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mar 10, 2016
Corrado Poli

ELEZIONI AMERICANE

Verso una grande coalizione anche oltre oceano?

La campagna per le presidenziali US conferma anche oltre Oceano il trend in corso in Europa da ormai un decennio e più. Al successo di due opposti radicalismi, si contrappone una GRANDE COALIZIONE – più o meno dichiarata – dei moderati. Il personaggio più eclatante è certamente Trump, per via dell’istrionismo mediatico. Ma anche perché, a differenza del civile Sanders, ha certamente più possibilità di ottenere la nomination del suo partito. Le questioni poste da Trump sono condite da un atteggiamento discriminatorio e insultante che scandalizza gran parte degli stessi conservatori americani. Anzi, proprio il modo viscerale e volgare di esprimerle è la migliore garanzia per impedire di discuterle seriamente liquidandole come vaniloqui populisti. Invece si tratta di visioni del mondo alternative e radicali che si stanno facendo strada nella coscienza collettiva di tutto l’occidente. Depurate dalla virulenza e dalla volgarità, sono degne di essere discusse, rielaborate e ricondotte a un livello culturale alto come meriterebbero. Per farlo ci vuole tempo e impegno intellettuale. Ma gli intellettuali oggi, anziché essere affascinati dall’immaginazione del nuovo, si lasciano usare per conservare il vecchio.

D’altro lato è un errore sottovalutare il significato del successo di Sanders. Un candidato alla presidenza degli U.S. che si professa socialista e promette un intervento federale più invasivo in vari settori sociali ed economici, rappresenta una novità nel panorama politico americano. Sanders propone un modello vecchio non più applicabile pena un rafforzamento di quelle burocrazie dominate dall’establishment che si vorrebbero contrastare.

La lotta sarà quindi anche in U.S., com’è da qualche tempo in Europa, tra un establishment che propone un modello esaurito e percepito da molti – soprattutto giovani – senza prospettiva; contro un nuovo indefinito che ricorda la frase celebre di Gramsci: “La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore ed il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”.

Anche in Europa abbiamo i nostri Trump (Salvini, Farrage, Le Pen), i nostri Sanders (Corbyn, Varoufakis, Landini) e le nostre Clinton. Abbiamo anche i repubblicani alla Romney disposti a votare per Hillary pur di conservare la struttura di potere. In Italia abbiamo in più il Movimento Cinque Stelle che si discosta sia dalla sinistra antica, sia dalla destra volgare e riesce a proporre un nuovo modello di politica … Il M5S non è alieno dalle ingenuità e dalle contraddizioni del nuovo. La sua base ideologica è ancora molto fragile e confusa. Si muove talora a tentoni per la mancanza di una sistematizzazione di un pensiero ancora in evoluzione. Sarò compito degli intellettuali liberi elaborare e offrire una teoria politica solida e allo stesso tempo radicalmente alternativa. Ci vorranno molti anni … purché nel frattempo non s’impongano i populismi mediatici volgari e sgangherati.

feb 14, 2016
Corrado Poli

PIÙ INQUINAMENTO?

UN COLPO DI GENIO: PARAMETRI PIÙ TOLLERANTI! 

(Editoriale Corriere del Veneto del 13 febbraio 2016)

Con un colpo di genio, il Parlamento europeo ha ridotto il rischio di inquinamento. Come aveva già fatto anni fa per l’atrazina, ha più che raddoppiato (+110%) le emissioni consentite di ossido di azoto delle auto. Il maggior responsabile delle polveri sottili, per intenderci. I costruttori di automobili, alcuni dei quali scoperti a frodare i controlli, potranno prendersela più comoda per rientrare nei limiti innalzati da 80mg per chilometro percorso a 168. Il provvedimento, passato per pochi voti e tra mille polemiche, penalizza direttamente il Veneto, una delle aree più inquinate d’Europa. I parlamentari veneti europei di centro destra hanno votato compatti a favore. Quelli di centro sinistra e i Cinque stelle, contro. Come al solito il provvedimento è passato anche grazie all’astensione di deputati socialdemocratici eletti in altre circoscrizioni.

Nel frattempo ci si ammala sempre più di tumore. La reazione immediata è l’appello a un maggior impegno nella ricerca e nella prevenzione, intesa prevalentemente come diagnosi precoce. Per questo si organizzano con successo raccolte di fondi anche se i risultati, comunque incerti, li vedranno le generazioni future. Inoltre, nell’immediato, si suggeriscono stili di vita per ridurre i rischi di ammalarsi. Ma quando si tratta di intervenire sull’inquinamento, causa principale dei tumori, trovare finanziamenti e consenso è più difficile. Persino in una regione ricca come il Veneto dove l’aria è peggiore che altrove a causa del clima, dell’industrializzazione e di una geografia che richiede una mobilità elevata. Una vera difesa dai tumori, e da malattie ambientali non letali quali le allergie e l’asma, richiederebbe investimenti rilevanti e distribuiti sul lungo periodo. Il dramma è che non si è mai cominciato nemmeno a pensare in questi termini.

Bisogna ammettere che provvedimenti di deroga da norme severe non sono sempre evitabili nell’immediato, pena una situazione di illegalità di massa che svilirebbe l’attività legislativa. Nel breve termine i costi di riconversione per rendere la regione più sana potrebbero essere insostenibili e qualche ripiegamento è realisticamente necessario. Tuttavia, rappresentanti responsabili, dopo avere subito un tale provvedimento, dovrebbero subito porsi l’obiettivo di tornare a norme più rigide nel più breve tempo possibile proponendo interventi strutturali sulla mobilità, sugli inceneritori e sulle emissioni industriali. Questa coscienza è mancata ai rappresentanti veneti in Europa che hanno votato a favore. Tanto più che molti di essi in altre occasioni hanno fatto sentire alta la loro voce quando si toccavano specifiche categorie. Paradossalmente, poiché l’inquinamento diffuso dell’aria colpisce tutti in modo eguale, i ricchi, i poveri e indipendentemente da professioni e corporazioni di appartenenza, è difficile rendere “politico” un problema pur reale, drammatico e sentito. Eppure la pulizia dell’aria e la lotta ai tumori dovrebbe essere una priorità attorno a cui concentrare tutte le attenzioni.

gen 22, 2016
Corrado Poli

RIFORMA DEI PARCHI

La scienza prima della politica

(editoriale del Corriere del Veneto del 20 gennaio 2016)

La Regione Veneto s’appresta a riformare la legge sui Parchi e le aree protette. La riduzione dei costi di gestione è l’obiettivo legittimo e opportuno, ma non può essere l’unico. Dopo circa un quarto di secolo dall’istituzione degli enti Parco, è necessario ripensarne radicalmente la funzione naturalistica e urbanistica. La revisione degli obiettivi e della gestione dei Parchi spetta alla politica. Una buona politica però dovrebbe essere sostenuta da un’approfondita conoscenza scientifica e da un adeguato aggiornamento culturale che latitano. Chi da tempo governa non ha mai visto di buon occhio i Parchi nati quasi trent’anni fa sulla spinta di una cultura ambientale allora innovativa e propositiva. Una responsabilità l’ha anche la (non)opposizione che riesce nell’impresa di essere assente e anche divisa. Da una parte condivide l’atteggiamento scettico e burocratico il cui esito previsto sarà la solita astensione. Dall’altro conserva i vecchi cliché dell’ambientalismo rivendicativo del secolo passato, lontano da cittadini desiderosi di proteggere il territorio.

Se davvero si vuole rinnovare la gestione dei parchi e non soltanto fare un passo ulteriore verso la loro eliminazione, sarebbe opportuno sollecitare la nomina di un Comitato scientifico unificato prima di avviare la discussione della proposta di legge e prorogarlo dopo l’approvazione della legge. Così si discuterebbe di problemi complessi con cognizione di causa. In questo modo la cittadinanza potrebbe esprimersi su proposte concrete e innovative a cui è direttamente interessata. Se la nuova legge non si pone con chiarezza obiettivi chiari e condivisi, tanto vale cancellare gli Enti Parco. I comitati scientifici dei singoli parchi hanno senso solo se valorizzati e all’interno di obiettivi di grande respiro. Altrimenti meglio abolirli.

Purtroppo, in molti enti parco (con significative eccezioni) sono stati nominati, con sempre maggiore frequenza, presidenti e direttori espressi da una politica contraria alla tutela ambientale e da una burocrazia disinteressata al tema. Un modo indiretto ma efficace per neutralizzare leggi sgradite. Per gestire la fauna, per esempio, occorrono naturalisti ed ecologi che dettino linee guida e propongano tecniche serie. Altrimenti si verificano situazioni come quella del Parco Colli Euganei che spende più di un quarto del suo bilancio solo per la lotta ai troppi cinghiali. L’insorgere di questo problema emblematico è il risultato di una venefica miscela di ideologismo contrastato dall’ignoranza e non dalla competenza scientifica. S’è arrivati ad auspicare come soluzione l’introduzione di lupi per mangiarsi i cinghiali! Una provocazione, certo, ma segno di superficialità. Come si può redigere una legge senza averne discusso gli obiettivi con esperti e senza coinvolgere una cittadinanza sensibile ai nuovi temi? C’è ancora un po’ di tempo per affiancare a burocrati e politici degli esperti aggiornati e davvero motivati alla protezione dell’ambiente veneto.

gen 9, 2016
Corrado Poli

UN ALTRO VENETO

Definizioni vecchie per un territorio cambiato

La geografia cambiata. Per descrivere il territorio urbano veneto usiamo parole coniate per un mondo che non esiste più. Se si vogliono affrontare i problemi con concretezza sarà bene togliersi le lenti deformanti di vecchi concetti. Parole d’ordine quali “area metropolitana”, “insediamento diffuso”, “policentrismo”, “accorpamento di comuni”, “reti territoriali”, “distretti produttivi” non sono neutrali nell’orientare le decisioni. Furono proposte mezzo secolo fa da geografi, sociologi ed economisti che anticiparono gli eventi e a cui allora i pianificatori e i politici prestavano attenzione. La creazione delle Regioni, definite enti di programmazione, stimolava questa ricerca e metteva in relazione il mondo della cultura con quello della politica. Non erano tutte rose e fiori, ma la creatività intellettuale e politica non era del tutto assente così che i dibattiti tra diverse impostazioni erano accesi. Ma oggi ripetiamo le stesse parole che si sono svuotate di significato e non ce ne accorgiamo.

Rivoluzione lessicale. Non s’è ancora avviata la necessaria rivoluzione culturale e materiale dell’urbanistica. Meno ancora quella lessicale, altrettanto importante. Da vent’anni si fa un uso crescente di Internet e sono cambiate molte abitudini grazie alle telecomunicazioni, ma gli schemi analitici e le conseguenti scelte sono rimasti invariati. Sebbene di fronte alla crisi urbana cresca il desiderio di innovare, senza una riflessione approfondita il cambiamento rimane superficiale. Nelle città venete sono state avviate pregevoli iniziative quali concorsi di idee e inviti a studiosi-guru internazionali capaci di aprirci all’immaginazione. Le visioni e qualche progetto sono già a disposizione come ha dimostrato il brillante concorso “Padova Soft City”. Altri si possono vedere in giro per il mondo, sapendo però che quelli oggi realizzati furono pensati almeno dieci fa. Vale la pena affidarsi alla competenza di studiosi che sanno immaginare progetti inediti o che “spiano” le idee in corso di elaborazione senza ripetere quelle già attuate. Purtroppo ci si scontra con due ostacoli: la povertà culturale degli amministratori che li rende disinteressati a una visione di ampio respiro e impedisce loro di servirsi delle competenze a disposizione (ma ce ne sono?); e l’erronea credenza che l’innovazione vada cercata solo nella tecnica e non in una società profondamente modificata.

Quando si parla di nuove infrastrutture, ci si riferisce ancora a strade, ponti e zone industriali. Coloro che si credono più aggiornati pensano alla Banda Larga su cui siamo in effetti in catastrofico ritardo. Ma rimaniamo ancora nel campo del materiale e del tecnico. Le infrastrutture oggi necessarie per un domani migliore sono altre: una riorganizzazione della cooperazione tra soggetti adatta ai tempi; quindi una politica e una rappresentatività efficaci; un ruolo centrale affidato alla ricerca e all’organizzazione; un’ingegneria istituzionale che introduca creatività e flessibilità nelle pubbliche amministrazioni. Il superamento di concetti affrontati in modo antico come il diritto al lavoro e allo studio. Se tutto va bene, siamo alle soglie di una rivoluzione culturale profonda come quella che accadde in Europa e negli Stati Uniti negli anni sessanta e settanta per l’appunto a seguito di una rivoluzione tecnologica (la fuga dalle campagne e l’industrializzazione). Se tutto va male passeremo dalla vita alla morte senza accorgercene … se già non è successo.

È quindi necessario integrare la cultura umanistica con quella tecnica e (passivamente) applicata, poiché solo così l’innovazione può liberarsi da modelli ripetitivi e mettersi al servizio del cambiamento. Persino Papa Francesco nell’Enciclica sull’ambiente s’è espressamente riferito alle infrastrutture urbane e di trasporto auspicando il “contributo di diverse discipline che permettano di comprendere i processi, il simbolismo e i comportamenti delle persone”.

Le città del Veneto si distinguono per un’elevata qualità di vita e sono note nel mondo nonostante le modeste dimensioni demografiche. I centri storici sono veri gioielli grazie a brillanti operazioni di recupero; le periferie sono tuttora più vivibili e sicure che in altre città italiane ed europee. Purtroppo stiamo disperdendo questo patrimonio e si assiste a un progressivo degrado: le vecchie soluzioni elaborate per le grandi città peggiorano anziché risolvere i problemi. Le città venete sarebbero nelle condizioni di mostrare al mondo come si può immaginare l’urbanistica vincente dei prossimi decenni. Ma senza una nuova immaginazione rischiano di copiare passivamente gli stessi gravi problemi delle metropoli senza goderne dei vantaggi.

dic 26, 2015
Corrado Poli

POLITICA IN EUROPA E ITALIA

Considerazioni elaborate dal mio libro Environmental Politics, Springer, London-New York, 2015

Quale opposizione per Renzi?

In Italia, con un certo anticipo sugli altri paesi europei occidentali, si stanno consolidando due schieramenti e una nuova dialettica politica che contrappone virtuosamente conservatori e progressisti. Potrebbe essere d’esempio a tutto il mondo occidentale.

Da una parte si consolida il Partito Democratico (PD) radicato nei paradigmi ideologici tradizionali e nelle istituzioni senza più essere né di destra né di sinistra. Il PD è soprattutto un partito di governo, il cui leader ha il compito di tenersi alla testa del gregge, ma è disinteressato a dove esso sia diretto.

Dall’altra sta emergendo il Movimento Cinque Stelle (M5S) che propone cambiamenti radicali e nello stesso tempo fa un’opposizione istituzionale. Gli altri soggetti ancora presenti nell’arena politica sono residuati che vanno riducendosi gradualmente al ruolo di comparse. Il rischio è che siano resuscitati dagli opportunismi – talora rischiosi – dei movimenti maggiori.

I conservatori (e all’occasione moderatamente riformisti – insomma il PD) svolgono l’utile funzione politica e sociale di evitare avventurismi e cambiamenti troppo rapidi. Tuttavia, se pretendono di restare immobili, rischiano di essere scalzati dai radicali. Quindi sono costretti a realizzare qualche riforma e accogliere – mitigandole – alcune proposte dell’opposizione.

Tra i conservatori s’annida anche la corruzione, poiché inevitabilmente il potere logora. Quindi un’opposizione, vergine di potere, impone ai governi di purificarsi quel tanto che ne sono capaci, per soddisfare l’opinione pubblica e non perdere troppi voti.

I conservatori non sono gretti e nemmeno cattivi! Svolgono la funzione fondamentale di tutelare il presente e sottopongono a scrutinio severo il futuro proposto da innovatori ricchi di idee e poveri di esperienza.

I conservatori al potere – le grandi coalizioni – se sono illuminati hanno qualche possibilità di favorire l’opposizione più utile al paese e conveniente per loro. In Italia il M5S può essere giudicato con qualche buona ragione velleitario, ma diffonde linguaggio e valori pacifici, ambientalisti, democratici, comunitari e partecipativi in consonanza con una parte consistente della cittadinanza, soprattutto con i più giovani e istruiti. Questa componente sociale è priva di rappresentanza politica e riconoscimento sociale; in buona parte stenta persino ad auto-riconoscersi.

Se non ci fosse il M5S a opporsi dialetticamente al governo, il vuoto politico dell’opposizione sarebbe colmato inevitabilmente dal populismo ignorante di Lega e neo-fascisti che fomentano la paura inneggiando alla violenza e al razzismo e trovando nell’islamofobia un appiglio per collegare la politica estera a quella nazionale. Questo sta avvenendo in alcuni paesi europei le cui istituzioni democratiche abbiamo ammirato in passato. Se l’ansia di conservare il potere induce i governi europei (di coalizione) a favorire leghisti e neo-fascisti nell’illusione di continuare a gestire tutto il potere, si propone uno scenario di paura, cupo e rischioso. In Francia, in Germania e in UK progrediscono i movimenti neo-fascisti e neo-nazionalisti. La paura di un’affermazione dei populisti più ignoranti e violenti, evocata dai governi, tutela il potere nel breve periodo, ma crea le condizioni culturali per la diffusione di un linguaggio e di valori estremamente pericolosi e incivili. Da questo punto di vista la politica italiana si sta dimostrando molto più civile e avanzata sia grazie alla presenza del M5S sia grazie al fatto che il PD e i suoi alleati l’hanno scelto come interlocutore principale dell’opposizione aiutandolo a crescere (ma non troppo).

Oggi il M5S è conscio di non essere pronto a sostituire al governo la grande coalizione. Lo sarà tra qualche anno verosimilmente a seguito dell’usuale storica scissione interna tra radicali e moderati che prima o poi avviene in tutti i movimenti rivoluzionari. La scissione attenuerà il contrasto dialettico tra i due schieramenti del bipartitismo, ma consentirà un’introduzione più concreta delle nuove idee e della nuova classe dirigente.

Non è dato sapere se l’imperfezione del bipartitismo che Sartori ravvisava nella prima repubblica italiana polarizzata su DC e PCI sarà finalmente corretta o forse ricostituita. Infatti, il bipartitismo dell’alternanza tipico delle grandi democrazie non ha potuto affermarsi in Italia, nemmeno dopo la caduta del Muro che ha sdoganato i comunisti. Era troppo tardi. Infatti, la dialettica tra socialisti-welfaristi e liberisti aveva perso senso e per un quarto di secolo (dal 1992) ogni tentativo di attivarla in Italia è fallito poiché proponeva una diversità tra le parti ormai fittizia in tutto il mondo occidentale. Per non parlare della spartizione di fatto del potere. Il dibattito politico italiano s’è arenato su scandali e corruzione piuttosto che su alternative politiche sostanziali poiché alternative non ce n’erano.

L’obiezione che potrebbe sorgere immediata sarebbe: ma il M5S propone un’inedita democrazia telematica senza partiti in un contesto completamente diverso da quello istituzionale attuale. Certo! Ma è evidente che il M5S si riferisce a un modello senza tuttavia rifiutare la transizione e operando nelle istituzioni.

Oggi ci sono quindi in Italia le condizioni per avviare una democrazia dell’alternanza che consente una dialettica duplice: dei contenuti e temporale. Resta aperta la possibilità che si riproponga il modello “imperfetto” di Sartori, con un M5S escluso stabilmente dal governo e relegato al più ad amministrare regioni e città, come succedeva con il PCI. Ma se si apre all’alternanza, la maggioranza al governo potrà cedere meno all’opposizione per potere conservare consenso e la dialettica sarà così un po’ più radicale tra le parti in contrasto. Il sistema dialettico opererà allora anche su base temporale: l’alternanza di diverse politiche consentirà una società flessibile, dinamica e più incline al cambiamento rigenerativo. Come dire che il “giusto” non sta nell’una o nell’altra proposta, ma nel susseguirsi dell’una e dell’altra.

Conclusione. Questa mia analisi è nata vecchia poiché è sviluppata con categorie novecentesche. In futuro potrebbero aprirsi scenari completamente diversi … ma per i prossimi cinque o dieci anni possiamo ancora affidarci agli antichi schemi, poi si vedrà.

OSSERVAZIONE AGGIUNTIVA: Il militante di partito si schiera sempre con i propri sodali: difende le scelte collegiali e dei leader; combatte gli avversari anche se gli capita talora di condividere alcune posizioni. Se qualcosa non gli piace del suo partito, alla fine fa prevalere la fedeltà. Il cittadino elettore sceglie di volta in volta il partito secondo convenienza, principi e simpatie. Lo studioso non pensa a scegliere il partito che preferisce, ma si preoccupa di comprendere le dinamiche in corso. L’attivismo politico dello studioso consiste nel favorire, con i mezzi che ha a disposizione, quel che ritiene meglio per il sistema politico nel suo complesso, senza sentirsi in dovere di sostenere stabilmente l’una o l’altra parte. E allora lo studioso pensa (e auspica poiché la conoscenza tende sempre all’opportunismo) … quel che ho scritto nell’articolo
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