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mag 16, 2016
Corrado Poli

IL “DIALETO”

Editoriale del Corriere del Veneto del novembre 2010 (in risposta 
a una proposta della Lega di introdurre il dialetto veneto nelle scuole. 
Una giornalista la propose al Presidente ... che la cassò immediatamente)  

UNA LINGUA TRA OGGI E DOMANI

Il dialetto è un fatto emotivo, è il modo in cui ci esprimiamo e comunichiamo con la parola quotidiana. Il dialetto è rivoluzionario perché si oppone alla sclerosi della lingua ufficiale. Per questo, recuperare e proteggere il modo in cui si parlava un tempo ci condanna alla prigione della nostalgia. Il ricordo del bel tempo passato ci impedisce di cambiare e migliorare il presente.

Il vero dialetto non è la parlata di ieri che si vuole ripristinare o salvare. Il dialetto è quel particolare modo di esprimersi che sta tra l’oggi e il domani. I professori li chiamano “errori”. Noi diciamo nuove espressioni. Le migliori parole e frasi sovvertiranno la stanca lingua codificata. Vocabolari e grammatiche si scrivono dopo che le parole sono entrate nell’uso comune. Poi funzionano anche come strumenti per la conservazione dell’ortodossia linguistica.

“Ragazzi, ‘ndemo al boomerang ke ghe xe un party … spettème un attimino, cmq ‘rivo più tardi”. Il dialetto di oggi è il linguaggio degli sms e di internet: si scrive come si parla e come si capisce. Si eliminano le vocali (come in arabo ed ebraico), si brucia un carattere trasformando il “ch” in “k” (come gli americani hanno tolto la “u” da labour e altre parole), si usano espressioni estranee ai vocabolari, ma efficaci e tratte da altre lingue comprese le parlate locali. Le parole inglesi pronunciate sbagliate anche dalla RAI fanno parte del vero dialetto di oggi: in italiano non si dice mànagement, perfòrmance o àdvocacy, bensì managgèment, pèrformance e advòcacy, come nessun inglese direbbe. Ma va bene così  nella quotidianità. Il dialetto di oggi è il linguaggio pervertito della TV a cui i più creativi sapranno dare dignità elaborandolo.

Chi vuole difendere e proteggere la parlata di ieri è triste e stanco. Chi la perseguita in nome del modernismo uniformante nazionalista ama la povertà della mente e teme le differenze. “Una lingua è un dialetto con un esercito e una flotta” diceva Max Weinreich. Il dia-letto – la lettura diversa e sparsa dall’etimo – è assenza di potere, anarchia, è dia-spora, una disseminazione di parole nel mondo. È il potere diffuso dei deboli, di quelli che non accettano che qualcuno dica loro come devono parlare, figurarsi se accettano cosa dovrebbero fare.

I dialetti sono la libertà, ma per esserlo devono cambiare continuamente. Il tuo dialetto, la parlata strana sono la Sherwood in cui nascondersi. La società aperta della modernità teme i dialetti arcani e criptici. Chi parla dialetto sfugge al controllo del potere che non li capisce. È la paura contemporanea dell’uniformità che ci fa reclamare identità e lingue perdute. Ma anziché guardare al passato, è al futuro che dobbiamo rivolgerci per liberarci davvero. Inventiamo la nuova lingua, scriviamo in un “volgare” ancora tutto da inventare. Impariamo l’italiano e l’inglese, ma parliamo e scriviamo come veneti, siciliani, provenzali o bavaresi.

Sarebbe interessante che a scuola si insegnasse l’italiano convenzionale (perché la lingua colta è pur sempre necessaria), ma si introducesse anche la possibilità di composizioni nella lingua corrente che include elementi di spelling innovativi, parlate locali, inglese e quant’altro, pur sull’inevitabile base del noioso italiano di oggi. Ne uscirebbe un nuovo bellissimo dialetto veneto che darebbe identità a chi lo parla avendo assorbito sia la parlata del passato che quella contemporanea per diventare la lingua del futuro e di una nuova identità. Più che tutelare il dialetto, anzi per promuoverlo davvero, si dovrebbero trovare spazi per le parlate quotidiane (basate sulla lingua veneta, italiana e inglese, con magari un po’ di arabo e rumeno) nelle scuole.

mag 10, 2016
Corrado Poli

AUTISTA DI BUS AL CELLULARE

Editoriale del Corriere del Veneto del 10 maggio 2016

Guida senza mani con 50 studenti a bordo a 90 all’ora per chattare e telefonare!

PIÙ FORMAZIONE PER GLI AUTISTI DEI BUS

La notizia ha fatto clamore non solo perché un autista della SVT (Vicenza) con cinquanta studenti a bordo impugnava continuamente il cellulare mentre guidava. A questo s’è aggiunto il paradosso che l’autista trasportava giovani a una manifestazione sulla sicurezza stradale promossa dall’Ufficio Scolastico e dalla Provincia in collaborazione con il comando dei Carabinieri, la Sezione di Polizia Stradale, la polizia municipale, l’ACI, nonché con il Lions Club, Vicenza Palladio, Vicenza La Rotonda, il Leo Club Vicenza, e ha ricevuto il contributo della Banche di Credito Cooperativo, delle Casse Rurali e Artigianali e della Dainese s.p.a. Una manifestazione ben organizzata a conclusione di un meritorio programma di educazione stradale dal titolo suggestivo: “La Strada Giusta”.

A differenza di molti commenti esageratamente forcaioli e ad personam, il caso sollecita a concentrarsi su alcuni aspetti della comunicazione del rischio e della formazione del personale. Anzitutto i programmi di educazione stradale servono a poco se isolati dai comportamenti quotidiani. Inoltre la professionalità degli autisti dei mezzi pubblici di oggi sarebbe valorizzata se essi prendessero atto che il loro comportamento contribuisce alla crescita civile di tutti e fa parte indirettamente di processi educativi responsabili. Gli studi sui comportamenti e sul rischio dimostrano che sulla strada l’esempio induce all’imitazione. Per questo l’esempio costituisce, nel bene e nel male, il mezzo più efficace di cambiamento nell’agire collettivo e dei singoli. Molto più efficace di lezioni frontali e spot impressionanti, che sono utili solo se inseriti in un contesto ricettivo.

La reazione di ferma e unanime condanna di SVT, autorità e sindacati è stata apprezzabile e indica un progresso in direzione di una maturazione nella sensibilità alla sicurezza. Inadeguata invece la replica dell’autista: anziché chiedere scusa, ha minimizzato e accampato insostenibili scuse cercando di negare maldestramente i fatti. La scarsa professionalità dell’autista si è manifestata nella mancata comprensione dei rischi e nell’inconsapevolezza di svolgere un ruolo pubblico.

Le scuse dell’autista sarebbero state accettate dall’opinione pubblica e dagli interessati (studenti, genitori, insegnanti) se associate a un sincero pentimento e alla presa d’atto di avere provocato un pericolo. Al di là della retorica sulla severità, l’inevitabile provvedimento disciplinare non deve fare dell’autista un capro espiatorio, ma costituire un esempio di correttezza gestionale. Giustamente l’azienda e i Sindacati – come io stesso ho proposto – hanno dichiarato che si impegneranno di più nella formazione degli autisti, nei controlli e nell’impegno per la sicurezza. L’autista, se si scusasse sinceramente, si potrebbe persino sentire fiero di avere contribuito sia pure con il suo errore a promuovere la sicurezza stradale. La pubblicità data al suo caso ha certamente ridotto l’uso del cellulare da parte dei colleghi. Almeno temporaneamente. Le istituzioni e la scuola da questo episodio riceveranno rinnovati stimoli per proseguire sulla “Strada Giusta”.

 

mar 16, 2016
Corrado Poli

Federazione Triveneta

Una macro regione per il nordest 

(editoriale)

PremessaLa macroregione che unisce Trentino, Alto Adige/Sud Tirolo, Friuli, Venezia Giulia e Veneto potrebbe chiamarsi Federazione Triveneta. L’accorpamento dei territori che oggi formano le tre regioni costituzionali è un’operazione opportuna e con molte possibilità di successo. Non è tuttavia un processo agevole e richiede riflessione.

I confini delle RegioniI confini delle attuali Regioni non furono disegnati né sulla base di considerazioni storico-culturali né con criteri di efficienza. Essi ripetono grosso modo il disegno dei compartimenti statistici definiti nel 1863 quando il Regno d’Italia, appena costituito, aveva ancora scarsa conoscenza del territorio. Nella definizione si ripresero limiti di vecchi stati o province. Nel 1948 furono recepiti dalla Costituzione senza molte correzioni attribuendo loro per l’appunto il nome di “Regioni”. Non si affrontò un discorso né di efficienza dimensionale ed economica, né di corrispondenza a unità politiche e storico-culturali significative. Al proposito il geografo Lucio Gambi scrisse un famoso saggio sul tema. Questi territori, definiti per scopi non amministrativi, elessero i propri organi di governo per la prima volta nel 1970 per ottemperare al dettato costituzionale e alle direttive comunitarie. Oggi vale la pena affrontare la questione dei limiti territoriali aggiornandoli opportunamente.

Una riflessione storico culturale e geopolitica è utile per facilitare il processo di formazione della macro-regione del nordest che non può limitarsi al criterio dell’efficienza economica e delle economie di scala. Gli altri aspetti da prendere in considerazione sono essenzialmente i seguenti: (a) il contesto geopolitico europeo; (b) l’identificazione geografica e storico-culturale dei cittadini nei territori; (c) il governo della nuova regione e la rappresentanza politica.

La politica delle Regioni in EuropaQuanto al punto (a), l’accorpamento di più regioni si inserisce in un trend in corso anche in altri paesi, tra cui soprattutto la Francia la cui struttura amministrativa è simile a quella italiana. Diversamente succede nei paesi – Spagna e Germania su tutti – in cui i confini delle regioni corrispondono a unità storiche radicate e sono quindi più difficilmente modificabili. La tendenza alla creazione di unità subnazionali più vaste non è priva di conseguenze politiche interne e comunitarie. Oggi le Regioni, pur trattando direttamente con Bruxelles in alcune materie, esercitano prevalentemente poteri delegati dagli Stati nazionali. Ma l’Europa attraversa un momento di profondi cambiamenti che tendono a ridurre i poteri degli Stati e a delegare all’Unione numerose competenze. La battaglia per il trasferimento dei poteri dagli Stati all’Unione è in corso e l’esito appare incerto. Il conflitto potrebbe portare o alla dissoluzione dell’Unione o alla nascita di una più solida forma federale europea. Regioni più vaste e con forte identità politica e storico-culturale s’inseriscono autorevolmente nella trasformazione politica dell’Unione e del patto di convivenza tra i popoli europei. La Federazione Triveneta si porrebbe come interlocutrice diretta di Bruxelles e dei governi europei. Il tema non sarebbe nemmeno nuovo poiché riprende un discorso che era più vivace negli anni settanta e ottanta , ma fu in seguito interrotto. La partecipazione del Sud Tirolo a maggioranza di lingua tedesca e della minoranza slovena della Venezia Giulia renderebbe inoltre ancora più plausibile l’apertura diretta a un’Europa riformata nel senso di una graduale trasformazione da “Europa degli Stati” a “Europa delle Regioni”. La Federazione Triveneta nascerebbe come una regione italiana e allo stesso tempo multinazionale, aperta al mondo di lingua tedesca e slava. Questo gioverebbe a Sud tirolesi e sloveni tanto quanto a veneti e friulani.

La geografia delle regioniDal punto di vista geografico e storico-culturale, la macroregione del nordest ha le carte in regola per riconoscersi in un’unità regionale fortemente identitaria e persino in qualcosa di più. Se non in uno Stato nuovo nel contesto europeo, si riconoscerebbe certamente in un territorio autonomo rispetto alle restanti regioni e macro-regioni italiane e sarebbe in grado di relazionarsi direttamente con altre realtà. In effetti gran parte del Nordest italiano, da Trieste a Verona a Trento si riconosce nella lingua veneta e in essa comunica agevolmente pur con le differenze locali. La comunanza linguistica, la koinè (κοινὴ) della parlata veneta, sintetizza altre somiglianze culturali che consentono di includere nella storia e nella geografia – quindi nella cultura – anche i friulani. Sebbene essi tradizionalmente si esprimano nella riconosciuta lingua ladina anziché in dialetto veneto, come d’altronde altre comunità delle valli alpine soprattutto nelle province di Belluno, Bolzano e Trento, condividono tuttavia un comune substrato sociale che la modernità non ha ancora del tutto cancellato. Anche la struttura geografica del triveneto presenta caratteristiche simili sia che ci si riferisca al mondo rurale sia a quello urbano. L’assenza di una grande città dominante – Venezia ha da tempo abdicato a questo ruolo che aveva tenuto per secoli – è compensato dalle numerose città di medie dimensioni che formano una rete urbana fitta e ininterrotta da Merano a Monfalcone, da Legnago a Tolmezzo. Inoltre le città medie maggiori hanno una storia e un’identità in grado di presentarsi nel contesto europeo con personalità e peso economico. Il Triveneto ha una geografia urbana simile a quella delle metropoli policentriche del Randstad Holland e della Ruhr in cui la forte integrazione culturale e politica avviene attraverso la collaborazione tra più centri di dimensioni relativamente piccole.

Rappresentanza dei territori. Nella rappresentanza la dimensione conta. Le differenze e le identità locali consentono ai cittadini e alle classi dirigenti di rappresentare ed essere rappresentati. Per questo fin dall’inizio è opportuno garantire un sistema di autonomie anche interno alla macroregione. La soddisfazione di questa esigenza permetterebbe di conservare una parte delle prerogative delle regioni autonome estendendole al Veneto. Si supererebbe così la legittima reticenza alla fusione nella macroregione di chi ha goduto per quasi settant’anni della possibilità di autogovernarsi. E a chi da oltre trent’anni ha rivendicato, inascoltato, l’autonomia.

mar 10, 2016
Corrado Poli

ELEZIONI AMERICANE

Verso una grande coalizione anche oltre oceano?

La campagna per le presidenziali US conferma anche oltre Oceano il trend in corso in Europa da ormai un decennio e più. Al successo di due opposti radicalismi, si contrappone una GRANDE COALIZIONE – più o meno dichiarata – dei moderati. Il personaggio più eclatante è certamente Trump, per via dell’istrionismo mediatico. Ma anche perché, a differenza del civile Sanders, ha certamente più possibilità di ottenere la nomination del suo partito. Le questioni poste da Trump sono condite da un atteggiamento discriminatorio e insultante che scandalizza gran parte degli stessi conservatori americani. Anzi, proprio il modo viscerale e volgare di esprimerle è la migliore garanzia per impedire di discuterle seriamente liquidandole come vaniloqui populisti. Invece si tratta di visioni del mondo alternative e radicali che si stanno facendo strada nella coscienza collettiva di tutto l’occidente. Depurate dalla virulenza e dalla volgarità, sono degne di essere discusse, rielaborate e ricondotte a un livello culturale alto come meriterebbero. Per farlo ci vuole tempo e impegno intellettuale. Ma gli intellettuali oggi, anziché essere affascinati dall’immaginazione del nuovo, si lasciano usare per conservare il vecchio.

D’altro lato è un errore sottovalutare il significato del successo di Sanders. Un candidato alla presidenza degli U.S. che si professa socialista e promette un intervento federale più invasivo in vari settori sociali ed economici, rappresenta una novità nel panorama politico americano. Sanders propone un modello vecchio non più applicabile pena un rafforzamento di quelle burocrazie dominate dall’establishment che si vorrebbero contrastare.

La lotta sarà quindi anche in U.S., com’è da qualche tempo in Europa, tra un establishment che propone un modello esaurito e percepito da molti – soprattutto giovani – senza prospettiva; contro un nuovo indefinito che ricorda la frase celebre di Gramsci: “La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore ed il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”.

Anche in Europa abbiamo i nostri Trump (Salvini, Farrage, Le Pen), i nostri Sanders (Corbyn, Varoufakis, Landini) e le nostre Clinton. Abbiamo anche i repubblicani alla Romney disposti a votare per Hillary pur di conservare la struttura di potere. In Italia abbiamo in più il Movimento Cinque Stelle che si discosta sia dalla sinistra antica, sia dalla destra volgare e riesce a proporre un nuovo modello di politica … Il M5S non è alieno dalle ingenuità e dalle contraddizioni del nuovo. La sua base ideologica è ancora molto fragile e confusa. Si muove talora a tentoni per la mancanza di una sistematizzazione di un pensiero ancora in evoluzione. Sarò compito degli intellettuali liberi elaborare e offrire una teoria politica solida e allo stesso tempo radicalmente alternativa. Ci vorranno molti anni … purché nel frattempo non s’impongano i populismi mediatici volgari e sgangherati.

feb 14, 2016
Corrado Poli

PIÙ INQUINAMENTO?

UN COLPO DI GENIO: PARAMETRI PIÙ TOLLERANTI! 

(Editoriale Corriere del Veneto del 13 febbraio 2016)

Con un colpo di genio, il Parlamento europeo ha ridotto il rischio di inquinamento. Come aveva già fatto anni fa per l’atrazina, ha più che raddoppiato (+110%) le emissioni consentite di ossido di azoto delle auto. Il maggior responsabile delle polveri sottili, per intenderci. I costruttori di automobili, alcuni dei quali scoperti a frodare i controlli, potranno prendersela più comoda per rientrare nei limiti innalzati da 80mg per chilometro percorso a 168. Il provvedimento, passato per pochi voti e tra mille polemiche, penalizza direttamente il Veneto, una delle aree più inquinate d’Europa. I parlamentari veneti europei di centro destra hanno votato compatti a favore. Quelli di centro sinistra e i Cinque stelle, contro. Come al solito il provvedimento è passato anche grazie all’astensione di deputati socialdemocratici eletti in altre circoscrizioni.

Nel frattempo ci si ammala sempre più di tumore. La reazione immediata è l’appello a un maggior impegno nella ricerca e nella prevenzione, intesa prevalentemente come diagnosi precoce. Per questo si organizzano con successo raccolte di fondi anche se i risultati, comunque incerti, li vedranno le generazioni future. Inoltre, nell’immediato, si suggeriscono stili di vita per ridurre i rischi di ammalarsi. Ma quando si tratta di intervenire sull’inquinamento, causa principale dei tumori, trovare finanziamenti e consenso è più difficile. Persino in una regione ricca come il Veneto dove l’aria è peggiore che altrove a causa del clima, dell’industrializzazione e di una geografia che richiede una mobilità elevata. Una vera difesa dai tumori, e da malattie ambientali non letali quali le allergie e l’asma, richiederebbe investimenti rilevanti e distribuiti sul lungo periodo. Il dramma è che non si è mai cominciato nemmeno a pensare in questi termini.

Bisogna ammettere che provvedimenti di deroga da norme severe non sono sempre evitabili nell’immediato, pena una situazione di illegalità di massa che svilirebbe l’attività legislativa. Nel breve termine i costi di riconversione per rendere la regione più sana potrebbero essere insostenibili e qualche ripiegamento è realisticamente necessario. Tuttavia, rappresentanti responsabili, dopo avere subito un tale provvedimento, dovrebbero subito porsi l’obiettivo di tornare a norme più rigide nel più breve tempo possibile proponendo interventi strutturali sulla mobilità, sugli inceneritori e sulle emissioni industriali. Questa coscienza è mancata ai rappresentanti veneti in Europa che hanno votato a favore. Tanto più che molti di essi in altre occasioni hanno fatto sentire alta la loro voce quando si toccavano specifiche categorie. Paradossalmente, poiché l’inquinamento diffuso dell’aria colpisce tutti in modo eguale, i ricchi, i poveri e indipendentemente da professioni e corporazioni di appartenenza, è difficile rendere “politico” un problema pur reale, drammatico e sentito. Eppure la pulizia dell’aria e la lotta ai tumori dovrebbe essere una priorità attorno a cui concentrare tutte le attenzioni.

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