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lug 24, 2016
Corrado Poli

Urbanistica e terrorismo

editoriale del Corriere del Veneto del 22 luglio 2016

Negli ultimi decenni la popolazione urbana del mondo è raddoppiata, ma il territorio costruito è quintuplicato! Un problema che in Veneto conosciamo bene da anni. Non è realistico pensare di potere controllare con la sola polizia un territorio trasformatosi in un’unica periferia. La mancanza di identità territoriale e di controllo sociale favorisce l’arruolamento e la latitanza di terroristi di qualsiasi genere. Il Veneto non è ancora così fuori controllo come i ghetti urbani delle grandi città, ma l’eccesso di costruito e la scomparsa delle comunità già hanno posto qualche problema al riguardo. Di questo, a seguito dell’attentato di Nizza, s’è parlato (fuori programma, ma non troppo) al convegno della Biennale “Shaping the City” (Dare forma alle città) che ha radunato a Venezia autorevoli responsabili e studiosi delle politiche urbane da tutto il mondo. Non basterà una nuova urbanistica a sconfiggere il terrorismo, ma riconsiderarne il rapporto con il disegno urbano per una maggiore sicurezza è quanto mai necessario. D’altronde il rapporto tra polizia e urbanistica non costituisce una novità al punto che si sostiene che il prefetto Haussmann aprì i grandi boulevard parigini per potere meglio controllare potenziali folle rivoluzionarie.

Siamo alle soglie di nuovi profondi mutamenti sociali e tecnologici: il clamoroso sviluppo di informazioni e di comunicazioni s’è sovrapposto alla vecchia struttura urbana senza averla ancora modificata sostanzialmente sotto l’aspetto materiale e sociale. Le scelte urbanistiche dovranno considerare la lotta al terrorismo e alle ribellioni urbane come una parte integrante della pianificazione.

Per non arrivare tardi a praticare i necessari cambiamenti oltre al disegno del territorio si dovranno riformare sia il sistema politico e decisionale, sia la raccolta e l’elaborazione delle informazioni. Quanto all’urbanistica sarà necessario cominciare ad adeguare infrastrutture e comportamenti a tecnologie che entro pochi anni saranno comuni. Oltre a nuove infrastrutture per una ripensata mobilità (i rapporti tra mobilità e criminalità sono stretti) e senza pensare a pericolosi quanto inefficaci modelli tipo “grande fratello”, occorre realizzare quartieri dove convivano cittadini che si conoscono tra loro e controllano le eventuali devianze. Una versione aggiornata del modello veneto dei villaggi e delle parrocchie.

La mobilità e i nuovi stili di vita rendono obsolete anche le tradizionali forme di rappresentanza politica: oggi i cittadini si spostano continuamente in aree di competenza di più amministrazioni, ma votano solo dove dormono, cioè dove svolgono l’attività socialmente meno rilevante. Oltre ad aggregare comuni di piccole dimensioni – che pure è un primo utile passo – va legittimata una partecipazione politica che superi il requisito unico del luogo di residenza e riconsideri il concetto di rappresentanza.

Infine, la raccolta dei dati significativi per una buona amministrazione – compreso il pagamento delle imposte – deve a sua volta recepire tutte le potenzialità delle tecnologie al fine di evitare almeno tre problemi: la latitanza di possibili terroristi, la corruzione e, in positivo, l’informazione dei cittadini edotti sull’uso del denaro pubblico. “Shaping the City” in concomitanza con l’attentato di Nizza ci dice che molti dei paradigmi urbani e amministrativi sono mutati anche nel Veneto. Urge individuarne e applicarne di nuovi pensando non solo allo sviluppo economico e alla microcriminalità, ma anche alla minaccia del terrorismo internazionale.

lug 20, 2016
Corrado Poli

La riforma della prostituzione

Una legge che regolamenti alcune forme di prostituzione può essere utile a queste condizioni:

  1. Anzitutto, la regolamentazione non deve operare discriminazioni di sesso, genere e preferenze sessuali; di conseguenza non può riguardare le sole donne prostitute e i soli maschi clienti poiché il fenomeno si estende oggi a numerose tipologie inclusa la prostituzione maschile con clienti femmine, per non parlare di omosessuali e transessuali.
  2. In secondo luogo, la regolamentazione di un fenomeno che riguarda la sfera intima e la libertà personale non può essere pensato allo scopo di limitarle; la disponibilità del proprio corpo è un diritto fondamentale, quindi punire un cliente o chi si prostituisce liberamente non è accettabile in un paese libero e laico.
  3. Allo stesso tempo la regolamentazione può essere intesa a promuovere un’educazione all’affettività che (in certi casi e secondo un pensiero comune, ma non totalitario) non è favorita dal sesso a pagamento; inoltre la regolamentazione non deve servire per incoraggiarne la pratica.
  4. Infine, se si introduce qualche forma di regolamentazione, si deve garantire che lo Stato o gli enti locali (cioè i cittadini) non operino per ottenere un vantaggio fiscale poiché sarebbe un modo per sfruttare un’attività personale e intima, un vizio secondo un pensare comune, a fini economici; la medesima considerazione – ma in questo caso anche più delicata – viene portata sui vantaggi fiscali che lo Stato (e la comunità) ottiene dalla gestione del gioco (slot machine, lotterie) e di altre abitudini che talora sfuggono al controllo alla volontà dei singoli.

Un’eventuale legalizzazione va quindi considerata un male minore, ma necessario solo al fine di tutelare soggetti deboli dallo sfruttamento.

Gli aspetti tecnici e normativi della questione e il confronto con altre esperienze europee vanno affrontati solo dopo avere chiarito quelli etici, morali e politici. La questione della legalizzazione della prostituzione o della liceità della punizione di clienti e offerenti è un fatto culturale e si collega a idee della sessualità divergenti nonché e ai mutati rapporti di genere.

Una riflessione aperta e seria consentirà proposte accettabili da larga parte della cittadinanza e delle rappresentanze politiche aperte al dialogo. Finora le varie iniziative superficiali, banali, passatiste, discriminatorie e di sfruttamento (fiscale) non hanno avuto seguito soprattutto per la loro stupidità e per il fatto che non erano basate su argomentazioni aggiornate e approfondite.

Poiché qualsiasi proposta di legge non passerà nel giro di qualche settimana (se mai passerà), vale la pena prendersi il tempo necessario per impostare una riflessione e un dibattito aperto e articolato condotto da esperti di diritti civili e della persona con una partecipazione ampia e inclusiva delle diverse opinioni.

lug 9, 2016
Corrado Poli

Una storiella sul razzismo

Chi ha il diritto di perdonare gli atti di discriminazione basati sul pregiudizio?

Riscrivo una storiella che mi raccontarono alle scuole medie e che si adatta ai vari casi di razzismo, da quelli plateali alla subdola quotidianità. 
Sul treno da San Pietroburgo a Riga, alcuni giovinastri cacciarono dallo scompartimento, maltrattandolo, il Rabbino Joshua. Non sapevano che era una persona rispettata e amata dalla comunità, noto per la grande generosità e bontà. 
All’arrivo a Riga, Rabbi Joshua venne accolto con grandi onori. I giovinastri si pentirono immediatamente e con sincerità. Gli altri membri della comunità li convinsero a recarsi da Rabbi Joshua per chiedergli scusa, sicuri che li avrebbe perdonati. Invece, il sant’uomo, con sorpresa generale, si rifiutò persino di riceverli. Quando gli chiesero una spiegazione per il suo inaspettato rifiuto di perdonare, Rabbi Joshua rispose:
“Non hanno offeso me. Se mi avessero offeso personalmente, li avrei perdonati senza alcuna esitazione. Ma poiché non mi conoscevano, maltrattando me, hanno offeso tutto il genere umano. Non ho il diritto di perdonare a nome di tutti gli altri”.
Per questo motivo, a tutti i razzisti,
non basta scusarsi con la persona offesa, ma devono chiedere perdono a tutto il genere umano.

lug 5, 2016
Corrado Poli

MIRA: REFERENDUM A 5 STELLE

Democrazia diretta o rappresentativa? Una finta alternativa

Le rappresentanze istituzionali legittime si formano attraverso la democrazia diretta per eccellenza: il suffragio universale. I rappresentanti decidono in nome del popolo finché vi è consenso nel sistema elettorale e nelle istituzioni. Altrimenti si ricorre a un nuovo voto o al referendum. La parola “re-ferendum” deriva dal latino “re” (indietro) e “ferre” che significa portare. Quindi si può interpretare la parola referendum come “ri-portare al popolo” la questione da deliberare.

Il referendum non è utile solo quando è effettivamente celebrato. Esistendo la possibilità di farvi ricorso, incombe come costante minaccia sui rappresentanti. Costoro, per esercitare pienamente la propria autorità, devono operare in modo da evitare il ricorso diretto al popolo e quindi saperne interpretare i desideri senza che questi ricorrano al referendum. Di conseguenza le democrazie rappresentative prevedono – talune più, altre meno – una relazione stretta tra rappresentanza e referendum. Insomma la possibilità di ricorrere al referendum costringe i rappresentanti a conquistarsi giorno per giorno l’autorevolezza che acquistano inizialmente se sono scelti per mezzo di procedure condivise.

Se si sminuisce o elimina il ricorso al referendum, ogni volta che si presume un disaccordo tra la volontà popolare e quella dei rappresentanti, l’esito più probabile sono comitati, proteste e persino rivolte che nulla hanno a che vedere con una democrazia rappresentativa funzionante, tantomeno con decisioni legittime. Se invece il conflitto emerso tra rappresentanti e cittadinanza trova una sede istituzionale – il referendum per l’appunto – dove celebrarsi, la democrazia funziona meglio. Non perfettamente, ma meglio.

Per sentimento, prima ancora che con la ragione, ritengo che le istituzioni di democrazia rappresentativa, vadano rinforzate e rese autorevoli. Ma per le ragioni suddette sostengo il ricorso alla democrazia diretta da molto prima che il Comune (5 Stelle) di Mira deliberasse di consentire di celebrare referendum senza limiti di quorum per la validità.

L’iniziativa del Comune di Mira ha gettato nel panico alcuni commentatori conservatori, sprovveduti o di parte! Nel paventare pericoli gravissimi per un presunto immobilismo decisionale o per la confusione (come se oggi filasse tutto liscio) hanno perso l’occasione per riflettere con serenità e senza faziosità. E anche per conformarsi alla ben più intelligente politica del Governo Renzi!

Per indire il referendum comunale a Mira servono 1600 firme. La Riforma costituzionale in effetti prevede un quorum, ma lo rapporta al numero dei votanti delle precedenti elezioni se si raccolgono almeno 800mila firme, cioè circa un quarto in proporzione di quelle previste a Mira. La riforma dell’istituto referendario concede qualcosa alle istanze dei referendari indignati dalle sciagurate campagne a favore dell’astensione. Invece le obiezioni alla nuova opportunità offerta ai cittadini di Mira sono state ridicole poiché motivate dalla paura di perdere consensi e sollevate al solo scopo di denigrare il Movimento 5 Stelle. Qualcuno ha sostenuto che, senza quorum, pochi elettori potrebbero deliberare per tutti, ma s’è dimenticato di comprendere che se votano in pochi, bastano anche pochi per opporsi! Basterebbero piccole lobby per bloccare l’attività amministrativa? Ma non possono essere così piccole per raccogliere 1600 firme e, se si è contrari e si ha consenso, una piccola lobby può essere sconfitta agevolmente alle urne purché i vecchi (dei) partiti ritornino a impegnarsi sul territorio. Poiché indire il referendum non è facile, non se ne prevede ragionevolmente una pletora e c’è sempre la possibilità di un ritorno alle urne. Quindi dov’è il problema se non una sciatta polemica politica?

I referendum aiutano la formazione di classi dirigenti davvero rappresentative poiché l’organizzazione e la propaganda richiedono un rapporto diretto con gli elettori che oggi è andato perduto. Chi si fa promotore di una decisione è costretto a confrontarsi con problemi e persone e non a trattare questioni nelle segrete segreterie dove hanno accesso solo interessi organizzati. Quindi dalla possibilità incombente di decidere per mezzo di referendum è proprio la rappresentatività e la decisionalità alla fine sono premiate. Infatti, solo la promozione di rappresentanti autorevoli può consentire di evitare un eccesso di referendum che tra l’altro nei paesi in cui sono frequenti – USA, Svizzera – non hanno creato certo più problemi che nelle false democrazie rappresentative. E le decisioni possono essere più rapide perché legittimate dal voto.

giu 28, 2016
Corrado Poli

PADOVA E VENETO

La caduta di Bitonci apre nuovi scenari per le alleanze venete

Editoriale del Corriere del Veneto 29 giugno 2016 (rivisto)

In tutto il mondo occidentale il bipolarismo classico tra socialisti e liberali s’è esaurito. Solo anziani e nostalgici ragionano ancora in questi termini. I vecchi contendenti s’alleano contro i populismi, in parte confusi e in altra promotori di esigenze a cui la vecchia politica non sa dare risposta. La positiva anomalia italiana è data dai 5Stelle a cui si comincia a riconoscere il rispetto dovuto a una forza di opposizione possibile e alternativa, ma non sovversiva. Renzi reagisce accontentando qualche domanda della sinistra, ma si fa sostenere dai conservatori della ex destra ed ex sinistra alleate. In nessun altro paese d’Europa è in gestazione così avanzata questo bipolarismo inedito basato su una società radicalmente trasformata. Di essa però fanno parte solo gli under 40 e una parte di cittadini i cui valori e stili di vita sono ignorati dalla politica e dalla cultura (sedicente) superiore.

 Il Veneto è un caso anomalo: invece del bipolarismo s’è affermato culturalmente prima ancora che politicamente l’interclassismo cattolico, solidarista e corporativo. Dalla DC pigliatutto s’è passati in breve tempo a un’imbattibile alleanza tra ex DC e una Lega che ai suoi albori raccolse voti democristiani dissidenti senza incidere sui (pochi) voti comunisti. La Lega veneta ha avuto il merito di rinnovare parte della classe dirigente, ma s’è presto conformata alla tradizione. Oggi, anche all’opposizione, una metà del PD ha la stessa origine ideologica democristiana. Nel 1994, fino all’ultimo, i maggiorenti DC erano indecisi se aderire alla destra o alla sinistra e la decisione per molti fu casuale o opportunistica. Nel momento in cui i laici e i comunisti si sono alleati anche ufficialmente con gli ex DC si sono rinforzati nella loro vocazione consociativa e di organica “opposizione amica”. Un processo le cui radici stavano già nel compromesso storico di Berlinguer.

S’è parlato spesso di errori dei dirigenti del PD veneto. Ma rimuovere il centrodestra dal governo del Veneto era ed è una missione impossibile: non bastano né leader capaci, né il traino nazionale, né una strategia intelligente. Il PD veneto è strutturalmente minoritario perché non ha risposte originali per quell’ampio e ormai anziano elettorato che si è formato nelle regioni in cui per quarant’anni aveva talora o sempre governato. Dove, a partire dagli anni sessanta, la sinistra aveva gradualmente perso la connotazione di classe, ma aveva conservato le sue strutture di potere locale. Anche nel Veneto la trasformazione della classe operaia e contadina in piccola borghesia commerciale e intellettuale s’è consolidata, ma con vent’anni di ritardo. Proprio nel periodo in cui i veneti imborghesiti trovavano risposte nei nuovi partiti che si andavano formando: la Lega, FI e la sdoganata AN. Il PD (e i suoi antesignani DS e Margherita) non aveva i mezzi e la storia per intercettare le nuove domande sociali e sono rimasti ancorati agli antichi schemi. Inoltre la sinistra, comunista e cattolica, era minoritaria, costituita da (ex)operai concentrati in pochi poli e da qualche intellettuale urbano che non faceva numero poiché nel Veneto gran parte della popolazione non viveva in città.

La crisi del PD veneto non dipende quindi dall’incapacità della classe dirigente contro cui è facile prendersela, soprattutto se non se ne fa parte. Il problema è che manca una base elettorale ampia e allargabile che possa proporre un programma coerente per il partito. L’offerta politica del PD è sostanzialmente identica a quella di chi già governa: per vocazione e necessità cerca di accontentare tutti poiché si rivolge a un elettorato caratterizzato da profonde differenze. Questa impostazione conservatrice ha senso ed è gestibile solo se si è al governo. Così il PD veneto non può offrire proposte innovative che attraggano i giovani poiché non sarebbero comprese dalla base anziana che ne costituisce la maggioranza. Né sono possibili moderate decisioni riformiste, alla Renzi, per accontentare la sinistra poiché il PD all’opposizione non ha la possibilità di realizzarle.

Nel Veneto sembrerebbero quindi mancare le condizioni per un bipolarismo, o meglio per una necessaria rigenerazione della classe dirigente. Tuttavia, uno scenario (im)possibile sarebbe che il PD entri in una maggioranza di grande coalizione, vale a dire che inizi l’iter politico per passare da “opposizione amica” a “maggioranza critica”. Certamente perderebbe alcuni elettori che si aggiungerebbero a un’opposizione per qualche tempo ancora minoritaria, ma con la prospettiva di crescere potendo elaborare un programma alternativo in cui i nuovi veneti si possono davvero riconoscere. Attorno ai 5Stelle, anch’essi ancora deboli nell’anomalia veneta, potrebbero aggregarsi forze autonomiste serie e nuove e soprattutto un vero programma alternativo. L’attuale maggioranza potrebbe liberarsi di personaggi diventati scomodi e sostituirli con il PD di governo.

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