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ott 18, 2016
Corrado Poli

PARCHI NATURALI

editoriale del Corriere del Veneto 15-10-2016

Se i cinghiali battono l’uomo

C’è una differenza sostanziale tra i cinghiali che affliggono il Parco Colli Euganei e gli umani che lo gestiscono. I primi sono vincenti perché hanno una chiara strategia: mangiare e riprodursi quanto più possibile. I secondi sono privi di un’idea condivisa su come difendersi dall’abnorme proliferazione di questi animali. Il problema è stato lasciato crescere da anni al punto che il bilancio del Parco è arrivato a prevedere quasi un terzo di tutte le spese per far fronte a questa emergenza. È un vero scandalo le cui cause non si vogliono riconoscere.

 Il Parco Colli Euganei è sito in una zona popolata che non si presta alla presenza di animali selvatici se non in misura contenuta e non certo i cinghiali. La soluzione di istituire alcune zone “franche” in cui l’uomo si astiene dall’intromettersi nei processi naturali è considerata a scopi scientifici e di salvaguardia solo dove non ci sono insediamenti. Qualche area veneta si presterebbe, ma non il Parco Colli che oltre alla tutela della natura ha come obiettivo quella del paesaggio storico-culturale e della promozione di turismo e ricreazione. Tutto questo era previsto nel vecchio piano ambientale del Parco: la cosa più ovvia da fare sarebbe aggiornarlo e ragionare sugli obiettivi. Gestito con coerenza il Parco Colli sarebbe una risorsa strategica del turismo termale. I Sindaci di Abano e Montegrotto dovrebbero farsi promotori di una nuova integrazione tra Parco, turismo e terme.

La Regione da qualche anno cerca di riformare gli Enti Parco. Ma segue la sola via burocratica intesa a risparmiare invece che fissare obiettivi. Altri Parchi hanno conseguito risultati decorosi e talora brillanti. Il Parco Colli è andato perdendo qualsiasi capacità di iniziativa al punto che se ne parla solo per la piaga dei cinghiali o per la tutela del posto di lavoro di chi lo rischia perché non si sa cosa fargli fare. Con rare eccezioni, la dirigenza amministrativa del Parco è stata affidata a burocrati distanti dalle problematiche ambientali. Ancor peggio è andata per i dirigenti politici che sono stati collocati negli organi di governo al solo scopo di impedire i progetti innovativi che il Parco avrebbe potuto introdurre. E tutto questo mentre cresceva tra le popolazioni una superiore coscienza della necessità e della redditività della tutela dell’ambiente.

 Lo scandalo dei cinghiali – che è la conseguenza dell’ignoranza dei fini del Parco e degli strumenti tecnico-scientifici per attuarli – deriva anche dal decadimento del ruolo del Comitato Tecnico Scientifico che fino a dieci anni fa era composto da autorevoli esperti quali il Preside della Facoltà di agraria e poi Rettore dell’Università di Padova, da uno di più famosi medici igienisti del mondo, da docenti universitari di ecologia e sociologia di alto livello con esperienze internazionali. Oggi è un inutile orpello così che, invece di ragionare e studiare, si lasciano circolare opinioni generiche che vanno dalla sterilizzazione dei cinghiali (come se fosse facile) allo sterminio di massa, altrettanto complesso. Nell’attesa legge di riforma sarebbe opportuno costituire un Comitato Scientifico unico per tutti i Parchi che abbia le competenze adeguate a identificare obiettivi e metodi aggiornati da applicare alle aree protette. La questione cinghiali è la cartina di tornasole di un’incompetenza tecnica e culturale: una dirigenza tecnica e politica di un Ente Parco che da anni si fa mettere in scacco dai cinghiali e si fa assorbire quasi un terzo del bilancio, non è accettabile.

ott 4, 2016
Corrado Poli

REFERENDUM

Politica ed emotività: la Costituzione c’entra poco

Giochiamo a fare i Costituzionalisti, ma tutti sappiamo che la partita è un’altra. Il referendum non sarà “sulla Costituzione”, ma sulla “riforma della Costituzione”! Mi spiego: non si accetterà o rigetterà una nuova Costituzione e il popolo – che è sovrano, ma non ha studiato Diritto Costituzionale – si esprimerà sull’opportunità che il Parlamento abbia cambiato alcuni aspetti importanti che però non alterano le caratteristiche fondamentali della Carta.

Oltre a una valenza Costituzionale di media importanza, il voto ne avrà soprattutto una politica e l’altra emotiva. Quella politica è un referendum improprio sul Governo Renzi, se non proprio sulla sua persona. In pratica uno dei normali pretesti per dibattere politicamente. Quella emotiva contrappone gli “immobilisti” contro gli “avventurieri” con un’ampia gamma di gradazioni intermedie. Tutti possono avere delle buone ragioni per approvare la modifica o per rigettarla su basi politiche ed emotive. Pochi hanno la competenza per esprimersi a favore o contro i nuovi meccanismi istituzionali ritenendoli più o meno efficaci. Si tratta di una materia molto tecnica e complessa che interesserà i giuristi i quali, al momento opportuno, saranno chiamati a discutere “de jure condito” lasciando ai rappresentanti del popolo il compito di agire “de jure condendo”. Al più i giuristi potrebbero dare qualche consiglio, ma dovrebbero evitare di schierarsi in liste di firme e comitati prevedendo populisticamente (anche loro!) improbabili catastrofi o vanagloriose palingenesi.

COSTITUZIONE: UNA PARZIALE MODIFICA. La forma di Stato resterà sostanzialmente la stessa e la politica, cioè la cosiddetta Costituzione “materiale”, nel bene o nel male, non rischia di uscirne sovvertita a causa della riforma. Il Capo dello Stato, eletto dal Parlamento, non vede intaccate le sue prerogative di garante e continuerà a nominare i Capi di Governo e i Ministri che rispondono a lui e devono avere la fiducia del Parlamento. La stabilità del Governo non diventa assoluta poiché possono bastare alcune defezioni – sempre probabili in Italia – per richiedere un rimpasto, un nuovo Governo o andare a elezioni anticipate.

Non sarà una rivoluzione, se non per gli specialisti del diritto costituzionale che avranno il loro daffare a studiarsi i nuovi tecnicismi giuridici che non riguardano la politica. Chissà che questo tenga li occupati e li scoraggi dal partecipare militarmente schierati a mille dibattiti. Eviterebbero di vedere intaccata la loro credibilità che dovrebbe basarsi sull’imparzialità politica. Ma così non usa più nemmeno tra ex giudici costituzionali e accademici di rango!

Ben più cruciale, dal punto di vista della Costituzione materiale, è la legge elettorale sulla quale sarà davvero importante intervenire e discutere (politicamente) per favorire un’adeguata rappresentatività del  Parlamento.

LA VALENZA POLITICA. Una sconfitta nel referendum indebolirebbe il Governo. Abbastanza scontato quindi che le opposizioni invitino a votare “NO” reclutando ovunque l’esercito degli scontenti. Ora, la coerenza in politica è sempre stata l’optional che distingue il politico di lusso da quello base. Ma com’è possibile che chi ha più volte votato in Parlamento a favore della riforma adesso guidi i comitati contro di essa e contro il segretario del suo stesso partito?

Chi usa il referendum per fare cadere Renzi mi ricorda, in modo meno drammatico, l’attentato a Togliatti e Pajetta che ha la “geniale” idea di occupare la prefettura di Milano. Al che Togliatti, dal letto in cui giaceva ferito, ma lucido, gli mandò a dire: “E adesso, cosa pensi di fare?” Come dire non c’è futuro per la rivoluzione, così come non c’è oggi alternativa a Renzi se non la fantapolitica di un richiamo di Letta o qualcosa di simile. Oppure le elezioni anticipate che rischiano di portare al governo i Cinque Stelle i quali, vista l’esperienza romana, sarebbero i primi non volerci andare per ora. Ma la politica è sempre in movimento e quel che può apparire possibile oggi diventa inimmaginabile domani. 

LA VALENZA EMOTIVA. Potrebbe sembrare meno importante del rilievo politico e costituzionale del referendum. Ma non è così. Al di là dei cavilli giuridici e delle modifiche sostanziali, ma non sovversive di cui si parla e che pochissimi realmente conoscono, il Paese si spaccherà tra gli “immobilisti” e gli “avventurieri“. I primi – soprattutto anziani, ma non solo – sono refrattari a ogni cambiamento. I secondi giudicano il cambiamento un bene di per sé. I due estremi sono macchiette, ma nei livelli intermedi degli uni e degli altri si specchiano due Italie e due stati emotivi che danno luogo a diversi consensi elettorali. Renzi rappresenta l’ottimismo, forse superficiale, dei giovani (che votano in misura limitata per il PD), la voglia di cambiare e il coraggio di rischiare. Che poi pochi gli credano e molti pensino che si tratti solo di una facciata per nascondere la vera anima moderata e conservatrice (o appena riformista) è verosimile. Ma è un altro discorso. Gli immobilisti sono i rappresentanti della conservazione, coloro che in quasi mezzo secolo di politica attiva non sono riusciti a cambiare nulla. Il meglio che si può dire di loro è che hanno talora dimostrato capacità tecniche e contribuito ad arginare, con gli strumenti del potere giudiziario piuttosto che quelli del consenso, il tentativo confuso, velleitario e culturalmente povero della rivoluzione proto-populista di Berlusconi, Lega ed ex fascisti. Il peggio è che gli immobilisti hanno diffuso pessimismo e timori anche tra i giovani.

Tra gl immobilisti di fatto, ma avventurieri a parole, ci sono anche quelli che votano sempre contro. Tra questi ci sono molti elettori della Lega, del 5Stelle e della sinistra social-confusa.

I 5Stelle più progressisti e colti sono in imbarazzo tra politica e emotività. Politicamente hanno tutto il diritto e l’interesse dal proclamare un fermo NO di opposizione. Emotivamente invece sarebbero la forza politica più incline a un ottimistico SÌ favorevole a un cambiamento che potrebbe innescare quei cambiamenti che desiderano. Per loro trovare una soluzione logica è difficile.

E IO COSA VOTO? Dal punto di vista Costituzionale ed emotivo io sarei per l’approvazione delle modifiche alla Costituzione. Dal punto di vista politico ci devo pensare e comunque non mi esprimerò pubblicamente e con chiarezza, almeno per ora. La segretezza del voto è ancora un diritto costituzionale ed è anche un aspetto dell’etica dell’analista.

set 28, 2016
Corrado Poli

LE MULTE PER FAR CASSA

(Mio editoriale dal Corriere del Veneto 22 marzo 2009)

UN CONDONO AL CONTRARIO

Il Governo taglia i bilanci degli enti locali. I sindaci si arrangiano come possono. Alcuni sospettano che cerchino di reintegrare le risorse perdute elevando più contravvenzioni o cercando di riscuoterle con tutti i mezzi. Naturalmente le associazioni di cittadini e automobilisti si oppongono. Ribadiscono che occorre agire con la prevenzione e non con la repressione. Che non è etico usare le multe per finanziare il Comune. Hanno ragione. Hanno ragione tanto quanto coloro che criticano i condoni per gli abusi edilizi o per l’evasione fiscale più volte utilizzati dal Governo per fare cassa. L’eccessiva severità nel reprimere le violazioni alle regole del traffico a scopo di finanziamento può essere letto come un condono alla rovescia. Con il condono l’ente pubblico accetta denaro in cambio di maggiore permissività. Con le multe richiede denaro usando il proprio potere in modo repressivo, eccessivo e persino pretestuoso.

La repressione, incisiva fino alla presunta pretestuosità, è però più accettabile del condono che premia chi ha violato la legge. Un abuso dei condoni indebolisce l’autorità dello Stato e induce verosimilmente a nuove violazioni. Al contrario, le multe repressive portano – sia pure per una via sbagliata e odiosa – a un maggiore rispetto di esse. Tanto più che si tratta semplicemente di obbedire a norme di buona educazione (non parcheggiare, non inquinare) e di sicurezza (rispettare i limiti di velocità, avere il mezzo in condizioni adeguate alla circolazione). Salvo rari casi, il rispetto di qualsiasi norma del traffico non presume veri sacrifici. È vero che può capitare una multa ingiusta (a chi non è successo?). Ma si tratta pur sempre di un obolo, in genere, di modesta entità. A fronte comunque della violazione di una norma, per quanto stupida e imperfettamente rilevata.

La somiglianza speculare con il condono riguarda anche gli esiti nel tempo. Se dopo un condono se ne fa un altro e un altro ancora, lo Stato perde in autorità, ma può malevolmente sperare in un introito persino maggiore. Infatti, si può ragionevolmente pensare che i cittadini agiranno con maggiore leggerezza nel rispetto delle norme: ci potrebbe essere un altro condono in cambio di una somma modesta. Invece, la repressione delle violazioni del traffico, se riesce, ottiene l’effetto esattamente opposto. Funziona bene la prima volta. Ma, se funziona bene, la seconda volta ci sarà meno denaro da raccogliere: per evitare le multe, i cittadini saranno diventati più prudenti e rispettosi.

Le multe fiscali locali, entro certi limiti, non dovrebbero urtare più di tanto nemmeno gli integralisti della tolleranza e del rispetto del diritto. Molti hanno assolto lo Stato per i ripetuti condoni. Allo stesso modo, anzi con maggiori argomenti, si possono assolvere gli enti locali se adottano una temporanea severità per far quadrare il bilancio.

set 26, 2016
Corrado Poli

POLITICA ITALIANA

PD E CINQUE STELLE NELLA SFERA DI CRISTALLO

Dal populismo al programma. Il M5S sta giocando una partita dall’esito incerto: la trasformazione da movimento populista a partito progressista rappresentativo e dotato di un programma di riforme radicali sufficientemente condivise. Se questa evoluzione avrà luogo sarà un bene per tutto il Paese, anche per un Governo in precario equilibrio tra blande riforme e moderata conservazione. E gioverà all’intera Europa che all’Italia potrà ispirarsi.

L’identità sbiadita del PD. Il PD renziano, per ora saldamente al centro del sistema politico, ha bisogno di un’opposizione ben definita per acquisire un’identità che inevitabilmente sbiadisce quando si governa, soprattutto se in larga coalizione. Per questo, il Governo non ha alcun interesse ad affossare il M5S e a ostacolarne la crescita democratica e programmatica. L’alternativa sarebbe la destra europea “Trumpista”, LePenniana, Farragiana, di Salvini e Meloni eventualmente integrata dai residui di una Forza Italia ridotta al 7% i cui leader si riuniscono all’Ufficio Collocamento! Questa parte politica è al momento perdente, ma un crollo del M5S ne rafforzerebbe la componente più protestataria, più tradizionalista, meno istruita, più conservatrice e priva di possibilità di evoluzione.

Attivisti ed elettori a cinque stelleSecondo varie indagini a campione, il M5S raccoglie più degli altri partiti il voto dei giovani e di chi ha un livello di istruzione elevato. Gli attivisti appartengono a questa componente sociale progressista e illuminata i cui termini gli anziani non comprendono. In questo sono molto diversi dai leghisti (il cui elettorato è anziano quanto quello del PD e con un livello di istruzione persino più basso) e dalla destra populista. Costoro elogiano l’ignoranza (senza tirare in causa Erasmo) e le semplificazioni apprezzate dal loro elettorato. Ma una parte rilevante dei voti pentastellati proviene – soprattutto al Nord – anche dai delusi della destra e della Lega che potrebbero rientrare nei ranghi di un Salvini, di una Meloni o di un nuovo Berlusconi se il M5S si sfascia. Un ridimensionamento del M5S rimetterebbe in gioco una destra decrepita, egoista e xenofoba, ispirata al successo dei movimenti più reazionari d’Europa, ma che per fortuna in Italia invece versa in grave difficoltà.

Il M5S e la sinistraUn’altra parte consistente dei voti di protesta del M5S proviene da sinistra, in prevalenza ma non solo nelle regioni ex “rosse”. I movimenti contestatori degli anni sessanta e settanta, a un certo punto scomparsi come un fiume carsico, riaffiorano sotto diverse forme. Sono i principali attori della sostituzione della società di massa in quella degli stili di vita. Tra di loro prevale una componente elettorale ambientalista e tendenzialmente radicale ma insofferente alle ideologie e alle grandi organizzazioni, ancor meno ai partiti di massa. Il compito storico di questa sinistra sarebbe sostenere, per mezzo di ciclici travasi di voti, il M5S per evitare una deriva a destra. Costringerebbe così il PD governativo a praticare la via di (moderate) riforme, pena una fatale perdita di consenso tra le parti più moderate di questa componente sociale ed elettorale. Il sostegno fluttuante da parte degli elettori potenziali di sinistra stimolerebbe l’introduzione nella futura piattaforma pentastellata di temi a loro più congeniali sapendo di dovere negoziare su altri punti che attirano un elettorato legato al linguaggio che un tempo era percepito come tipicamente di destra quale il mercato, il lavoro autonomo e la piccola impresa. E consentirebbe di evitare la xenofobia, le false soluzioni semplificate e i linguaggi violenti.

PD: che fare? Un PD – allargato al centro politico – si deve dimostrare sicuro di sé nella sua identità in un quadro conservatore di istituzioni e di strutture di potere sedimentate. Se leadership e militanti democratici accettassero serenamente questa personalità politica, avrebbero tutto l’interesse a che il M5S si evolva nella direzione indicata per il bene proprio e del Paese. Renzi e il suo entourage sembrerebbero averlo già compreso; meno probabile è che se ne siano resi conto i tradizionali elettori del PD (ancor più della Lega votato soprattutto dagli anziani), molti suoi compagni di partito e le antiche lobby ancorati a schieramenti e linguaggi politici del diciannovesimo secolo.

5Stelle: che fare? Per consolidarsi in termini istituzionali il M5S dovrà definire meglio: (a) un programma coerente e inclusivo per ottenere una maggioranza reale e non solo elettorale; (b) un sistema di democrazia interna trasparente ed efficace.

Il programma. Dissoltasi la società di massa, nessun partito che aspiri a un largo consenso può pretendere di rappresentare un elettorato omogeneo. Di conseguenza l’attenzione va fissata sulla legittimazione dei metodi decisionali più che sui contenuti specifici. Tuttavia il M5S può aggregare “emozioni” e contenuti innovativi intuiti soprattutto dai giovani in un programma radicale che finora s’è evitato di discutere per motivi di opportunità politica. Non era conveniente al PD, perché avrebbe perso elettori sinceramente di sinistra e ambientalisti che avrebbero trovato nel M5S molte risposte alle loro esigenze. Ma non lo era nemmeno per il M5S il cui elettorato è ancora fluido e raccoglie transfughi di sinistra e di destra, e in genere cittadini con sentimenti disparati. Adesso però è ora di procedere: l’economia della cultura, della ricerca e dell’innovazione; le professioni e gli stili di vita ispirati alla tutela ambientale, tolleranza e pacifismo, l’attenzione verso le manutenzioni anziché le grandi opere sostenute dalle vecchie lobby non possono che essere la base del programma del M5S. Anche la contrapposizione tra la scienza e le accademie ufficiali – troppo spesso compromesse con il potere e travolte da scandali che ne hanno indebolito l’autorevolezza – e nuovi filoni di ricerca che, per quanto ancora imprecisi e vaghi, seducono alcuni cittadini, costituisce un terreno di confronto essenziale tra i due schieramenti.

Il PD su questi temi si muove in modo impacciato nello svolgere la sua funzione conservatrice. Le sue contraddizioni interne si esplicitano nel sostenere a turno l’industria tradizionale, le vetuste accademie, le lobby varie che includono sindacati, associazionismo, ambientalisti e allo stesso tempo nuclearisti e sostenitori degli inceneritori, industria tradizionale, corpi di polizia e militari, la grande finanza, le cooperative ecc. come normalmente avviene in una democrazia pluralista. Il PD svolge l’utile funzione di mantenere la stabilità del Paese, ma non si può pretendere che l’asinello (simbolo del Partito Democratico americano – et absit iniuria verbis) galoppi verso strabilianti riforme.

La democrazia interna. Per legittimarsi il M5S dovrà darsi regole efficaci di selezione di candidati e leadership che comporterà un’articolazione interna del Movimento. L’evoluzione democratica sancirà il superamento della fase adolescenziale e costituirà il punto di volta del consolidamento del programma e del posizionamento politico pentastellato.

L’evoluzione della politica italiana: previsione o auspicio? Il M5S ha già intrapreso questo non facile cammino dall’esito incerto. Com’è accaduto a quasi tutti i movimenti radicali succederà che anche il M5S si scinderà in due componenti: da una parte i massimalisti non disposti ad alcun compromesso; dall’altra coloro disposti a dialogare e a fare qualche concessione e alleanza. Se dopo la spaccatura una delle due componenti – non import quale – resterà comunque maggioritaria e minacciosa per l’egemonia del PD, si realizzerà la dialettica tra conservazione e progresso auspicata in questo articolo. Altrimenti l’alternativa saranno l’autoritarismo di un regime o quel confuso populismo che sta creando gravi problemi a tutto l’Occidente.

set 16, 2016
Corrado Poli

IMMIGRAZIONE

Editoriale del Corriere del Veneto del 15 settembre 2016

INCERTEZZA A CINQUE STELLE.

Il Movimento 5 Stelle non ha ancora preso una posizione decisa sul tema dei migranti. Senso di responsabilità o imbarazzo? Gli elettori pentastellati hanno origini politiche e culturali molto variegate che li fanno reagire diversamente su un tema così divisivo e delicato. Non è facile per i loro leader trovare un’equilibrata mediazione. Inoltre il M5S in Veneto è più debole che in altre regioni proprio per la presenza della Lega i cui militanti si identificano con gli slogan anti-sistema e anti-immigrazione che da qualche tempo hanno oscurato quelli secessionisti. Il partito di Salvini, un quarto di secolo fa era un partito di giovani ora invecchiati. L’elettorato giovane vota M5S che riscuote consensi ampi a livello nazionale, ma nel Veneto appare debole per identità e progetti. In alcune regioni il M5S raccoglie una parte rilevante dell’elettorato di sinistra e ambientalista scontento della lunga egemonia della sinistra; nel Veneto riceve voti anche dai delusi di Lega e Destra. Ovvia quindi la tentazione a inseguire la Lega sui temi che le sono propri.

Per questo motivo il M5S deve fare attenzione a non cadere nel tranello di identificare la critica radicale al sistema con l’intolleranza xenofoba. Nel quotidiano la Lega governa con moderazione, e talora persino con buon senso, anche se resta responsabile del deterioramento morale e dell’accresciuta aggressività che un linguaggio discriminatorio e alcune azioni eclatanti diffondono in cambio di un superficiale consenso. Non ci sarà alcuno spazio politico per il M5S se sulla questione immigrazione nel Veneto inseguirà la Lega limitandosi a moderare il linguaggio e ad appellarsi a una generica solidarietà. Questa impostazione ha già penalizzato il PD che è spesso caduto in contraddizioni in varie campagne elettorali.

Il M5S è in una posizione privilegiata sul tema immigrazione. Se avrà coraggio, potrà intercettare una domanda politica inevasa. Da una parte dovrebbe dissociarsi dall’intolleranza, dall’ideologismo e dall’astrattezza della Lega. Dall’altra considerare l’incertezza di un PD indebolito dalle accuse, più o meno fondate, di eccessiva tolleranza e di sfruttare l’immigrazione grazie alle reti della solidarietà organizzata.

Non essendo compromesso né con la xenofobia strumentale né con il lassismo social-confuso, il M5S ha la possibilità di collocarsi in una posizione intellettualmente e politicamente equilibrata e intelligente. Da una parte potrà operare con la dovuta concretezza ed eventuale severità nei casi di illegalità e di resistenza all’integrazione senza essere accusato per qualsiasi cosa di razzismo e nazionalismo, come inevitabilmente avviene per la Lega e la Destra. Dall’altro, pur parlando un linguaggio di solidarietà, integrazione e arricchimento culturale, non sarà accusato di “buonismo” interessato, di esagerata tolleranza e in definitiva, di quelle contraddizioni in cui cade chiunque operi nel settore sempre con le stesse strutture e persone.

Se il M5S sceglierà la via di una proposta pacifica e innovativa, ma anche severa e rigorosa, sull’immigrazione contribuirà a cambiare un linguaggio sciatto e allo stesso tempo ad acquisire il consenso del suo giovane elettorato colto e non timoroso delle diversità che percepisce come opportunità. Diversamente il suo spazio politico nel Veneto si ridurrà ulteriormente poiché abbondantemente coperto da Lega e Destra.

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