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mar 16, 2016
Corrado Poli

Federazione Triveneta

Una macro regione per il nordest 

(editoriale)

PremessaLa macroregione che unisce Trentino, Alto Adige/Sud Tirolo, Friuli, Venezia Giulia e Veneto potrebbe chiamarsi Federazione Triveneta. L’accorpamento dei territori che oggi formano le tre regioni costituzionali è un’operazione opportuna e con molte possibilità di successo. Non è tuttavia un processo agevole e richiede riflessione.

I confini delle RegioniI confini delle attuali Regioni non furono disegnati né sulla base di considerazioni storico-culturali né con criteri di efficienza. Essi ripetono grosso modo il disegno dei compartimenti statistici definiti nel 1863 quando il Regno d’Italia, appena costituito, aveva ancora scarsa conoscenza del territorio. Nella definizione si ripresero limiti di vecchi stati o province. Nel 1948 furono recepiti dalla Costituzione senza molte correzioni attribuendo loro per l’appunto il nome di “Regioni”. Non si affrontò un discorso né di efficienza dimensionale ed economica, né di corrispondenza a unità politiche e storico-culturali significative. Al proposito il geografo Lucio Gambi scrisse un famoso saggio sul tema. Questi territori, definiti per scopi non amministrativi, elessero i propri organi di governo per la prima volta nel 1970 per ottemperare al dettato costituzionale e alle direttive comunitarie. Oggi vale la pena affrontare la questione dei limiti territoriali aggiornandoli opportunamente.

Una riflessione storico culturale e geopolitica è utile per facilitare il processo di formazione della macro-regione del nordest che non può limitarsi al criterio dell’efficienza economica e delle economie di scala. Gli altri aspetti da prendere in considerazione sono essenzialmente i seguenti: (a) il contesto geopolitico europeo; (b) l’identificazione geografica e storico-culturale dei cittadini nei territori; (c) il governo della nuova regione e la rappresentanza politica.

La politica delle Regioni in EuropaQuanto al punto (a), l’accorpamento di più regioni si inserisce in un trend in corso anche in altri paesi, tra cui soprattutto la Francia la cui struttura amministrativa è simile a quella italiana. Diversamente succede nei paesi – Spagna e Germania su tutti – in cui i confini delle regioni corrispondono a unità storiche radicate e sono quindi più difficilmente modificabili. La tendenza alla creazione di unità subnazionali più vaste non è priva di conseguenze politiche interne e comunitarie. Oggi le Regioni, pur trattando direttamente con Bruxelles in alcune materie, esercitano prevalentemente poteri delegati dagli Stati nazionali. Ma l’Europa attraversa un momento di profondi cambiamenti che tendono a ridurre i poteri degli Stati e a delegare all’Unione numerose competenze. La battaglia per il trasferimento dei poteri dagli Stati all’Unione è in corso e l’esito appare incerto. Il conflitto potrebbe portare o alla dissoluzione dell’Unione o alla nascita di una più solida forma federale europea. Regioni più vaste e con forte identità politica e storico-culturale s’inseriscono autorevolmente nella trasformazione politica dell’Unione e del patto di convivenza tra i popoli europei. La Federazione Triveneta si porrebbe come interlocutrice diretta di Bruxelles e dei governi europei. Il tema non sarebbe nemmeno nuovo poiché riprende un discorso che era più vivace negli anni settanta e ottanta , ma fu in seguito interrotto. La partecipazione del Sud Tirolo a maggioranza di lingua tedesca e della minoranza slovena della Venezia Giulia renderebbe inoltre ancora più plausibile l’apertura diretta a un’Europa riformata nel senso di una graduale trasformazione da “Europa degli Stati” a “Europa delle Regioni”. La Federazione Triveneta nascerebbe come una regione italiana e allo stesso tempo multinazionale, aperta al mondo di lingua tedesca e slava. Questo gioverebbe a Sud tirolesi e sloveni tanto quanto a veneti e friulani.

La geografia delle regioniDal punto di vista geografico e storico-culturale, la macroregione del nordest ha le carte in regola per riconoscersi in un’unità regionale fortemente identitaria e persino in qualcosa di più. Se non in uno Stato nuovo nel contesto europeo, si riconoscerebbe certamente in un territorio autonomo rispetto alle restanti regioni e macro-regioni italiane e sarebbe in grado di relazionarsi direttamente con altre realtà. In effetti gran parte del Nordest italiano, da Trieste a Verona a Trento si riconosce nella lingua veneta e in essa comunica agevolmente pur con le differenze locali. La comunanza linguistica, la koinè (κοινὴ) della parlata veneta, sintetizza altre somiglianze culturali che consentono di includere nella storia e nella geografia – quindi nella cultura – anche i friulani. Sebbene essi tradizionalmente si esprimano nella riconosciuta lingua ladina anziché in dialetto veneto, come d’altronde altre comunità delle valli alpine soprattutto nelle province di Belluno, Bolzano e Trento, condividono tuttavia un comune substrato sociale che la modernità non ha ancora del tutto cancellato. Anche la struttura geografica del triveneto presenta caratteristiche simili sia che ci si riferisca al mondo rurale sia a quello urbano. L’assenza di una grande città dominante – Venezia ha da tempo abdicato a questo ruolo che aveva tenuto per secoli – è compensato dalle numerose città di medie dimensioni che formano una rete urbana fitta e ininterrotta da Merano a Monfalcone, da Legnago a Tolmezzo. Inoltre le città medie maggiori hanno una storia e un’identità in grado di presentarsi nel contesto europeo con personalità e peso economico. Il Triveneto ha una geografia urbana simile a quella delle metropoli policentriche del Randstad Holland e della Ruhr in cui la forte integrazione culturale e politica avviene attraverso la collaborazione tra più centri di dimensioni relativamente piccole.

Rappresentanza dei territori. Nella rappresentanza la dimensione conta. Le differenze e le identità locali consentono ai cittadini e alle classi dirigenti di rappresentare ed essere rappresentati. Per questo fin dall’inizio è opportuno garantire un sistema di autonomie anche interno alla macroregione. La soddisfazione di questa esigenza permetterebbe di conservare una parte delle prerogative delle regioni autonome estendendole al Veneto. Si supererebbe così la legittima reticenza alla fusione nella macroregione di chi ha goduto per quasi settant’anni della possibilità di autogovernarsi. E a chi da oltre trent’anni ha rivendicato, inascoltato, l’autonomia.

mar 10, 2016
Corrado Poli

ELEZIONI AMERICANE

Verso una grande coalizione anche oltre oceano?

La campagna per le presidenziali US conferma anche oltre Oceano il trend in corso in Europa da ormai un decennio e più. Al successo di due opposti radicalismi, si contrappone una GRANDE COALIZIONE – più o meno dichiarata – dei moderati. Il personaggio più eclatante è certamente Trump, per via dell’istrionismo mediatico. Ma anche perché, a differenza del civile Sanders, ha certamente più possibilità di ottenere la nomination del suo partito. Le questioni poste da Trump sono condite da un atteggiamento discriminatorio e insultante che scandalizza gran parte degli stessi conservatori americani. Anzi, proprio il modo viscerale e volgare di esprimerle è la migliore garanzia per impedire di discuterle seriamente liquidandole come vaniloqui populisti. Invece si tratta di visioni del mondo alternative e radicali che si stanno facendo strada nella coscienza collettiva di tutto l’occidente. Depurate dalla virulenza e dalla volgarità, sono degne di essere discusse, rielaborate e ricondotte a un livello culturale alto come meriterebbero. Per farlo ci vuole tempo e impegno intellettuale. Ma gli intellettuali oggi, anziché essere affascinati dall’immaginazione del nuovo, si lasciano usare per conservare il vecchio.

D’altro lato è un errore sottovalutare il significato del successo di Sanders. Un candidato alla presidenza degli U.S. che si professa socialista e promette un intervento federale più invasivo in vari settori sociali ed economici, rappresenta una novità nel panorama politico americano. Sanders propone un modello vecchio non più applicabile pena un rafforzamento di quelle burocrazie dominate dall’establishment che si vorrebbero contrastare.

La lotta sarà quindi anche in U.S., com’è da qualche tempo in Europa, tra un establishment che propone un modello esaurito e percepito da molti – soprattutto giovani – senza prospettiva; contro un nuovo indefinito che ricorda la frase celebre di Gramsci: “La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore ed il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”.

Anche in Europa abbiamo i nostri Trump (Salvini, Farrage, Le Pen), i nostri Sanders (Corbyn, Varoufakis, Landini) e le nostre Clinton. Abbiamo anche i repubblicani alla Romney disposti a votare per Hillary pur di conservare la struttura di potere. In Italia abbiamo in più il Movimento Cinque Stelle che si discosta sia dalla sinistra antica, sia dalla destra volgare e riesce a proporre un nuovo modello di politica … Il M5S non è alieno dalle ingenuità e dalle contraddizioni del nuovo. La sua base ideologica è ancora molto fragile e confusa. Si muove talora a tentoni per la mancanza di una sistematizzazione di un pensiero ancora in evoluzione. Sarò compito degli intellettuali liberi elaborare e offrire una teoria politica solida e allo stesso tempo radicalmente alternativa. Ci vorranno molti anni … purché nel frattempo non s’impongano i populismi mediatici volgari e sgangherati.

feb 14, 2016
Corrado Poli

PIÙ INQUINAMENTO?

UN COLPO DI GENIO: PARAMETRI PIÙ TOLLERANTI! 

(Editoriale Corriere del Veneto del 13 febbraio 2016)

Con un colpo di genio, il Parlamento europeo ha ridotto il rischio di inquinamento. Come aveva già fatto anni fa per l’atrazina, ha più che raddoppiato (+110%) le emissioni consentite di ossido di azoto delle auto. Il maggior responsabile delle polveri sottili, per intenderci. I costruttori di automobili, alcuni dei quali scoperti a frodare i controlli, potranno prendersela più comoda per rientrare nei limiti innalzati da 80mg per chilometro percorso a 168. Il provvedimento, passato per pochi voti e tra mille polemiche, penalizza direttamente il Veneto, una delle aree più inquinate d’Europa. I parlamentari veneti europei di centro destra hanno votato compatti a favore. Quelli di centro sinistra e i Cinque stelle, contro. Come al solito il provvedimento è passato anche grazie all’astensione di deputati socialdemocratici eletti in altre circoscrizioni.

Nel frattempo ci si ammala sempre più di tumore. La reazione immediata è l’appello a un maggior impegno nella ricerca e nella prevenzione, intesa prevalentemente come diagnosi precoce. Per questo si organizzano con successo raccolte di fondi anche se i risultati, comunque incerti, li vedranno le generazioni future. Inoltre, nell’immediato, si suggeriscono stili di vita per ridurre i rischi di ammalarsi. Ma quando si tratta di intervenire sull’inquinamento, causa principale dei tumori, trovare finanziamenti e consenso è più difficile. Persino in una regione ricca come il Veneto dove l’aria è peggiore che altrove a causa del clima, dell’industrializzazione e di una geografia che richiede una mobilità elevata. Una vera difesa dai tumori, e da malattie ambientali non letali quali le allergie e l’asma, richiederebbe investimenti rilevanti e distribuiti sul lungo periodo. Il dramma è che non si è mai cominciato nemmeno a pensare in questi termini.

Bisogna ammettere che provvedimenti di deroga da norme severe non sono sempre evitabili nell’immediato, pena una situazione di illegalità di massa che svilirebbe l’attività legislativa. Nel breve termine i costi di riconversione per rendere la regione più sana potrebbero essere insostenibili e qualche ripiegamento è realisticamente necessario. Tuttavia, rappresentanti responsabili, dopo avere subito un tale provvedimento, dovrebbero subito porsi l’obiettivo di tornare a norme più rigide nel più breve tempo possibile proponendo interventi strutturali sulla mobilità, sugli inceneritori e sulle emissioni industriali. Questa coscienza è mancata ai rappresentanti veneti in Europa che hanno votato a favore. Tanto più che molti di essi in altre occasioni hanno fatto sentire alta la loro voce quando si toccavano specifiche categorie. Paradossalmente, poiché l’inquinamento diffuso dell’aria colpisce tutti in modo eguale, i ricchi, i poveri e indipendentemente da professioni e corporazioni di appartenenza, è difficile rendere “politico” un problema pur reale, drammatico e sentito. Eppure la pulizia dell’aria e la lotta ai tumori dovrebbe essere una priorità attorno a cui concentrare tutte le attenzioni.

gen 22, 2016
Corrado Poli

RIFORMA DEI PARCHI

La scienza prima della politica

(editoriale del Corriere del Veneto del 20 gennaio 2016)

La Regione Veneto s’appresta a riformare la legge sui Parchi e le aree protette. La riduzione dei costi di gestione è l’obiettivo legittimo e opportuno, ma non può essere l’unico. Dopo circa un quarto di secolo dall’istituzione degli enti Parco, è necessario ripensarne radicalmente la funzione naturalistica e urbanistica. La revisione degli obiettivi e della gestione dei Parchi spetta alla politica. Una buona politica però dovrebbe essere sostenuta da un’approfondita conoscenza scientifica e da un adeguato aggiornamento culturale che latitano. Chi da tempo governa non ha mai visto di buon occhio i Parchi nati quasi trent’anni fa sulla spinta di una cultura ambientale allora innovativa e propositiva. Una responsabilità l’ha anche la (non)opposizione che riesce nell’impresa di essere assente e anche divisa. Da una parte condivide l’atteggiamento scettico e burocratico il cui esito previsto sarà la solita astensione. Dall’altro conserva i vecchi cliché dell’ambientalismo rivendicativo del secolo passato, lontano da cittadini desiderosi di proteggere il territorio.

Se davvero si vuole rinnovare la gestione dei parchi e non soltanto fare un passo ulteriore verso la loro eliminazione, sarebbe opportuno sollecitare la nomina di un Comitato scientifico unificato prima di avviare la discussione della proposta di legge e prorogarlo dopo l’approvazione della legge. Così si discuterebbe di problemi complessi con cognizione di causa. In questo modo la cittadinanza potrebbe esprimersi su proposte concrete e innovative a cui è direttamente interessata. Se la nuova legge non si pone con chiarezza obiettivi chiari e condivisi, tanto vale cancellare gli Enti Parco. I comitati scientifici dei singoli parchi hanno senso solo se valorizzati e all’interno di obiettivi di grande respiro. Altrimenti meglio abolirli.

Purtroppo, in molti enti parco (con significative eccezioni) sono stati nominati, con sempre maggiore frequenza, presidenti e direttori espressi da una politica contraria alla tutela ambientale e da una burocrazia disinteressata al tema. Un modo indiretto ma efficace per neutralizzare leggi sgradite. Per gestire la fauna, per esempio, occorrono naturalisti ed ecologi che dettino linee guida e propongano tecniche serie. Altrimenti si verificano situazioni come quella del Parco Colli Euganei che spende più di un quarto del suo bilancio solo per la lotta ai troppi cinghiali. L’insorgere di questo problema emblematico è il risultato di una venefica miscela di ideologismo contrastato dall’ignoranza e non dalla competenza scientifica. S’è arrivati ad auspicare come soluzione l’introduzione di lupi per mangiarsi i cinghiali! Una provocazione, certo, ma segno di superficialità. Come si può redigere una legge senza averne discusso gli obiettivi con esperti e senza coinvolgere una cittadinanza sensibile ai nuovi temi? C’è ancora un po’ di tempo per affiancare a burocrati e politici degli esperti aggiornati e davvero motivati alla protezione dell’ambiente veneto.

gen 9, 2016
Corrado Poli

UN ALTRO VENETO

Definizioni vecchie per un territorio cambiato

La geografia cambiata. Per descrivere il territorio urbano veneto usiamo parole coniate per un mondo che non esiste più. Se si vogliono affrontare i problemi con concretezza sarà bene togliersi le lenti deformanti di vecchi concetti. Parole d’ordine quali “area metropolitana”, “insediamento diffuso”, “policentrismo”, “accorpamento di comuni”, “reti territoriali”, “distretti produttivi” non sono neutrali nell’orientare le decisioni. Furono proposte mezzo secolo fa da geografi, sociologi ed economisti che anticiparono gli eventi e a cui allora i pianificatori e i politici prestavano attenzione. La creazione delle Regioni, definite enti di programmazione, stimolava questa ricerca e metteva in relazione il mondo della cultura con quello della politica. Non erano tutte rose e fiori, ma la creatività intellettuale e politica non era del tutto assente così che i dibattiti tra diverse impostazioni erano accesi. Ma oggi ripetiamo le stesse parole che si sono svuotate di significato e non ce ne accorgiamo.

Rivoluzione lessicale. Non s’è ancora avviata la necessaria rivoluzione culturale e materiale dell’urbanistica. Meno ancora quella lessicale, altrettanto importante. Da vent’anni si fa un uso crescente di Internet e sono cambiate molte abitudini grazie alle telecomunicazioni, ma gli schemi analitici e le conseguenti scelte sono rimasti invariati. Sebbene di fronte alla crisi urbana cresca il desiderio di innovare, senza una riflessione approfondita il cambiamento rimane superficiale. Nelle città venete sono state avviate pregevoli iniziative quali concorsi di idee e inviti a studiosi-guru internazionali capaci di aprirci all’immaginazione. Le visioni e qualche progetto sono già a disposizione come ha dimostrato il brillante concorso “Padova Soft City”. Altri si possono vedere in giro per il mondo, sapendo però che quelli oggi realizzati furono pensati almeno dieci fa. Vale la pena affidarsi alla competenza di studiosi che sanno immaginare progetti inediti o che “spiano” le idee in corso di elaborazione senza ripetere quelle già attuate. Purtroppo ci si scontra con due ostacoli: la povertà culturale degli amministratori che li rende disinteressati a una visione di ampio respiro e impedisce loro di servirsi delle competenze a disposizione (ma ce ne sono?); e l’erronea credenza che l’innovazione vada cercata solo nella tecnica e non in una società profondamente modificata.

Quando si parla di nuove infrastrutture, ci si riferisce ancora a strade, ponti e zone industriali. Coloro che si credono più aggiornati pensano alla Banda Larga su cui siamo in effetti in catastrofico ritardo. Ma rimaniamo ancora nel campo del materiale e del tecnico. Le infrastrutture oggi necessarie per un domani migliore sono altre: una riorganizzazione della cooperazione tra soggetti adatta ai tempi; quindi una politica e una rappresentatività efficaci; un ruolo centrale affidato alla ricerca e all’organizzazione; un’ingegneria istituzionale che introduca creatività e flessibilità nelle pubbliche amministrazioni. Il superamento di concetti affrontati in modo antico come il diritto al lavoro e allo studio. Se tutto va bene, siamo alle soglie di una rivoluzione culturale profonda come quella che accadde in Europa e negli Stati Uniti negli anni sessanta e settanta per l’appunto a seguito di una rivoluzione tecnologica (la fuga dalle campagne e l’industrializzazione). Se tutto va male passeremo dalla vita alla morte senza accorgercene … se già non è successo.

È quindi necessario integrare la cultura umanistica con quella tecnica e (passivamente) applicata, poiché solo così l’innovazione può liberarsi da modelli ripetitivi e mettersi al servizio del cambiamento. Persino Papa Francesco nell’Enciclica sull’ambiente s’è espressamente riferito alle infrastrutture urbane e di trasporto auspicando il “contributo di diverse discipline che permettano di comprendere i processi, il simbolismo e i comportamenti delle persone”.

Le città del Veneto si distinguono per un’elevata qualità di vita e sono note nel mondo nonostante le modeste dimensioni demografiche. I centri storici sono veri gioielli grazie a brillanti operazioni di recupero; le periferie sono tuttora più vivibili e sicure che in altre città italiane ed europee. Purtroppo stiamo disperdendo questo patrimonio e si assiste a un progressivo degrado: le vecchie soluzioni elaborate per le grandi città peggiorano anziché risolvere i problemi. Le città venete sarebbero nelle condizioni di mostrare al mondo come si può immaginare l’urbanistica vincente dei prossimi decenni. Ma senza una nuova immaginazione rischiano di copiare passivamente gli stessi gravi problemi delle metropoli senza goderne dei vantaggi.

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