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gen 22, 2016
Corrado Poli

RIFORMA DEI PARCHI

La scienza prima della politica

(editoriale del Corriere del Veneto del 20 gennaio 2016)

La Regione Veneto s’appresta a riformare la legge sui Parchi e le aree protette. La riduzione dei costi di gestione è l’obiettivo legittimo e opportuno, ma non può essere l’unico. Dopo circa un quarto di secolo dall’istituzione degli enti Parco, è necessario ripensarne radicalmente la funzione naturalistica e urbanistica. La revisione degli obiettivi e della gestione dei Parchi spetta alla politica. Una buona politica però dovrebbe essere sostenuta da un’approfondita conoscenza scientifica e da un adeguato aggiornamento culturale che latitano. Chi da tempo governa non ha mai visto di buon occhio i Parchi nati quasi trent’anni fa sulla spinta di una cultura ambientale allora innovativa e propositiva. Una responsabilità l’ha anche la (non)opposizione che riesce nell’impresa di essere assente e anche divisa. Da una parte condivide l’atteggiamento scettico e burocratico il cui esito previsto sarà la solita astensione. Dall’altro conserva i vecchi cliché dell’ambientalismo rivendicativo del secolo passato, lontano da cittadini desiderosi di proteggere il territorio.

Se davvero si vuole rinnovare la gestione dei parchi e non soltanto fare un passo ulteriore verso la loro eliminazione, sarebbe opportuno sollecitare la nomina di un Comitato scientifico unificato prima di avviare la discussione della proposta di legge e prorogarlo dopo l’approvazione della legge. Così si discuterebbe di problemi complessi con cognizione di causa. In questo modo la cittadinanza potrebbe esprimersi su proposte concrete e innovative a cui è direttamente interessata. Se la nuova legge non si pone con chiarezza obiettivi chiari e condivisi, tanto vale cancellare gli Enti Parco. I comitati scientifici dei singoli parchi hanno senso solo se valorizzati e all’interno di obiettivi di grande respiro. Altrimenti meglio abolirli.

Purtroppo, in molti enti parco (con significative eccezioni) sono stati nominati, con sempre maggiore frequenza, presidenti e direttori espressi da una politica contraria alla tutela ambientale e da una burocrazia disinteressata al tema. Un modo indiretto ma efficace per neutralizzare leggi sgradite. Per gestire la fauna, per esempio, occorrono naturalisti ed ecologi che dettino linee guida e propongano tecniche serie. Altrimenti si verificano situazioni come quella del Parco Colli Euganei che spende più di un quarto del suo bilancio solo per la lotta ai troppi cinghiali. L’insorgere di questo problema emblematico è il risultato di una venefica miscela di ideologismo contrastato dall’ignoranza e non dalla competenza scientifica. S’è arrivati ad auspicare come soluzione l’introduzione di lupi per mangiarsi i cinghiali! Una provocazione, certo, ma segno di superficialità. Come si può redigere una legge senza averne discusso gli obiettivi con esperti e senza coinvolgere una cittadinanza sensibile ai nuovi temi? C’è ancora un po’ di tempo per affiancare a burocrati e politici degli esperti aggiornati e davvero motivati alla protezione dell’ambiente veneto.

gen 9, 2016
Corrado Poli

UN ALTRO VENETO

Definizioni vecchie per un territorio cambiato

La geografia cambiata. Per descrivere il territorio urbano veneto usiamo parole coniate per un mondo che non esiste più. Se si vogliono affrontare i problemi con concretezza sarà bene togliersi le lenti deformanti di vecchi concetti. Parole d’ordine quali “area metropolitana”, “insediamento diffuso”, “policentrismo”, “accorpamento di comuni”, “reti territoriali”, “distretti produttivi” non sono neutrali nell’orientare le decisioni. Furono proposte mezzo secolo fa da geografi, sociologi ed economisti che anticiparono gli eventi e a cui allora i pianificatori e i politici prestavano attenzione. La creazione delle Regioni, definite enti di programmazione, stimolava questa ricerca e metteva in relazione il mondo della cultura con quello della politica. Non erano tutte rose e fiori, ma la creatività intellettuale e politica non era del tutto assente così che i dibattiti tra diverse impostazioni erano accesi. Ma oggi ripetiamo le stesse parole che si sono svuotate di significato e non ce ne accorgiamo.

Rivoluzione lessicale. Non s’è ancora avviata la necessaria rivoluzione culturale e materiale dell’urbanistica. Meno ancora quella lessicale, altrettanto importante. Da vent’anni si fa un uso crescente di Internet e sono cambiate molte abitudini grazie alle telecomunicazioni, ma gli schemi analitici e le conseguenti scelte sono rimasti invariati. Sebbene di fronte alla crisi urbana cresca il desiderio di innovare, senza una riflessione approfondita il cambiamento rimane superficiale. Nelle città venete sono state avviate pregevoli iniziative quali concorsi di idee e inviti a studiosi-guru internazionali capaci di aprirci all’immaginazione. Le visioni e qualche progetto sono già a disposizione come ha dimostrato il brillante concorso “Padova Soft City”. Altri si possono vedere in giro per il mondo, sapendo però che quelli oggi realizzati furono pensati almeno dieci fa. Vale la pena affidarsi alla competenza di studiosi che sanno immaginare progetti inediti o che “spiano” le idee in corso di elaborazione senza ripetere quelle già attuate. Purtroppo ci si scontra con due ostacoli: la povertà culturale degli amministratori che li rende disinteressati a una visione di ampio respiro e impedisce loro di servirsi delle competenze a disposizione (ma ce ne sono?); e l’erronea credenza che l’innovazione vada cercata solo nella tecnica e non in una società profondamente modificata.

Quando si parla di nuove infrastrutture, ci si riferisce ancora a strade, ponti e zone industriali. Coloro che si credono più aggiornati pensano alla Banda Larga su cui siamo in effetti in catastrofico ritardo. Ma rimaniamo ancora nel campo del materiale e del tecnico. Le infrastrutture oggi necessarie per un domani migliore sono altre: una riorganizzazione della cooperazione tra soggetti adatta ai tempi; quindi una politica e una rappresentatività efficaci; un ruolo centrale affidato alla ricerca e all’organizzazione; un’ingegneria istituzionale che introduca creatività e flessibilità nelle pubbliche amministrazioni. Il superamento di concetti affrontati in modo antico come il diritto al lavoro e allo studio. Se tutto va bene, siamo alle soglie di una rivoluzione culturale profonda come quella che accadde in Europa e negli Stati Uniti negli anni sessanta e settanta per l’appunto a seguito di una rivoluzione tecnologica (la fuga dalle campagne e l’industrializzazione). Se tutto va male passeremo dalla vita alla morte senza accorgercene … se già non è successo.

È quindi necessario integrare la cultura umanistica con quella tecnica e (passivamente) applicata, poiché solo così l’innovazione può liberarsi da modelli ripetitivi e mettersi al servizio del cambiamento. Persino Papa Francesco nell’Enciclica sull’ambiente s’è espressamente riferito alle infrastrutture urbane e di trasporto auspicando il “contributo di diverse discipline che permettano di comprendere i processi, il simbolismo e i comportamenti delle persone”.

Le città del Veneto si distinguono per un’elevata qualità di vita e sono note nel mondo nonostante le modeste dimensioni demografiche. I centri storici sono veri gioielli grazie a brillanti operazioni di recupero; le periferie sono tuttora più vivibili e sicure che in altre città italiane ed europee. Purtroppo stiamo disperdendo questo patrimonio e si assiste a un progressivo degrado: le vecchie soluzioni elaborate per le grandi città peggiorano anziché risolvere i problemi. Le città venete sarebbero nelle condizioni di mostrare al mondo come si può immaginare l’urbanistica vincente dei prossimi decenni. Ma senza una nuova immaginazione rischiano di copiare passivamente gli stessi gravi problemi delle metropoli senza goderne dei vantaggi.

dic 26, 2015
Corrado Poli

POLITICA IN EUROPA E ITALIA

Considerazioni elaborate dal mio libro Environmental Politics, Springer, London-New York, 2015

Quale opposizione per Renzi?

In Italia, con un certo anticipo sugli altri paesi europei occidentali, si stanno consolidando due schieramenti e una nuova dialettica politica che contrappone virtuosamente conservatori e progressisti. Potrebbe essere d’esempio a tutto il mondo occidentale.

Da una parte si consolida il Partito Democratico (PD) radicato nei paradigmi ideologici tradizionali e nelle istituzioni senza più essere né di destra né di sinistra. Il PD è soprattutto un partito di governo, il cui leader ha il compito di tenersi alla testa del gregge, ma è disinteressato a dove esso sia diretto.

Dall’altra sta emergendo il Movimento Cinque Stelle (M5S) che propone cambiamenti radicali e nello stesso tempo fa un’opposizione istituzionale. Gli altri soggetti ancora presenti nell’arena politica sono residuati che vanno riducendosi gradualmente al ruolo di comparse. Il rischio è che siano resuscitati dagli opportunismi – talora rischiosi – dei movimenti maggiori.

I conservatori (e all’occasione moderatamente riformisti – insomma il PD) svolgono l’utile funzione politica e sociale di evitare avventurismi e cambiamenti troppo rapidi. Tuttavia, se pretendono di restare immobili, rischiano di essere scalzati dai radicali. Quindi sono costretti a realizzare qualche riforma e accogliere – mitigandole – alcune proposte dell’opposizione.

Tra i conservatori s’annida anche la corruzione, poiché inevitabilmente il potere logora. Quindi un’opposizione, vergine di potere, impone ai governi di purificarsi quel tanto che ne sono capaci, per soddisfare l’opinione pubblica e non perdere troppi voti.

I conservatori non sono gretti e nemmeno cattivi! Svolgono la funzione fondamentale di tutelare il presente e sottopongono a scrutinio severo il futuro proposto da innovatori ricchi di idee e poveri di esperienza.

I conservatori al potere – le grandi coalizioni – se sono illuminati hanno qualche possibilità di favorire l’opposizione più utile al paese e conveniente per loro. In Italia il M5S può essere giudicato con qualche buona ragione velleitario, ma diffonde linguaggio e valori pacifici, ambientalisti, democratici, comunitari e partecipativi in consonanza con una parte consistente della cittadinanza, soprattutto con i più giovani e istruiti. Questa componente sociale è priva di rappresentanza politica e riconoscimento sociale; in buona parte stenta persino ad auto-riconoscersi.

Se non ci fosse il M5S a opporsi dialetticamente al governo, il vuoto politico dell’opposizione sarebbe colmato inevitabilmente dal populismo ignorante di Lega e neo-fascisti che fomentano la paura inneggiando alla violenza e al razzismo e trovando nell’islamofobia un appiglio per collegare la politica estera a quella nazionale. Questo sta avvenendo in alcuni paesi europei le cui istituzioni democratiche abbiamo ammirato in passato. Se l’ansia di conservare il potere induce i governi europei (di coalizione) a favorire leghisti e neo-fascisti nell’illusione di continuare a gestire tutto il potere, si propone uno scenario di paura, cupo e rischioso. In Francia, in Germania e in UK progrediscono i movimenti neo-fascisti e neo-nazionalisti. La paura di un’affermazione dei populisti più ignoranti e violenti, evocata dai governi, tutela il potere nel breve periodo, ma crea le condizioni culturali per la diffusione di un linguaggio e di valori estremamente pericolosi e incivili. Da questo punto di vista la politica italiana si sta dimostrando molto più civile e avanzata sia grazie alla presenza del M5S sia grazie al fatto che il PD e i suoi alleati l’hanno scelto come interlocutore principale dell’opposizione aiutandolo a crescere (ma non troppo).

Oggi il M5S è conscio di non essere pronto a sostituire al governo la grande coalizione. Lo sarà tra qualche anno verosimilmente a seguito dell’usuale storica scissione interna tra radicali e moderati che prima o poi avviene in tutti i movimenti rivoluzionari. La scissione attenuerà il contrasto dialettico tra i due schieramenti del bipartitismo, ma consentirà un’introduzione più concreta delle nuove idee e della nuova classe dirigente.

Non è dato sapere se l’imperfezione del bipartitismo che Sartori ravvisava nella prima repubblica italiana polarizzata su DC e PCI sarà finalmente corretta o forse ricostituita. Infatti, il bipartitismo dell’alternanza tipico delle grandi democrazie non ha potuto affermarsi in Italia, nemmeno dopo la caduta del Muro che ha sdoganato i comunisti. Era troppo tardi. Infatti, la dialettica tra socialisti-welfaristi e liberisti aveva perso senso e per un quarto di secolo (dal 1992) ogni tentativo di attivarla in Italia è fallito poiché proponeva una diversità tra le parti ormai fittizia in tutto il mondo occidentale. Per non parlare della spartizione di fatto del potere. Il dibattito politico italiano s’è arenato su scandali e corruzione piuttosto che su alternative politiche sostanziali poiché alternative non ce n’erano.

L’obiezione che potrebbe sorgere immediata sarebbe: ma il M5S propone un’inedita democrazia telematica senza partiti in un contesto completamente diverso da quello istituzionale attuale. Certo! Ma è evidente che il M5S si riferisce a un modello senza tuttavia rifiutare la transizione e operando nelle istituzioni.

Oggi ci sono quindi in Italia le condizioni per avviare una democrazia dell’alternanza che consente una dialettica duplice: dei contenuti e temporale. Resta aperta la possibilità che si riproponga il modello “imperfetto” di Sartori, con un M5S escluso stabilmente dal governo e relegato al più ad amministrare regioni e città, come succedeva con il PCI. Ma se si apre all’alternanza, la maggioranza al governo potrà cedere meno all’opposizione per potere conservare consenso e la dialettica sarà così un po’ più radicale tra le parti in contrasto. Il sistema dialettico opererà allora anche su base temporale: l’alternanza di diverse politiche consentirà una società flessibile, dinamica e più incline al cambiamento rigenerativo. Come dire che il “giusto” non sta nell’una o nell’altra proposta, ma nel susseguirsi dell’una e dell’altra.

Conclusione. Questa mia analisi è nata vecchia poiché è sviluppata con categorie novecentesche. In futuro potrebbero aprirsi scenari completamente diversi … ma per i prossimi cinque o dieci anni possiamo ancora affidarci agli antichi schemi, poi si vedrà.

OSSERVAZIONE AGGIUNTIVA: Il militante di partito si schiera sempre con i propri sodali: difende le scelte collegiali e dei leader; combatte gli avversari anche se gli capita talora di condividere alcune posizioni. Se qualcosa non gli piace del suo partito, alla fine fa prevalere la fedeltà. Il cittadino elettore sceglie di volta in volta il partito secondo convenienza, principi e simpatie. Lo studioso non pensa a scegliere il partito che preferisce, ma si preoccupa di comprendere le dinamiche in corso. L’attivismo politico dello studioso consiste nel favorire, con i mezzi che ha a disposizione, quel che ritiene meglio per il sistema politico nel suo complesso, senza sentirsi in dovere di sostenere stabilmente l’una o l’altra parte. E allora lo studioso pensa (e auspica poiché la conoscenza tende sempre all’opportunismo) … quel che ho scritto nell’articolo
dic 24, 2015
Corrado Poli

Il Pamphlet di Casaleggio

Recensioni faziose e sciocche

La brutta figura la fa chi dileggia il pamphlet di Gianroberto Casaleggio per partito preso e senza capire che non si tratta di un manifesto politico. Per esempio David Allegranti con la sua la sciocca e intenzionalmente sviante recensione sul Il Foglio. Per non parlare degli ancora più stupidi post su Facebook di avversari politici del Movimento Cinque Stelle patologicamente privi di ogni ironia e senso dell’umorismo. Nonché di quel minimo di cultura e capacità immaginativa che avrebbe consentito loro di distinguere tra generi letterari e tra una visione e un progetto.
Nel suo breve saggio (Casaleggio G., Veni, vidi, web, Adagio editore, 2015), il guru penta stellato offre una visione del futuro economico, infrastrutturale e politico del mondo che si realizzerà in conseguenza dell’applicazione sempre più diffusa di Internet nella vita quotidiana. Senza pretese, propone una visione simpatica, per nulla banale e si esprime in modo ironico. Una creatività fantasiosa che non esclude la serietà di una visione che molti (elettori cittadini) già condividono nella sostanza. L’autore trae spunto da altri saggi, divulgativi e accademici, ormai da tempo in circolazione, ma poco noti nell’arretrato panorama culturale italiano. Si va dai valori ambientalisti a quelli non violenti, dalla critica alle megastrutture materiali alla ricerca di autenticità; per finire con un’affermazione che Papa Francesco sicuramente condividerebbe: “Solo il senso di comunità e appartenenza, il riconoscersi in valori comuni consentirà alle società di sopravvivere”. Dietro la leggerezza dello scritto di Casaleggio – anche questa una novità stilistica nella letteratura politica – giace un pensiero profondo o per lo meno approfondibile. Chi lo scarta a priori è scemo o imprigionato da pregiudizi. Oppure in mala fede.
Con un linguaggio apparentemente più colto altri autori (e io con loro) della cultura internazionale, di cui i recensori sarcastici non conoscono nemmeno l’esistenza, prevedono che siamo alle soglie di profondi cambiamenti che cambieranno sia il mondo materiale sia quello delle relazioni umane e quindi politiche. Francamente non c’è nemmeno bisogno di molta fantasia per fare una tale affermazione …
Il recensore del Foglio – tale Allegrante, il cui nomen smentisce l’omen – meschinamente omette di dire che Casaleggio afferma esplicitamente che non auspica né pensa che la sua visione si avvererà in tutto e per tutto nei modi in cui la tratteggia: il futuro emergerà dalla competizione politica. Vale a dire da una dialettica tra conservatori e rivoluzionari che trova la sintesi nella politica. Casaleggio ha ben chiara la dialettica bipartitica tra conservatori e progressisti; quella che manca da qualche tempo, non solo in Italia. La funzione della visione, anche utopica, sta nell’indicare una direzione poiché “nessun vento è favorevole al marinaio senza meta” (Seneca).
dic 22, 2015
Corrado Poli

SPAGNA SENZA CINQUESTELLE

L’Italia all’avanguardia della politica europea

Il voto spagnolo, come previsto, ribadisce la vittoria dei cosiddetti populismi nel contesto delle inevitabili specificità nazionali. L’esito delle elezioni potrebbe essere la ormai solita coalizione tra socialisti (PSOE) e Popolari a favore della quale già s’è espressa Merkel, per evitare il secessionismo catalano e il disordine di una sinistra vecchia e scompaginata. La Spagna – oltre che la Grecia – scontano ancora una relativa arretratezza politica rispetto ai paesi Europei occidentali. Di conseguenza la sinistra tradizionale è considerata sinonimo di liberazione e innovazione politica anche tra molti intellettuali. Il successo di “Podemos”, al pari di Syriza in Grecia, rappresenta una sinistra rinata con almeno trent’anni di ritardo rispetto all’Europa occidentale.

CACCIARI ha dichiarato a La Stampa che i partiti tradizionali mancano di strategia e per questo nascono i populismi. Non è del tutto condivisibile: i partiti tradizionali non mancano affatto di strategia. Al di là del linguaggio retorico dell’eccezionalità, sono alleati ormai in modo più o meno esplicito e stabile ovunque in Europa al fine di perseguire l’unica strategia possibile e persino degna: quella della conservazione.

Tra i vari movimenti cosiddetti populisti europei, solo il M5S in Europa sta elaborando e proponendo un modo di pensare innovativo e una classe dirigente che lo interpreta. Non siamo ancora in presenza di un’ideologia coerente, ma il M5S va nella direzione di una nuova politica in grado di rispondere a una parte della cittadinanza non più rappresentata dal bipolarismo classico di socialisti e liberisti che ci ha accompagnato per circa un secolo e mezzo creando un sistema di potere e di valori che oggi si vuole conservare. Se ci riuscirà diventerà la vera alternativa alla conservazione, altrimenti giustificherà la definizione di meteora populista. La legittimazione del M5S da parte delle forze politiche tradizionali prosegue e sempre più viene legittimato (e usato) come seria opposizione e sempre meno come populismo disfattista.

I media e gli editorialisti “mainstream” – anche solo per pigrizia mentale – indugiano nell’etichettare come “populisti” i partiti non tradizionali. Ma così facendo rifiutano di vedere il nuovo che avanza sia pure tra le contraddizioni. Un altro aspetto del vecchio modo di pensare sono i neo-fascismi nazionalisti (altra ideologia di un secolo fa) e l’identificazione di un nemico fittizio (Islam). Si tratta di un dualismo pericoloso e sterile. Sul tema sta per uscire anche in italiano un mio libro frutto di studi compiuti negli ultimi anni. Il M5S è ancora una potenzialità in corso di formazione, ma a differenza del richiamo a decotte ideologie di sinistra o neo-nazionaliste, presenta proposte nuove sostenute da un elettorato giovane e mediamente istruito. Diverso da chi fa dell’ignoranza, della chiusura e della conservazione una bandiera (Front National, UKIP, Lega). Pone una forte enfasi sulla cultura, sull’ambiente, non invoca azioni violente, auspica nuove tecnologie che dovrebbero aiutare una partecipazione politica più diretta e capillare. Pone di conseguenza la questione del ricambio di una classe dirigente, ma non è “contro” tutto a priori.

Ci sono buone ragioni per essere contrari al M5S che preme per accelerare i processi in corso. Molti si fidano piuttosto degli schemi usuali e del moderato riformismo delle grandi coalizioni all’opera praticamente in tutta Europa occidentale. Di fatto anche in UK, visto che il Labour è caduto in mano alla sinistra più vecchia e senza speranza, dopo avere espresso un PM come Blair di cui Cameron è quasi una fotocopia. Tuttavia, è da questa dialettica tra progressismo e conservatorismo che nascerà una nuova politica adatta a una società diversa da quella di massa che aveva espresso il dualismo tra socialismo e liberalismo. A meno che non ci si riunisca tutti per una stupida guerra di (in)civiltà – contro il fittizio nemico del terrorismo islamico.

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