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ago 3, 2011
Corrado Poli

TAGLIAMO I SOLDI AI POLITICI: E POI?

editoriale del Corriere del Veneto 21 luglio 2011 

John Ruskin sosteneva che non è mai conveniente pagare un prezzo troppo basso, perché un prezzo giusto conviene a tutti. Vale anche per la politica i cui costi oggi appaiono tanto esorbitanti quanto inutili. Ma il modo in cui viene posta la questione dei privilegi ai politici è ancor più sbagliato dei benefici di cui taluni ingiustamente godono. In questa pericolosa operazione di denigrazione della politica si inserisce la questione dell’abolizione delle province e, in generale, la riduzione degli organi rappresentativi. Il prefetto di Padova afferma che “il tema vero è ridurre i costi della politica e ridimensionare la macchina statale, il tutto recuperando efficienza”. Dubito che i prefetti siano legittimati a prendere posizione sui costi della politica, ma è loro competenza parlare da un punto di vista tecnico della macchina statale. Peccato che lo stato e l’amministrazione non siano solo macchine, e la politica riguardi in primo luogo le persone. Il prefetto, infatti, ha omesso la questione cruciale che riguarda la rappresentanza democratica dei territori e dei cittadini. Chi ha fiducia nella democrazia e nel popolo riconosce la necessità di sostenere il “costo” della rappresentanza. Per motivi etici, ma anche di opportunità visto che persino le democrazie più pasticcione si sono rivelate a lungo termine molto più efficaci degli stati totalitari e corporativi. Si invoca – spesso a sproposito – l’esempio della democrazia americana, ma ci si dimentica il numero, ai nostri occhi spropositato, di cariche elettive, referendum, consigli e assemblee che esso comporta nel governo locale.

Si parla di “casta dei politici”, ma le vere caste sono altre, dei cui privilegi ci si scandalizza meno: i dirigenti ministeriali, quelli degli enti locali, magistrati, universitari, ecc. Costoro sono praticamente inamovibili dalle loro posizioni e il loro potere sfugge al giudizio dei cittadini. Solo rappresentanti legittimati sarebbero in grado di limitare il potere di queste “caste” anche nelle amministrazioni locali. L’operazione di discredito della politica rafforza le corporazioni dalle quali il cittadino è escluso, mentre alla politica (per ora) può ancora partecipare. Questo avviene in nome di un risparmio che non si invoca per altri ben maggiori sprechi. Non si contano le opere pubbliche inutili e contestate promosse da caste alle quali i politici delegittimati di oggi si presentano con il cappello in mano piuttosto che con l’autorità e la dignità loro attribuita dal popolo.

Non è affatto vero che tutti i rappresentanti del popolo godono di eccessivi privilegi. Un Sindaco e un assessore comunale guadagnano meno dei loro dirigenti, e la loro indennità è sicuramente inferiore all’importanza del ruolo che svolgono. Soprattutto, la loro azione è direttamente soggetta al giudizio degli elettori che li possono mandare via quando vogliono. Preferiamo essere rappresentati da poche persone mal pagate, oppure credere nella democrazia e retribuire in modo equo rappresentanti eletti, legittimi e che godono della nostra fiducia?

Le province vanno certamente riformate, ma senza eliminare l’essenziale rappresentanza del territorio. Non dimentichiamo che la legge elettorale delle province è quanto di più partitocratico esista, ma si perde tempo a discutere di un’auto blu piuttosto che a costruire democrazia pensando nuove leggi elettorali e ad attribuire poteri efficaci agli organi rappresentativi. Togliendolo alle caste burocratiche.

lug 14, 2011
Corrado Poli

EGOISTA CHI SI OPPONE ALLE OPERE? NO, VOGLIA DI UN ALTRO SVILUPPO

Corrado Poli

La sindrome NIMBY in Veneto: ma cosa succede in realtà?

Quando un governo propone un’opera ad alto impatto ambientale è costretto a confrontarsi con le poteste dei cittadini sui quali peseranno danni e disagi. Nel Veneto si registrano, oggi i casi della centrale a carbone di Porto Tolle e del cementificio Italcementi di Monselice dichiarati inattuabili dalla magistratura. Chi è favorevole alla costruzione degli impianti rischiosi per la salute e per l’ambiente, invoca un acronimo di successo, il noto NIMBY che significa: “fate quello che volete purché non sia nel mio giardino” (not in my backyard), cioè lontano da casa mia. Con questo si sottolinea l’individualismo di chi non accetta sacrifici nell’interesse della collettività. Di conseguenza gli attivisti dei comitati contro TAV, cementifici e inceneritori, centrali a carbone in aree protette, ecc. vengono stigmatizzati come egoisti che badano soltanto al proprio tornaconto.

In effetti, chi studia il problema della scelta pubblica in condizioni di rischio ambientale conosce i gravi e insoluti problemi di giustizia che essa implica. Limitarsi ad accusare di egoismo chi si oppone ad alcune opere in nome della tutela della propria salute e di quella della collettività è riduttivo e corrisponde solo in parte alla verità. Chi usa la frase “non nel mio giardino” alla leggera chiaramente non è a conoscenza dei termini di un difficile problema politico e scientifico. I movimenti sostengono che, se l’impianto a rischio non va bene nel “mio giardino”, non esiste alcuna ragione perché debba essere collocato in quello di un altro! Per esempio, chi non vuole nel proprio territorio rifiuti e scorie nucleari, non è affatto favorevole a mandarli altrove, ma lotta perché se ne producano di meno o affatto. Per esempio, il Presidente Zaia ragiona in termini “nimby” quando a Roma fa il nuclearista e nel Veneto si oppone, ma gli ambientalisti sono contrari al nucleare in qualsiasi posto.

Se si parte dal principio che la crescita economica è prioritaria rispetto ai rischi per la salute e per il paesaggio, prendersi alcuni rischi sarebbe giustificabile. Quando si costruì l’autostrada del sole e altre grandi opere tra il 1950 e gli anni ottanta, non ci furono le poteste di oggi. Le infrastrutture materiali servivano e davano lavoro a migliaia di italiani che misero in moto la grande trasformazione. I rischi erano minimizzati (vedi Vajont) e pochi se ne preoccupavano. Ora il paese è cambiato e la sensibilità comune è contraria a queste violenze sulla natura. I cittadini richiedono sia pure ancora confusamente un diverso modello di sviluppo. Situazioni simili a quelle di Val di Susa, Monselice e Porto Tolle sono la normalità in tutta Europa occidentale dove ogni giorno s’ha notizia di tafferugli ambientalisti e di opere bloccate. Il “nimby” c’entra poco ormai, e si tratta invece della proposta di un nuovo modello di sviluppo. Invece, anziché seguire una domanda crescente, imprenditori vecchi cercano di imporre la loro offerta obsoleta che porta a disoccupazione, immigrazione e povertà. E umilia quella democrazia e quel libero mercato grazie ai quali i loro padri riuscirono a realizzare idee innovative. Oggi i loro figli chiedono aiuto allo Stato, chiamano la polizia e cercano di cambiare le leggi volute da cittadini che considerano egoisti per il solo fatto di difendere la propria salute e il territorio di tutti. In democrazia è la domanda di mercato che guida l’economia. Il modello opposto sarebbe la fallimentare pianificazione sovietica, in cui si impone un’offerta decisa dall’alto, la quale rassomiglia all’imposizione di centrali, di fabbriche inquinanti e mega strutture, alla faccia del libero mercato!

giu 16, 2011
Corrado Poli

LA CITTA’ MUTANTE

Intervento al Convegno “La città mutante”, Padova 14-15-16 giugno 2011
(pubblicato dal Corriere del Veneto del 14 giugno 2011)

… Per il veneto urbano del futuro serve l’immaginazione degli studiosi e non la ripetitività dei tecnici …

A Padova si terrà per tre giorni un importante convegno per discutere della città. L’obiettivo degli organizzatori è confrontare le metropoli internazionali con il Veneto. Se si vuole davvero uscire dalla crisi più lunga, sono necessarie idee nuove che producano un cambiamento strutturale piuttosto che superficiali aggiustamenti del presente.

Le città sono un misto di stabilità – luoghi abitati ininterrottamente da millenni – e di incessante rapido mutamento. Il Veneto non fa eccezione. Sessant’anni fa, Verona, Padova, Treviso, erano isole di marmi e mattoni circondate da villaggi di un mondo contadino immutato da secoli. In vent’anni, il Veneto divenne la terza regione industriale italiana e una delle più industrializzate d’Europa. Oggi, si auspicano ulteriori cambiamenti che i numerosi studiosi convocati a Padova presenteranno. Non è impresa facile: scrollarsi di dosso i pregiudizi e la ripetizione di concetti appassiti è una lotta esistenziale, spesso perduta, per ogni studioso. Ma nulla è più necessario. Agli studiosi non spetta il noioso compito di aggiustare il presente rendendolo conforme ai propri pregiudizi: questo è il compito dei tecnici. Gli studiosi, che nelle società più civili sono tenuti in grande considerazione, hanno il compito di immaginare con coraggio l’avvenire affinché gli imprenditori, i politici e i tecnici lo possano costruire. Da qualche tempo, segno di una crisi intellettuale prima che economica, s’è lasciato pensare ai tecnici cosa fare, attività a cui sono inadatti.

Il convegno di Padova sarebbe un’occasione perduta se si finisse per ripetere cliché antichi e parlare ancora delle infrastrutture e delle costruzioni del ventesimo secolo. Le telecomunicazioni non hanno ancora cambiato profondamente né la struttura fisica delle città, né i comportamenti umani quotidiani. Soprattutto non hanno modificato i flussi di spesa ancora concentrati sulle opere materiali per le quali operano lobby potenti non a sufficienza contrastate da studiosi incapaci di influire sulla pubblica opinione. Nemmeno l’inquinamento, dovuto tra l’altro al traffico e alla produzione di rifiuti, causa di milioni di tumori, è stato ancora inserito come priorità nel discorso politico e tecnico dominante sulla forma della città ancora incardinato su vecchie priorità di sviluppo. Persino la sicurezza meriterebbe un’attenzione nel pensare la forma urbis con lo scopo di ridurre, tramite il disegno urbano, i rischi dovuti alla criminalità e i costi economici e sociali per prevenirla e reprimerla.

Ora il punto chiave della riflessione che dovrebbe emergere da un Convegno così prestigioso, al quale giustamente sono stati invitati assieme agli architetti e agli urbanisti anche i filosofi, non può limitarsi a stabilire se costruire una strada o un centro commerciale e dove farli. Ma la riflessione creativa imprescindibile per conservare la competitività del sistema sarà: da quali problemi iniziare per (prima) pensare (e poi fare) le strutture materiali della città mutante di domani? Si può ancora mettere al centro dello sviluppo l’industria? O forse le nostre attività di base (quelle da esportare per accrescere il nostro reddito) sono piuttosto la fornitura di servizi, la tecnologia, l’istruzione e la ricerca, l’arte e la cultura, settori in cui possiamo sperare d’essere competitivi? La ricomposizione di un territorio e di un’agricoltura devastati, nonché la valorizzazione dei patrimoni culturali non consentirebbero forse di competere con i paesi emergenti? Dal convegno di Padova non attendiamo risposte definitive, ma stimoli a pensare in modo nuovo.

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