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giu 27, 2016
Corrado Poli

REFERENDUM E DEMOCRAZIA

I Cinque Stelle e Casaleggio avevano già sollevato il problema

Non è una banale alternativa tra referendum e democrazia rappresentativa il problema. In US e in CH i cittadini votano per tutto (32 voti ha dato elettronicamente un mio amico a San Francisco qualche anno fa quando è andato a votare) e anche per eleggere funzionari quali sceriffi, pubblici ministeri, presidi delle scuole, persino il parroco e il vescovo (denominazioni evangeliche), il maestro elementare (alcuni cantoni svizzeri) e i dirigenti comunali. E le cose funzionano più o meno bene a seconda dei casi e delle situazioni contingenti.
Il problema è il sistema di informazione che li precede, le regole che conducono all’indizione e alla celebrazione, il sistema del conteggio dei voti: il sistema deliberativo in una parola.
Per esempio, il sistema dei caucus (non sempre consigliabile e spesso manipolabile) favorisce la discussione e l’informazione e talora consente decisioni dirette, ma più meditate. Per non parlare della politicizzazione del voto: come sarà per il nostro referendum costituzionale, in UK si è votato “contro” non “su” o a “favore” di qualcosa.
Le regole della partecipazione, oggi in vigore (sistemi elettorali e rappresentativi), seguono schemi e retoriche (e geografie) che risalgono a un mondo dell’informazione che non esiste più, a una società di massa frammentatasi, a un sistema di autorità soprattutto culturale delegittimato …
Quando Casaleggio (e i 5Stelle) – ma ben più articolati saggi sono stati scritti da tempo al proposito – parlava del ruolo della rete nella nuova democrazia e nel mondo che verrà, è stato irriso e si continua a rifiutare di meditare sui rapporti tra rete e democrazia rifiutando il problema e trincerandosi nelle vecchie retoriche (in UK hanno votato i vecchi, i giovani si sono in gran parte astenuti o hanno votato in massa per restare). Non che le soluzioni dei 5Stelle siano da accettare a scatola chiusa, anche perché finora sono grezze tanto quanto le altre. Ma sollevano un problema che altri non vedono o rifiutano.
I commentatori che criticano il referendum e la cosiddetta democrazia diretta dicono cose sensate, ma si riferiscono a un mondo che sta rapidamente scomparendo ed è sempre più minoritario e instupidito. Siamo alle soglie – lo dico da qualche tempo – di un cambiamento epocale come fu negli anni cinquanta e sessanta (il ’68!). In fondo, da allora, sono passati 60 anni, ma noi ragioniamo ancora con quegli schemi. Come quando eravamo bambini e sentivamo le storie della Guerra Mondiale e del fascismo dei nostri nonni … nati nell’ottocento. Anche noi siamo nati nell’ottocento … 

giu 26, 2016
Corrado Poli

LA DEMOCRAZIA DEGLI IGNORANTI

La differenza tra fatti e opinioni: mentire inconsapevolmente è peccato

Prima per conoscere non era sufficiente studiare: bisognava essere autorizzati dal potere. Poi, grazie al coraggio di pochi, si consentì a tutti di studiare e conoscere senza nulla rischiare. Ma non era ancora permesso divulgare la conoscenza e servì ancora il coraggio di alcuni per cancellare le censure e affermare la libertà di stampa. Oggi tutti possono esprimersi senza rischi e con facilità, ma ci si è dimenticati del dovere di distinguere tra fatti e opinioni.

“Sapere aude” (osa conoscere) era il motto dell’Illuminismo. Un invito davvero rivoluzionario secoli addietro quando si insegnava che non era ammesso conoscere, ma si doveva solo credere e obbedire. La conoscenza era concessa solo a pochi e più che di una conoscenza oggettiva si trattava di autonoma interpretazione dei fatti che diventavano più o meno veri a seconda dell’autorità che li elaborava.

Una volta che fu permesso conoscere, chi ne aveva la possibilità si dedicò a questo affascinante esercizio di libertà. Per permettere a quanti più possibile di esercitare il diritto a conoscere, si organizzò il sistema di istruzione pubblica. Portata a termine questa rivoluzione, presto non fu più necessario avere coraggio per ricercare e sapere, bastò studiare e tutti incoraggiavano a leggere e pensare poiché erano ancora in pochi in grado di scrivere, pensare e leggere. La ricerca della conoscenza era un processo difficile e faticoso che richiedeva ancora metodo e verifiche imparziali e oggettive. Si istituirono perciò accademie autonome dal potere politico al fine di separare la conoscenza dal potere, se mai fosse stato possibile.

A questo punto era necessario un nuovo passo in avanti verso un’ulteriore libertà: in chi sapeva (o credeva di sapere) nasceva il desiderio di comunicare quanto aveva osato conoscere. Di conseguenza gli intellettuali cominciarono a battersi, non solo per la libertà di conoscere – ormai acquisita – e credere nelle verità scoperte, ma anche per la libertà di stampa e l’eliminazione di ogni censura. Dopo molte lotte, si arrivò finalmente anche a questo.

Tutti potevano comunicare senza rischi così che rimaneva poco da osare. Rimase però una separazione tra chi davvero sapeva e chi sceglieva cosa comunicare. Non era facile stampare un libro e il comunicare un’idea richiedeva perizia e potere. La separazione tra le accademie, depositarie del sapere, e gli editori (l’etimologia della parola evoca il “fare uscire”) si trasformava già in conflitto. Oggi la rete consente a tutti di dire e credere qualsiasi cosa.

Oggi si insegna che è un diritto esprimere le proprie opinioni, ma non si insegna che è un dovere dire la verità. Se no la si conosce o non se ne è sicuri di deve tacere. Altrimenti si mente, senza dolo il più delle volte, ma si mente e si è pur sempre peccatori.

I populismi di oggi invitato tutti a esprimere un’opinione, ma non sollevano il dubbio se sia lecito avere un’opinione, perché un conto è l’opinione, un altro è la verità. L’icona del suffragio universale viene posta in discussione, mentre si dovrebbe porre in discussione la discussione stessa: come si discutono i fatti e le opinioni? Qual è la differenza tra fatti e opinioni? Anche il suffragio universale può avvenire in vari modi che oggi vanno ristudiati alla luce delle tecnologie e dei media. Per esempio il sistema dei caucus con cui in alcuni Stati americani si svolgono le primarie è una possibilità della democrazia che in certi casi potrebbe essere applicata, in altri evitata. Le maggioranze possono essere discusse: non sempre la metà più uno è “democratica”; talora serve di più altre volte l’unanimità e via dicendo. L’elezione dei candidati è un’altra icona democratica, ma nel corso dei tempi anche il sorteggio dei governanti è stata una soluzione applicata … Oggi da una parte si adorano antiche icone in modo conservatore, dall’altra le si distruggono senza sostituirle

Il libello di Casaleggio poneva queste questioni in modo ironico e visionario che i gretti conservatori accecati dal settarismo e dall’arroganza hanno sbeffeggiato senza comprendere la serietà dei problemi sollevati e a i quali onestamente non dava soluzioni, ma modeste suggestioni a meditare. Peccato che pochi abbiano colto questo aspetto e ora ci troviamo a parlare di democrazia degli ignoranti per avere noi stessi ignorato fino a ieri i problemi emersi oggi.

giu 25, 2016
Corrado Poli

BREXIT: OPPORTUNITÀ PER L’EUROPA?

La Macroregione Triveneta e il Dis-United Kingdom

Il 53,4% degli inglesi ha votato per l’uscita dalla UE come pure il 52,5% dei gallesi e il 51,8% del sudest. Ma la Scozia ha votato per restare al 62% con la sua capitale Edimburgo al 74%; il 55,8% degli irlandesi del Nord vorrebbero restare, come pure il 60% dei londinesi.

Esiste ancora un Regno Unito? Ed esiste una “nazione” francese”, “italiana”, “spagnola”, “tedesca”? Possono vecchi stati rinascimentali o formatisi nel secolo diciannovesimo considerarsi ancora il fulcro della politica internazionale?  

Negli anni sessanta alcuni europeisti sostenevano l’opportunità di passare dall’Europa delle Nazioni – che già vedevano vecchia – a un’Europa in cui le Regioni si relazionavano direttamente con Bruxelles. In parte s’è agito concretamente in questa direzione, ma il processo non è stato portato a termine e anzi ultimamente la crisi dell’Europa ha ridato potere ai vecchi Stati e all’Italia in particolare dove si sta imponendo un becero centralismo al punto che la Ministra Boschi s’è vantata (a ½ora) che la nuova Costituzione ha tolto potere alle Regioni!

Il voto sulla Brexit può diventare l’occasione per ripensare un’Europa di regioni molto autonome in controtendenza con quanto accaduto in questi ultimi anni di crisi economica e populismi montanti.

In questo contesto si pone anche la questione della Macroregione veneta e delle altre regioni che vorrebbero accorparsi. Questo processo va pensato in funzione di un nuovo trattato europeo che dia potere alle regioni (macro) e alla federazione europea, togliendolo a Stati disuniti. Il Regno (dis)Unito è emblematico di questa necessità. Per questo motivo la Brexit, anziché essere percepita solo come un anticipo della dissoluzione dell’Europa, andrebbe letta come positiva crescita delle differenze interne agli Stati a fronte di un’integrazione economica e culturale europea che è ormai un dato di fatto da trent’anni e più.

Ricordo che già a metà degli anni ottanta seguii un corso di francese a Perpignan. Mi trovai in compagnia di numerosi ventenni europei dalla Sicilia alla Norvegia – la generazione Erasmus – e già allora notai come nei loro comportamenti, modi di pensare e vestire, letture e musica ascoltata non v’era molta differenza. In più, quando ci si stancava di parlare francese, tutti passavamo con facilità all’inglese senza problema di comunicazione. Sono passati quasi trent’anni e il processo è andato avanti, ostacolato solo dalla retorica vecchia e stantia degli stati nazionali. La crisi dell’Europa in effetti nasce dal conflitto tra Stati nazionali al tramonto e un mondo ormai globale che richiede istituzioni adatte al nuovo contesto: in questo conflitto le (macro)regioni, la Scozia, la Catalogna, la Baviera e il Triveneto, ma anche i piccoli paesi come l’Olanda, il Belgio e l’Austria, dimenticata la retorica e il ricordo della passata grandezza, potrebbero contribuire alla rifondazione Europea dopo questi anni di crisi. E per questo dovremmo ringraziare la Brexit, gli scozzesi e i londinesi per avere posto il problema. Oppure andrà tutto a catafascio come vogliono i vecchi britannici che hanno votato per la Brexit ricordando la loro passata gioventù!

mag 16, 2016
Corrado Poli

IL “DIALETO”

Editoriale del Corriere del Veneto del novembre 2010 (in risposta 
a una proposta della Lega di introdurre il dialetto veneto nelle scuole. 
Una giornalista la propose al Presidente ... che la cassò immediatamente)  

UNA LINGUA TRA OGGI E DOMANI

Il dialetto è un fatto emotivo, è il modo in cui ci esprimiamo e comunichiamo con la parola quotidiana. Il dialetto è rivoluzionario perché si oppone alla sclerosi della lingua ufficiale. Per questo, recuperare e proteggere il modo in cui si parlava un tempo ci condanna alla prigione della nostalgia. Il ricordo del bel tempo passato ci impedisce di cambiare e migliorare il presente.

Il vero dialetto non è la parlata di ieri che si vuole ripristinare o salvare. Il dialetto è quel particolare modo di esprimersi che sta tra l’oggi e il domani. I professori li chiamano “errori”. Noi diciamo nuove espressioni. Le migliori parole e frasi sovvertiranno la stanca lingua codificata. Vocabolari e grammatiche si scrivono dopo che le parole sono entrate nell’uso comune. Poi funzionano anche come strumenti per la conservazione dell’ortodossia linguistica.

“Ragazzi, ‘ndemo al boomerang ke ghe xe un party … spettème un attimino, cmq ‘rivo più tardi”. Il dialetto di oggi è il linguaggio degli sms e di internet: si scrive come si parla e come si capisce. Si eliminano le vocali (come in arabo ed ebraico), si brucia un carattere trasformando il “ch” in “k” (come gli americani hanno tolto la “u” da labour e altre parole), si usano espressioni estranee ai vocabolari, ma efficaci e tratte da altre lingue comprese le parlate locali. Le parole inglesi pronunciate sbagliate anche dalla RAI fanno parte del vero dialetto di oggi: in italiano non si dice mànagement, perfòrmance o àdvocacy, bensì managgèment, pèrformance e advòcacy, come nessun inglese direbbe. Ma va bene così  nella quotidianità. Il dialetto di oggi è il linguaggio pervertito della TV a cui i più creativi sapranno dare dignità elaborandolo.

Chi vuole difendere e proteggere la parlata di ieri è triste e stanco. Chi la perseguita in nome del modernismo uniformante nazionalista ama la povertà della mente e teme le differenze. “Una lingua è un dialetto con un esercito e una flotta” diceva Max Weinreich. Il dia-letto – la lettura diversa e sparsa dall’etimo – è assenza di potere, anarchia, è dia-spora, una disseminazione di parole nel mondo. È il potere diffuso dei deboli, di quelli che non accettano che qualcuno dica loro come devono parlare, figurarsi se accettano cosa dovrebbero fare.

I dialetti sono la libertà, ma per esserlo devono cambiare continuamente. Il tuo dialetto, la parlata strana sono la Sherwood in cui nascondersi. La società aperta della modernità teme i dialetti arcani e criptici. Chi parla dialetto sfugge al controllo del potere che non li capisce. È la paura contemporanea dell’uniformità che ci fa reclamare identità e lingue perdute. Ma anziché guardare al passato, è al futuro che dobbiamo rivolgerci per liberarci davvero. Inventiamo la nuova lingua, scriviamo in un “volgare” ancora tutto da inventare. Impariamo l’italiano e l’inglese, ma parliamo e scriviamo come veneti, siciliani, provenzali o bavaresi.

Sarebbe interessante che a scuola si insegnasse l’italiano convenzionale (perché la lingua colta è pur sempre necessaria), ma si introducesse anche la possibilità di composizioni nella lingua corrente che include elementi di spelling innovativi, parlate locali, inglese e quant’altro, pur sull’inevitabile base del noioso italiano di oggi. Ne uscirebbe un nuovo bellissimo dialetto veneto che darebbe identità a chi lo parla avendo assorbito sia la parlata del passato che quella contemporanea per diventare la lingua del futuro e di una nuova identità. Più che tutelare il dialetto, anzi per promuoverlo davvero, si dovrebbero trovare spazi per le parlate quotidiane (basate sulla lingua veneta, italiana e inglese, con magari un po’ di arabo e rumeno) nelle scuole.

mag 10, 2016
Corrado Poli

AUTISTA DI BUS AL CELLULARE

Editoriale del Corriere del Veneto del 10 maggio 2016

Guida senza mani con 50 studenti a bordo a 90 all’ora per chattare e telefonare!

PIÙ FORMAZIONE PER GLI AUTISTI DEI BUS

La notizia ha fatto clamore non solo perché un autista della SVT (Vicenza) con cinquanta studenti a bordo impugnava continuamente il cellulare mentre guidava. A questo s’è aggiunto il paradosso che l’autista trasportava giovani a una manifestazione sulla sicurezza stradale promossa dall’Ufficio Scolastico e dalla Provincia in collaborazione con il comando dei Carabinieri, la Sezione di Polizia Stradale, la polizia municipale, l’ACI, nonché con il Lions Club, Vicenza Palladio, Vicenza La Rotonda, il Leo Club Vicenza, e ha ricevuto il contributo della Banche di Credito Cooperativo, delle Casse Rurali e Artigianali e della Dainese s.p.a. Una manifestazione ben organizzata a conclusione di un meritorio programma di educazione stradale dal titolo suggestivo: “La Strada Giusta”.

A differenza di molti commenti esageratamente forcaioli e ad personam, il caso sollecita a concentrarsi su alcuni aspetti della comunicazione del rischio e della formazione del personale. Anzitutto i programmi di educazione stradale servono a poco se isolati dai comportamenti quotidiani. Inoltre la professionalità degli autisti dei mezzi pubblici di oggi sarebbe valorizzata se essi prendessero atto che il loro comportamento contribuisce alla crescita civile di tutti e fa parte indirettamente di processi educativi responsabili. Gli studi sui comportamenti e sul rischio dimostrano che sulla strada l’esempio induce all’imitazione. Per questo l’esempio costituisce, nel bene e nel male, il mezzo più efficace di cambiamento nell’agire collettivo e dei singoli. Molto più efficace di lezioni frontali e spot impressionanti, che sono utili solo se inseriti in un contesto ricettivo.

La reazione di ferma e unanime condanna di SVT, autorità e sindacati è stata apprezzabile e indica un progresso in direzione di una maturazione nella sensibilità alla sicurezza. Inadeguata invece la replica dell’autista: anziché chiedere scusa, ha minimizzato e accampato insostenibili scuse cercando di negare maldestramente i fatti. La scarsa professionalità dell’autista si è manifestata nella mancata comprensione dei rischi e nell’inconsapevolezza di svolgere un ruolo pubblico.

Le scuse dell’autista sarebbero state accettate dall’opinione pubblica e dagli interessati (studenti, genitori, insegnanti) se associate a un sincero pentimento e alla presa d’atto di avere provocato un pericolo. Al di là della retorica sulla severità, l’inevitabile provvedimento disciplinare non deve fare dell’autista un capro espiatorio, ma costituire un esempio di correttezza gestionale. Giustamente l’azienda e i Sindacati – come io stesso ho proposto – hanno dichiarato che si impegneranno di più nella formazione degli autisti, nei controlli e nell’impegno per la sicurezza. L’autista, se si scusasse sinceramente, si potrebbe persino sentire fiero di avere contribuito sia pure con il suo errore a promuovere la sicurezza stradale. La pubblicità data al suo caso ha certamente ridotto l’uso del cellulare da parte dei colleghi. Almeno temporaneamente. Le istituzioni e la scuola da questo episodio riceveranno rinnovati stimoli per proseguire sulla “Strada Giusta”.

 

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