Browsing articles in "News"
lug 5, 2016
Corrado Poli

MIRA: REFERENDUM A 5 STELLE

Democrazia diretta o rappresentativa? Una finta alternativa

Le rappresentanze istituzionali legittime si formano attraverso la democrazia diretta per eccellenza: il suffragio universale. I rappresentanti decidono in nome del popolo finché vi è consenso nel sistema elettorale e nelle istituzioni. Altrimenti si ricorre a un nuovo voto o al referendum. La parola “re-ferendum” deriva dal latino “re” (indietro) e “ferre” che significa portare. Quindi si può interpretare la parola referendum come “ri-portare al popolo” la questione da deliberare.

Il referendum non è utile solo quando è effettivamente celebrato. Esistendo la possibilità di farvi ricorso, incombe come costante minaccia sui rappresentanti. Costoro, per esercitare pienamente la propria autorità, devono operare in modo da evitare il ricorso diretto al popolo e quindi saperne interpretare i desideri senza che questi ricorrano al referendum. Di conseguenza le democrazie rappresentative prevedono – talune più, altre meno – una relazione stretta tra rappresentanza e referendum. Insomma la possibilità di ricorrere al referendum costringe i rappresentanti a conquistarsi giorno per giorno l’autorevolezza che acquistano inizialmente se sono scelti per mezzo di procedure condivise.

Se si sminuisce o elimina il ricorso al referendum, ogni volta che si presume un disaccordo tra la volontà popolare e quella dei rappresentanti, l’esito più probabile sono comitati, proteste e persino rivolte che nulla hanno a che vedere con una democrazia rappresentativa funzionante, tantomeno con decisioni legittime. Se invece il conflitto emerso tra rappresentanti e cittadinanza trova una sede istituzionale – il referendum per l’appunto – dove celebrarsi, la democrazia funziona meglio. Non perfettamente, ma meglio.

Per sentimento, prima ancora che con la ragione, ritengo che le istituzioni di democrazia rappresentativa, vadano rinforzate e rese autorevoli. Ma per le ragioni suddette sostengo il ricorso alla democrazia diretta da molto prima che il Comune (5 Stelle) di Mira deliberasse di consentire di celebrare referendum senza limiti di quorum per la validità.

L’iniziativa del Comune di Mira ha gettato nel panico alcuni commentatori conservatori, sprovveduti o di parte! Nel paventare pericoli gravissimi per un presunto immobilismo decisionale o per la confusione (come se oggi filasse tutto liscio) hanno perso l’occasione per riflettere con serenità e senza faziosità. E anche per conformarsi alla ben più intelligente politica del Governo Renzi!

Per indire il referendum comunale a Mira servono 1600 firme. La Riforma costituzionale in effetti prevede un quorum, ma lo rapporta al numero dei votanti delle precedenti elezioni se si raccolgono almeno 800mila firme, cioè circa un quarto in proporzione di quelle previste a Mira. La riforma dell’istituto referendario concede qualcosa alle istanze dei referendari indignati dalle sciagurate campagne a favore dell’astensione. Invece le obiezioni alla nuova opportunità offerta ai cittadini di Mira sono state ridicole poiché motivate dalla paura di perdere consensi e sollevate al solo scopo di denigrare il Movimento 5 Stelle. Qualcuno ha sostenuto che, senza quorum, pochi elettori potrebbero deliberare per tutti, ma s’è dimenticato di comprendere che se votano in pochi, bastano anche pochi per opporsi! Basterebbero piccole lobby per bloccare l’attività amministrativa? Ma non possono essere così piccole per raccogliere 1600 firme e, se si è contrari e si ha consenso, una piccola lobby può essere sconfitta agevolmente alle urne purché i vecchi (dei) partiti ritornino a impegnarsi sul territorio. Poiché indire il referendum non è facile, non se ne prevede ragionevolmente una pletora e c’è sempre la possibilità di un ritorno alle urne. Quindi dov’è il problema se non una sciatta polemica politica?

I referendum aiutano la formazione di classi dirigenti davvero rappresentative poiché l’organizzazione e la propaganda richiedono un rapporto diretto con gli elettori che oggi è andato perduto. Chi si fa promotore di una decisione è costretto a confrontarsi con problemi e persone e non a trattare questioni nelle segrete segreterie dove hanno accesso solo interessi organizzati. Quindi dalla possibilità incombente di decidere per mezzo di referendum è proprio la rappresentatività e la decisionalità alla fine sono premiate. Infatti, solo la promozione di rappresentanti autorevoli può consentire di evitare un eccesso di referendum che tra l’altro nei paesi in cui sono frequenti – USA, Svizzera – non hanno creato certo più problemi che nelle false democrazie rappresentative. E le decisioni possono essere più rapide perché legittimate dal voto.

giu 28, 2016
Corrado Poli

PADOVA E VENETO

La caduta di Bitonci apre nuovi scenari per le alleanze venete

Editoriale del Corriere del Veneto 29 giugno 2016 (rivisto)

In tutto il mondo occidentale il bipolarismo classico tra socialisti e liberali s’è esaurito. Solo anziani e nostalgici ragionano ancora in questi termini. I vecchi contendenti s’alleano contro i populismi, in parte confusi e in altra promotori di esigenze a cui la vecchia politica non sa dare risposta. La positiva anomalia italiana è data dai 5Stelle a cui si comincia a riconoscere il rispetto dovuto a una forza di opposizione possibile e alternativa, ma non sovversiva. Renzi reagisce accontentando qualche domanda della sinistra, ma si fa sostenere dai conservatori della ex destra ed ex sinistra alleate. In nessun altro paese d’Europa è in gestazione così avanzata questo bipolarismo inedito basato su una società radicalmente trasformata. Di essa però fanno parte solo gli under 40 e una parte di cittadini i cui valori e stili di vita sono ignorati dalla politica e dalla cultura (sedicente) superiore.

 Il Veneto è un caso anomalo: invece del bipolarismo s’è affermato culturalmente prima ancora che politicamente l’interclassismo cattolico, solidarista e corporativo. Dalla DC pigliatutto s’è passati in breve tempo a un’imbattibile alleanza tra ex DC e una Lega che ai suoi albori raccolse voti democristiani dissidenti senza incidere sui (pochi) voti comunisti. La Lega veneta ha avuto il merito di rinnovare parte della classe dirigente, ma s’è presto conformata alla tradizione. Oggi, anche all’opposizione, una metà del PD ha la stessa origine ideologica democristiana. Nel 1994, fino all’ultimo, i maggiorenti DC erano indecisi se aderire alla destra o alla sinistra e la decisione per molti fu casuale o opportunistica. Nel momento in cui i laici e i comunisti si sono alleati anche ufficialmente con gli ex DC si sono rinforzati nella loro vocazione consociativa e di organica “opposizione amica”. Un processo le cui radici stavano già nel compromesso storico di Berlinguer.

S’è parlato spesso di errori dei dirigenti del PD veneto. Ma rimuovere il centrodestra dal governo del Veneto era ed è una missione impossibile: non bastano né leader capaci, né il traino nazionale, né una strategia intelligente. Il PD veneto è strutturalmente minoritario perché non ha risposte originali per quell’ampio e ormai anziano elettorato che si è formato nelle regioni in cui per quarant’anni aveva talora o sempre governato. Dove, a partire dagli anni sessanta, la sinistra aveva gradualmente perso la connotazione di classe, ma aveva conservato le sue strutture di potere locale. Anche nel Veneto la trasformazione della classe operaia e contadina in piccola borghesia commerciale e intellettuale s’è consolidata, ma con vent’anni di ritardo. Proprio nel periodo in cui i veneti imborghesiti trovavano risposte nei nuovi partiti che si andavano formando: la Lega, FI e la sdoganata AN. Il PD (e i suoi antesignani DS e Margherita) non aveva i mezzi e la storia per intercettare le nuove domande sociali e sono rimasti ancorati agli antichi schemi. Inoltre la sinistra, comunista e cattolica, era minoritaria, costituita da (ex)operai concentrati in pochi poli e da qualche intellettuale urbano che non faceva numero poiché nel Veneto gran parte della popolazione non viveva in città.

La crisi del PD veneto non dipende quindi dall’incapacità della classe dirigente contro cui è facile prendersela, soprattutto se non se ne fa parte. Il problema è che manca una base elettorale ampia e allargabile che possa proporre un programma coerente per il partito. L’offerta politica del PD è sostanzialmente identica a quella di chi già governa: per vocazione e necessità cerca di accontentare tutti poiché si rivolge a un elettorato caratterizzato da profonde differenze. Questa impostazione conservatrice ha senso ed è gestibile solo se si è al governo. Così il PD veneto non può offrire proposte innovative che attraggano i giovani poiché non sarebbero comprese dalla base anziana che ne costituisce la maggioranza. Né sono possibili moderate decisioni riformiste, alla Renzi, per accontentare la sinistra poiché il PD all’opposizione non ha la possibilità di realizzarle.

Nel Veneto sembrerebbero quindi mancare le condizioni per un bipolarismo, o meglio per una necessaria rigenerazione della classe dirigente. Tuttavia, uno scenario (im)possibile sarebbe che il PD entri in una maggioranza di grande coalizione, vale a dire che inizi l’iter politico per passare da “opposizione amica” a “maggioranza critica”. Certamente perderebbe alcuni elettori che si aggiungerebbero a un’opposizione per qualche tempo ancora minoritaria, ma con la prospettiva di crescere potendo elaborare un programma alternativo in cui i nuovi veneti si possono davvero riconoscere. Attorno ai 5Stelle, anch’essi ancora deboli nell’anomalia veneta, potrebbero aggregarsi forze autonomiste serie e nuove e soprattutto un vero programma alternativo. L’attuale maggioranza potrebbe liberarsi di personaggi diventati scomodi e sostituirli con il PD di governo.

giu 27, 2016
Corrado Poli

REFERENDUM E DEMOCRAZIA

I Cinque Stelle e Casaleggio avevano già sollevato il problema

Non è una banale alternativa tra referendum e democrazia rappresentativa il problema. In US e in CH i cittadini votano per tutto (32 voti ha dato elettronicamente un mio amico a San Francisco qualche anno fa quando è andato a votare) e anche per eleggere funzionari quali sceriffi, pubblici ministeri, presidi delle scuole, persino il parroco e il vescovo (denominazioni evangeliche), il maestro elementare (alcuni cantoni svizzeri) e i dirigenti comunali. E le cose funzionano più o meno bene a seconda dei casi e delle situazioni contingenti.
Il problema è il sistema di informazione che li precede, le regole che conducono all’indizione e alla celebrazione, il sistema del conteggio dei voti: il sistema deliberativo in una parola.
Per esempio, il sistema dei caucus (non sempre consigliabile e spesso manipolabile) favorisce la discussione e l’informazione e talora consente decisioni dirette, ma più meditate. Per non parlare della politicizzazione del voto: come sarà per il nostro referendum costituzionale, in UK si è votato “contro” non “su” o a “favore” di qualcosa.
Le regole della partecipazione, oggi in vigore (sistemi elettorali e rappresentativi), seguono schemi e retoriche (e geografie) che risalgono a un mondo dell’informazione che non esiste più, a una società di massa frammentatasi, a un sistema di autorità soprattutto culturale delegittimato …
Quando Casaleggio (e i 5Stelle) – ma ben più articolati saggi sono stati scritti da tempo al proposito – parlava del ruolo della rete nella nuova democrazia e nel mondo che verrà, è stato irriso e si continua a rifiutare di meditare sui rapporti tra rete e democrazia rifiutando il problema e trincerandosi nelle vecchie retoriche (in UK hanno votato i vecchi, i giovani si sono in gran parte astenuti o hanno votato in massa per restare). Non che le soluzioni dei 5Stelle siano da accettare a scatola chiusa, anche perché finora sono grezze tanto quanto le altre. Ma sollevano un problema che altri non vedono o rifiutano.
I commentatori che criticano il referendum e la cosiddetta democrazia diretta dicono cose sensate, ma si riferiscono a un mondo che sta rapidamente scomparendo ed è sempre più minoritario e instupidito. Siamo alle soglie – lo dico da qualche tempo – di un cambiamento epocale come fu negli anni cinquanta e sessanta (il ’68!). In fondo, da allora, sono passati 60 anni, ma noi ragioniamo ancora con quegli schemi. Come quando eravamo bambini e sentivamo le storie della Guerra Mondiale e del fascismo dei nostri nonni … nati nell’ottocento. Anche noi siamo nati nell’ottocento … 

giu 26, 2016
Corrado Poli

LA DEMOCRAZIA DEGLI IGNORANTI

La differenza tra fatti e opinioni: mentire inconsapevolmente è peccato

Prima per conoscere non era sufficiente studiare: bisognava essere autorizzati dal potere. Poi, grazie al coraggio di pochi, si consentì a tutti di studiare e conoscere senza nulla rischiare. Ma non era ancora permesso divulgare la conoscenza e servì ancora il coraggio di alcuni per cancellare le censure e affermare la libertà di stampa. Oggi tutti possono esprimersi senza rischi e con facilità, ma ci si è dimenticati del dovere di distinguere tra fatti e opinioni.

“Sapere aude” (osa conoscere) era il motto dell’Illuminismo. Un invito davvero rivoluzionario secoli addietro quando si insegnava che non era ammesso conoscere, ma si doveva solo credere e obbedire. La conoscenza era concessa solo a pochi e più che di una conoscenza oggettiva si trattava di autonoma interpretazione dei fatti che diventavano più o meno veri a seconda dell’autorità che li elaborava.

Una volta che fu permesso conoscere, chi ne aveva la possibilità si dedicò a questo affascinante esercizio di libertà. Per permettere a quanti più possibile di esercitare il diritto a conoscere, si organizzò il sistema di istruzione pubblica. Portata a termine questa rivoluzione, presto non fu più necessario avere coraggio per ricercare e sapere, bastò studiare e tutti incoraggiavano a leggere e pensare poiché erano ancora in pochi in grado di scrivere, pensare e leggere. La ricerca della conoscenza era un processo difficile e faticoso che richiedeva ancora metodo e verifiche imparziali e oggettive. Si istituirono perciò accademie autonome dal potere politico al fine di separare la conoscenza dal potere, se mai fosse stato possibile.

A questo punto era necessario un nuovo passo in avanti verso un’ulteriore libertà: in chi sapeva (o credeva di sapere) nasceva il desiderio di comunicare quanto aveva osato conoscere. Di conseguenza gli intellettuali cominciarono a battersi, non solo per la libertà di conoscere – ormai acquisita – e credere nelle verità scoperte, ma anche per la libertà di stampa e l’eliminazione di ogni censura. Dopo molte lotte, si arrivò finalmente anche a questo.

Tutti potevano comunicare senza rischi così che rimaneva poco da osare. Rimase però una separazione tra chi davvero sapeva e chi sceglieva cosa comunicare. Non era facile stampare un libro e il comunicare un’idea richiedeva perizia e potere. La separazione tra le accademie, depositarie del sapere, e gli editori (l’etimologia della parola evoca il “fare uscire”) si trasformava già in conflitto. Oggi la rete consente a tutti di dire e credere qualsiasi cosa.

Oggi si insegna che è un diritto esprimere le proprie opinioni, ma non si insegna che è un dovere dire la verità. Se no la si conosce o non se ne è sicuri di deve tacere. Altrimenti si mente, senza dolo il più delle volte, ma si mente e si è pur sempre peccatori.

I populismi di oggi invitato tutti a esprimere un’opinione, ma non sollevano il dubbio se sia lecito avere un’opinione, perché un conto è l’opinione, un altro è la verità. L’icona del suffragio universale viene posta in discussione, mentre si dovrebbe porre in discussione la discussione stessa: come si discutono i fatti e le opinioni? Qual è la differenza tra fatti e opinioni? Anche il suffragio universale può avvenire in vari modi che oggi vanno ristudiati alla luce delle tecnologie e dei media. Per esempio il sistema dei caucus con cui in alcuni Stati americani si svolgono le primarie è una possibilità della democrazia che in certi casi potrebbe essere applicata, in altri evitata. Le maggioranze possono essere discusse: non sempre la metà più uno è “democratica”; talora serve di più altre volte l’unanimità e via dicendo. L’elezione dei candidati è un’altra icona democratica, ma nel corso dei tempi anche il sorteggio dei governanti è stata una soluzione applicata … Oggi da una parte si adorano antiche icone in modo conservatore, dall’altra le si distruggono senza sostituirle

Il libello di Casaleggio poneva queste questioni in modo ironico e visionario che i gretti conservatori accecati dal settarismo e dall’arroganza hanno sbeffeggiato senza comprendere la serietà dei problemi sollevati e a i quali onestamente non dava soluzioni, ma modeste suggestioni a meditare. Peccato che pochi abbiano colto questo aspetto e ora ci troviamo a parlare di democrazia degli ignoranti per avere noi stessi ignorato fino a ieri i problemi emersi oggi.

giu 25, 2016
Corrado Poli

BREXIT: OPPORTUNITÀ PER L’EUROPA?

La Macroregione Triveneta e il Dis-United Kingdom

Il 53,4% degli inglesi ha votato per l’uscita dalla UE come pure il 52,5% dei gallesi e il 51,8% del sudest. Ma la Scozia ha votato per restare al 62% con la sua capitale Edimburgo al 74%; il 55,8% degli irlandesi del Nord vorrebbero restare, come pure il 60% dei londinesi.

Esiste ancora un Regno Unito? Ed esiste una “nazione” francese”, “italiana”, “spagnola”, “tedesca”? Possono vecchi stati rinascimentali o formatisi nel secolo diciannovesimo considerarsi ancora il fulcro della politica internazionale?  

Negli anni sessanta alcuni europeisti sostenevano l’opportunità di passare dall’Europa delle Nazioni – che già vedevano vecchia – a un’Europa in cui le Regioni si relazionavano direttamente con Bruxelles. In parte s’è agito concretamente in questa direzione, ma il processo non è stato portato a termine e anzi ultimamente la crisi dell’Europa ha ridato potere ai vecchi Stati e all’Italia in particolare dove si sta imponendo un becero centralismo al punto che la Ministra Boschi s’è vantata (a ½ora) che la nuova Costituzione ha tolto potere alle Regioni!

Il voto sulla Brexit può diventare l’occasione per ripensare un’Europa di regioni molto autonome in controtendenza con quanto accaduto in questi ultimi anni di crisi economica e populismi montanti.

In questo contesto si pone anche la questione della Macroregione veneta e delle altre regioni che vorrebbero accorparsi. Questo processo va pensato in funzione di un nuovo trattato europeo che dia potere alle regioni (macro) e alla federazione europea, togliendolo a Stati disuniti. Il Regno (dis)Unito è emblematico di questa necessità. Per questo motivo la Brexit, anziché essere percepita solo come un anticipo della dissoluzione dell’Europa, andrebbe letta come positiva crescita delle differenze interne agli Stati a fronte di un’integrazione economica e culturale europea che è ormai un dato di fatto da trent’anni e più.

Ricordo che già a metà degli anni ottanta seguii un corso di francese a Perpignan. Mi trovai in compagnia di numerosi ventenni europei dalla Sicilia alla Norvegia – la generazione Erasmus – e già allora notai come nei loro comportamenti, modi di pensare e vestire, letture e musica ascoltata non v’era molta differenza. In più, quando ci si stancava di parlare francese, tutti passavamo con facilità all’inglese senza problema di comunicazione. Sono passati quasi trent’anni e il processo è andato avanti, ostacolato solo dalla retorica vecchia e stantia degli stati nazionali. La crisi dell’Europa in effetti nasce dal conflitto tra Stati nazionali al tramonto e un mondo ormai globale che richiede istituzioni adatte al nuovo contesto: in questo conflitto le (macro)regioni, la Scozia, la Catalogna, la Baviera e il Triveneto, ma anche i piccoli paesi come l’Olanda, il Belgio e l’Austria, dimenticata la retorica e il ricordo della passata grandezza, potrebbero contribuire alla rifondazione Europea dopo questi anni di crisi. E per questo dovremmo ringraziare la Brexit, gli scozzesi e i londinesi per avere posto il problema. Oppure andrà tutto a catafascio come vogliono i vecchi britannici che hanno votato per la Brexit ricordando la loro passata gioventù!

Pagine:«12345678...28»