SVILUPPO

Corrado Poli

La sindrome NIMBY in Veneto: ma cosa succede in realtà?

Quando un governo propone un’opera ad alto impatto ambientale è costretto a confrontarsi con le poteste dei cittadini sui quali peseranno danni e disagi. Nel Veneto si registrano, oggi i casi della centrale a carbone di Porto Tolle e del cementificio Italcementi di Monselice dichiarati inattuabili dalla magistratura. Chi è favorevole alla costruzione degli impianti rischiosi per la salute e per l’ambiente, invoca un acronimo di successo, il noto NIMBY che significa: “fate quello che volete purché non sia nel mio giardino” (not in my backyard), cioè lontano da casa mia. Con questo si sottolinea l’individualismo di chi non accetta sacrifici nell’interesse della collettività. Di conseguenza gli attivisti dei comitati contro TAV, cementifici e inceneritori, centrali a carbone in aree protette, ecc. vengono stigmatizzati come egoisti che badano soltanto al proprio tornaconto.

In effetti, chi studia il problema della scelta pubblica in condizioni di rischio ambientale conosce i gravi e insoluti problemi di giustizia che essa implica. Limitarsi ad accusare di egoismo chi si oppone ad alcune opere in nome della tutela della propria salute e di quella della collettività è riduttivo e corrisponde solo in parte alla verità. Chi usa la frase “non nel mio giardino” alla leggera chiaramente non è a conoscenza dei termini di un difficile problema politico e scientifico. I movimenti sostengono che, se l’impianto a rischio non va bene nel “mio giardino”, non esiste alcuna ragione perché debba essere collocato in quello di un altro! Per esempio, chi non vuole nel proprio territorio rifiuti e scorie nucleari, non è affatto favorevole a mandarli altrove, ma lotta perché se ne producano di meno o affatto. Per esempio, il Presidente Zaia ragiona in termini “nimby” quando a Roma fa il nuclearista e nel Veneto si oppone, ma gli ambientalisti sono contrari al nucleare in qualsiasi posto.

Se si parte dal principio che la crescita economica è prioritaria rispetto ai rischi per la salute e per il paesaggio, prendersi alcuni rischi sarebbe giustificabile. Quando si costruì l’autostrada del sole e altre grandi opere tra il 1950 e gli anni ottanta, non ci furono le poteste di oggi. Le infrastrutture materiali servivano e davano lavoro a migliaia di italiani che misero in moto la grande trasformazione. I rischi erano minimizzati (vedi Vajont) e pochi se ne preoccupavano. Ora il paese è cambiato e la sensibilità comune è contraria a queste violenze sulla natura. I cittadini richiedono sia pure ancora confusamente un diverso modello di sviluppo. Situazioni simili a quelle di Val di Susa, Monselice e Porto Tolle sono la normalità in tutta Europa occidentale dove ogni giorno s’ha notizia di tafferugli ambientalisti e di opere bloccate. Il “nimby” c’entra poco ormai, e si tratta invece della proposta di un nuovo modello di sviluppo. Invece, anziché seguire una domanda crescente, imprenditori vecchi cercano di imporre la loro offerta obsoleta che porta a disoccupazione, immigrazione e povertà. E umilia quella democrazia e quel libero mercato grazie ai quali i loro padri riuscirono a realizzare idee innovative. Oggi i loro figli chiedono aiuto allo Stato, chiamano la polizia e cercano di cambiare le leggi volute da cittadini che considerano egoisti per il solo fatto di difendere la propria salute e il territorio di tutti. In democrazia è la domanda di mercato che guida l’economia. Il modello opposto sarebbe la fallimentare pianificazione sovietica, in cui si impone un’offerta decisa dall’alto, la quale rassomiglia all’imposizione di centrali, di fabbriche inquinanti e mega strutture, alla faccia del libero mercato!