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ago 12, 2016
Corrado Poli

IO STO CON ALEX?

Ma cosa significa davvero? E a quale storia ci riferiamo?

ALEX SCHWAZER: UNA STORIA TRISTE (da tutti i punti di vista”).
Anch’io sto con Alex … ma cosa significa?
Alex è una persona fragile come lo sono spesso quei giovani con un grande e unico talento che nelle mani di giovani immaturi dà loro un potere tanto enorme quanto effimero. Pensano di poterci contare per sempre e di risolvere tutti i problemi correndo più veloce, facendo al meglio quel che sanno fare divinamente.
Per questo le persone responsabili e mature che gli stanno attorno avrebbero dovuto tutelarlo. Invece lo hanno usato per dimostrare che (si) può andare forte anche senza doping. Consigliargli si smettere dopo il caso di Londra 2012 sarebbe stato saggio. Lo sport agonistico può fare male. Il ragazzo nella vita avrebbe potuto fare bene anche altre cose. Avrebbe potuto vivere una vita orgoglioso di avere confessato un errore dopo avere già vinto senza ombre, un’Olimpiade che nessuno gli avrebbe più tolta.
Dell’atletica si può (e a un certo momento si deve) fare a meno. Il coraggio di mettere da parte un grande talento è cosa da persone forti e ben consigliate.
I TECNICI puntano al risultato ed è giusto (entro certi limiti) che sia così. Ma i DIRIGENTI, dalle società minori alla federazione, dovrebbero sentirsi responsabili della crescita umana della persona, non solo della prestazione dell’atleta e dello sfruttamento del campione.
C’era davvero bisogno di usare Alex Schwazer per dimostrare qualcosa sapendo di avere il mondo contro (se prendiamo per vera la tesi del complotto)?
ANCH’IO STO CON ALEX, ma non con l’atleta che considero superlativo: sto con Alex per quella simpatia umana che mi porta a stare dalla parte dei più deboli e degli sfruttati … anche quando commettono errori.
ago 3, 2016
Corrado Poli

BIBBIA, CORANO E SOCIOLOGIA

Perché sono contrario al dialogo interreligioso

Papa Francesco e il Dalai Lama. Papa Francesco ha dichiarato che non c’è differenza tra il Corano e la Bibbia. Il Dalai Lama, qualche mese fa a seguito degli attentati di Parigi si espresse in modo simile affermando che forse “sarebbe meglio se non ci fossero le religioni”! Tutti i leader autenticamente religiosi concorderebbero mentre dissentirebbero coloro che usano la religione a fini politici e di potere.

“La conoscenza e la pratica della religione sono state utili, questo è vero per tutte le fedi. Oggi però non bastano più”. “… abbiamo bisogno di una nuova etica che trascenda la religione. La nostra elementare spiritualità, la predisposizione verso l’amore, l’affetto e la gentilezza che tutti abbiamo dentro di noi a prescindere dalle nostre convinzioni sono molto più importanti della fede organizzata”. “Le persone possono fare a meno della religione, ma non possono stare senza i valori interiori e senza etica”. “Sia che tu creda in Dio o no, importa poco; … sia che tu creda nella reincarnazione o no, importa poco. Quel che conta è condurre una vita buona. Abbiamo bisogno di una buona motivazione … comprendere che gli altri sono tutti sorelle e fratelli umani …”.

Questa parole tratte da un’intervista concessa all’emittente tedesca Deutsche Welle, mi confermano nell’idea che parlare di dialogo “interreligioso” sia sviante e poco utile se non persino dannoso dal punto di vista sociale e politico. S’è creata una confusione lessicale e culturale: si parla di religione con un linguaggio tratto dalla sociologia, l’antropologia culturale, la politica, l’economia. Ma la religione, se è davvero tale, non si declina al plurale.

Oltre Levi-Strauss. È opportuno allora spostare il dialogo da una dimensione storica costruita su radicate tradizioni, a una religiosa ed etica. Per trattare meglio i radicalismi in nome di presunte religioni, dovremmo liberarci della cultura materialista e soprattutto dello strutturalismo antropologico (à la Levi Strauss). Lo strutturalismo – che molti della mia generazione e quelle successive hanno assimilato come se fosse Vangelo (sic!) – è stato utile in un primo momento perché spiegava l’uguaglianza (strutturale) di culture diverse e quindi induceva opportunamente al rispetto degli “altri”. L’obiettivo implicito del paradigma strutturalista di Levi Strauss era l’eliminazione del pregiudizio di superiorità della cultura occidentale. Ora però questo non è più il problema principale in quanto tutti hanno preso coscienza della propria identità e dignità. Ma inoltratisi troppo su questa strada, hanno dimenticato che i valori condivisi da ogni persona precedono e superano ogni differenza culturale.

Le parole contano. Parlare di dialogo interreligioso rischia quindi di essere divisivo. Se si auspica un dialogo, si certificano e sottolineano le diversità e ci si dimentica che l’identità umana è costituita di sentimenti e ragione confrontabili. Le culture e le società possono essere ancora studiate come “strutturalmente diverse”, sebbene il paradigma creato da Levi-Strauss mi sembra abbia già esaurito la sua funzione.

Perché iniziare il dialogo dalle diverse letture, tradizioni e sensibilità e persino dalle organizzazioni che le hanno fondate? Non sarebbe meglio cominciare con i problemi – il rispetto del prossimo, il rapporto con l’ambiente, la cooperazione tra persone – e proseguire nella ricerca delle somiglianze e delle risposte rintracciabili eventualmente nelle diverse tradizioni? L’obiettivo del dialogo religioso non è confrontare presunte differenze, ma trovare un comune denominatore umano o divino che sia. Le scienze sociali sono utile e necessarie per studiare culti, liturgie, tradizioni, linguaggi e riti religiosi. Ma non vanno confuse con la riflessione religione. Certo, si può legittimamente sostenere che l’etica e la religione vadano ricondotte ai paradigmi del materialismo e dell’utilitarismo. Anche in questo caso – persino a maggior ragione – la ricerca non può che essere un denominatore comune, che peraltro si dichiara di avere già trovato e dichiarato.

Una polemica con il vescovo. Vent’anni fa polemizzai con un vescovo che dichiarò che bisogna aiutare gli immigrati “perché sono una risorsa”! Gli risposi che se anche un vescovo si esprime così, la religione è finita! Gli immigrati e i poveri vanno aiutati perché si deve e basta. Si fa ciò che è giusto, e ciò che è giusto ce lo dice l’etica non l’economia, meno che meno l’opportunismo del momento. Alle conseguenze del nostro agire ci pensa Dio, se ci si crede; oppure la ragione umana che è essere libera e non condizionata da “sistemi” strutturati e relativi. Essa è universale, libera e aperta al dialogo con chiunque.

Eckermann, Goethe e un romanzo cinese. Se ci concentrassimo su cosa significa condurre una vita buona e cosa significa il rispetto degli altri … allora potremo ancora dissentire, ma smetteremmo di riferirci a vecchie tradizioni e storie divisive usate e talora strumentalizzate da sociologi e politici per fatti contingenti. E ci dedicheremmo meglio a cercare i punti di contatto partendo da essi e non cercando di arrivarci partendo da divisioni contingenti. E termino riportando un episodio tratto dalle conversazioni tra Eckermann e Goethe. Quest’ultimo aveva appena finito di leggere un romanzo cinese (probabilmente tradotto in una lingua europea che conosceva). Eckermann, suo segretario e biografo, gli chiese da quali stranezze e differenze fosse stato colpito. Il Maestro rispose che non c’era nulla che già non conosceva nel romanzo cinese. Non erano le differenze ad averlo colpito, ma le somiglianze …

lug 24, 2016
Corrado Poli

Urbanistica e terrorismo

editoriale del Corriere del Veneto del 22 luglio 2016

Negli ultimi decenni la popolazione urbana del mondo è raddoppiata, ma il territorio costruito è quintuplicato! Un problema che in Veneto conosciamo bene da anni. Non è realistico pensare di potere controllare con la sola polizia un territorio trasformatosi in un’unica periferia. La mancanza di identità territoriale e di controllo sociale favorisce l’arruolamento e la latitanza di terroristi di qualsiasi genere. Il Veneto non è ancora così fuori controllo come i ghetti urbani delle grandi città, ma l’eccesso di costruito e la scomparsa delle comunità già hanno posto qualche problema al riguardo. Di questo, a seguito dell’attentato di Nizza, s’è parlato (fuori programma, ma non troppo) al convegno della Biennale “Shaping the City” (Dare forma alle città) che ha radunato a Venezia autorevoli responsabili e studiosi delle politiche urbane da tutto il mondo. Non basterà una nuova urbanistica a sconfiggere il terrorismo, ma riconsiderarne il rapporto con il disegno urbano per una maggiore sicurezza è quanto mai necessario. D’altronde il rapporto tra polizia e urbanistica non costituisce una novità al punto che si sostiene che il prefetto Haussmann aprì i grandi boulevard parigini per potere meglio controllare potenziali folle rivoluzionarie.

Siamo alle soglie di nuovi profondi mutamenti sociali e tecnologici: il clamoroso sviluppo di informazioni e di comunicazioni s’è sovrapposto alla vecchia struttura urbana senza averla ancora modificata sostanzialmente sotto l’aspetto materiale e sociale. Le scelte urbanistiche dovranno considerare la lotta al terrorismo e alle ribellioni urbane come una parte integrante della pianificazione.

Per non arrivare tardi a praticare i necessari cambiamenti oltre al disegno del territorio si dovranno riformare sia il sistema politico e decisionale, sia la raccolta e l’elaborazione delle informazioni. Quanto all’urbanistica sarà necessario cominciare ad adeguare infrastrutture e comportamenti a tecnologie che entro pochi anni saranno comuni. Oltre a nuove infrastrutture per una ripensata mobilità (i rapporti tra mobilità e criminalità sono stretti) e senza pensare a pericolosi quanto inefficaci modelli tipo “grande fratello”, occorre realizzare quartieri dove convivano cittadini che si conoscono tra loro e controllano le eventuali devianze. Una versione aggiornata del modello veneto dei villaggi e delle parrocchie.

La mobilità e i nuovi stili di vita rendono obsolete anche le tradizionali forme di rappresentanza politica: oggi i cittadini si spostano continuamente in aree di competenza di più amministrazioni, ma votano solo dove dormono, cioè dove svolgono l’attività socialmente meno rilevante. Oltre ad aggregare comuni di piccole dimensioni – che pure è un primo utile passo – va legittimata una partecipazione politica che superi il requisito unico del luogo di residenza e riconsideri il concetto di rappresentanza.

Infine, la raccolta dei dati significativi per una buona amministrazione – compreso il pagamento delle imposte – deve a sua volta recepire tutte le potenzialità delle tecnologie al fine di evitare almeno tre problemi: la latitanza di possibili terroristi, la corruzione e, in positivo, l’informazione dei cittadini edotti sull’uso del denaro pubblico. “Shaping the City” in concomitanza con l’attentato di Nizza ci dice che molti dei paradigmi urbani e amministrativi sono mutati anche nel Veneto. Urge individuarne e applicarne di nuovi pensando non solo allo sviluppo economico e alla microcriminalità, ma anche alla minaccia del terrorismo internazionale.

lug 20, 2016
Corrado Poli

La riforma della prostituzione

Una legge che regolamenti alcune forme di prostituzione può essere utile a queste condizioni:

  1. Anzitutto, la regolamentazione non deve operare discriminazioni di sesso, genere e preferenze sessuali; di conseguenza non può riguardare le sole donne prostitute e i soli maschi clienti poiché il fenomeno si estende oggi a numerose tipologie inclusa la prostituzione maschile con clienti femmine, per non parlare di omosessuali e transessuali.
  2. In secondo luogo, la regolamentazione di un fenomeno che riguarda la sfera intima e la libertà personale non può essere pensato allo scopo di limitarle; la disponibilità del proprio corpo è un diritto fondamentale, quindi punire un cliente o chi si prostituisce liberamente non è accettabile in un paese libero e laico.
  3. Allo stesso tempo la regolamentazione può essere intesa a promuovere un’educazione all’affettività che (in certi casi e secondo un pensiero comune, ma non totalitario) non è favorita dal sesso a pagamento; inoltre la regolamentazione non deve servire per incoraggiarne la pratica.
  4. Infine, se si introduce qualche forma di regolamentazione, si deve garantire che lo Stato o gli enti locali (cioè i cittadini) non operino per ottenere un vantaggio fiscale poiché sarebbe un modo per sfruttare un’attività personale e intima, un vizio secondo un pensare comune, a fini economici; la medesima considerazione – ma in questo caso anche più delicata – viene portata sui vantaggi fiscali che lo Stato (e la comunità) ottiene dalla gestione del gioco (slot machine, lotterie) e di altre abitudini che talora sfuggono al controllo alla volontà dei singoli.

Un’eventuale legalizzazione va quindi considerata un male minore, ma necessario solo al fine di tutelare soggetti deboli dallo sfruttamento.

Gli aspetti tecnici e normativi della questione e il confronto con altre esperienze europee vanno affrontati solo dopo avere chiarito quelli etici, morali e politici. La questione della legalizzazione della prostituzione o della liceità della punizione di clienti e offerenti è un fatto culturale e si collega a idee della sessualità divergenti nonché e ai mutati rapporti di genere.

Una riflessione aperta e seria consentirà proposte accettabili da larga parte della cittadinanza e delle rappresentanze politiche aperte al dialogo. Finora le varie iniziative superficiali, banali, passatiste, discriminatorie e di sfruttamento (fiscale) non hanno avuto seguito soprattutto per la loro stupidità e per il fatto che non erano basate su argomentazioni aggiornate e approfondite.

Poiché qualsiasi proposta di legge non passerà nel giro di qualche settimana (se mai passerà), vale la pena prendersi il tempo necessario per impostare una riflessione e un dibattito aperto e articolato condotto da esperti di diritti civili e della persona con una partecipazione ampia e inclusiva delle diverse opinioni.

lug 9, 2016
Corrado Poli

Una storiella sul razzismo

Chi ha il diritto di perdonare gli atti di discriminazione basati sul pregiudizio?

Riscrivo una storiella che mi raccontarono alle scuole medie e che si adatta ai vari casi di razzismo, da quelli plateali alla subdola quotidianità. 
Sul treno da San Pietroburgo a Riga, alcuni giovinastri cacciarono dallo scompartimento, maltrattandolo, il Rabbino Joshua. Non sapevano che era una persona rispettata e amata dalla comunità, noto per la grande generosità e bontà. 
All’arrivo a Riga, Rabbi Joshua venne accolto con grandi onori. I giovinastri si pentirono immediatamente e con sincerità. Gli altri membri della comunità li convinsero a recarsi da Rabbi Joshua per chiedergli scusa, sicuri che li avrebbe perdonati. Invece, il sant’uomo, con sorpresa generale, si rifiutò persino di riceverli. Quando gli chiesero una spiegazione per il suo inaspettato rifiuto di perdonare, Rabbi Joshua rispose:
“Non hanno offeso me. Se mi avessero offeso personalmente, li avrei perdonati senza alcuna esitazione. Ma poiché non mi conoscevano, maltrattando me, hanno offeso tutto il genere umano. Non ho il diritto di perdonare a nome di tutti gli altri”.
Per questo motivo, a tutti i razzisti,
non basta scusarsi con la persona offesa, ma devono chiedere perdono a tutto il genere umano.

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