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gen 1, 2017
Corrado Poli

ELEZIONI AMMINISTRATIVE A PADOVA 1/3

Un programma per risanamento: si può fare? Chi lo farà?

Le elezioni amministrative del Comune di Padova sono state anticipate a causa delle dimissioni del Consiglio Comunale che ha sfiduciato il Sindaco Bitonci dopo oltre due anni di aperti e crescenti contrasti con le forze politiche e con la cittadinanza.

Non era mai successo nella Padova repubblicana che un’amministrazione non portasse a compimento il mandato conferito dai cittadini.

La ricomposizione delle divisioni e la riparazione dei danni compiuti dall’amministrazione sfiduciata costituisce il primo passo verso una fase politica nuova per contenuti e modalità.

Si dovrà evitare sia un avvilente ritorno al passato sia velleitarie fughe in avanti oggi prive di solide basi progettuali e di consolidato consenso.

La nuova Padova 

Una Padova civile si pone quindi un duplice obiettivo:

  1. a) il ristabilimento delle condizioni di una politica caratterizzata da comportamenti istituzionalmente corretti;
  2. b) il risanamento delle condizioni di degrado materiale (periferie, sicurezza, traffico, manutenzione, servizi ecc.) e sociale (relazioni tra comune, università, diocesi, comunità, associazioni ecc.).

Sulle fondamenta di una nuova collaborazione politica e del quotidiano risanamento materiale e sociale sarà possibile procedere concretamente alla realizzazione di un progetto di trasformazione e sviluppo di lungo termine.

L’amministrazione di Padova civile si concentrerà nel porre rimedio ai problemi concreti della vita quotidiana dei cittadini e allo stesso tempo programmerà interventi innovativi per il futuro prossimo valorizzando in questo modo la cultura e la creatività dei giovani.

Per ottenere questi obiettivi sarà necessario decidere sempre con il consenso e per questo si opererà sulle due dimensioni:

  1. a) alla micro scala si favorirà un diretto contatto con i cittadini (e i residenti) attraverso la riattivazione di piccoli presidi urbani presso i quali ciascuno avrà la possibilità di rivolgersi per segnalare problemi di quotidiana necessità cosicché il cittadino sentirà un’amministrazione vicina e collaborativa;
  2. b) a livello programmatico si costituiranno gruppi di studio e lavoro di elevata caratura, ma allo stesso tempo composti da giovani, intesi a individuare opere davvero aggiornate e innovative di grande portata e a reperire le risorse necessarie alla realizzazione.

Per le decisioni di maggiore respiro e per garantire il consenso sugli indirizzi di maggiore portata si procederà a interrogare sistematicamente i cittadini per mezzo di referendum anche telematici.

Un programma ambizioso e modesto (per essere onesto) 

Il programma per una Padova civile è ambizioso e modesto: nella modestia va cercata la tanto necessaria onestà!

È molto ambizioso poiché non è facile riunire una larga maggioranza di cittadini attorno a un progetto di lungo periodo, ma è possibile perché Padova ha le potenzialità culturali per farlo.

È modesto perché non promette opere faraoniche sulle quali non è possibile pretendere un consenso allargato; ed è modesto perché prevede che manterrà un constante rapporto con i cittadini che saranno costantemente interrogati sulle decisioni di maggiore portata.

È ambizioso perché si propone di costruire con la partecipazione di tutti la visione per i prossimi decenni. È modesto perché non pretendere di conoscere tutte le soluzioni e non promette interventi che stanno solo nelle (spesso vecchie) immaginazioni di pochi. Ma vuole ambiziosamente costruire senza fretta e senza false emergenze (“Festina lente”). Ed è modesto anche perché si è consci che sono le decisioni quotidiane minime e semplici che rendono questa prospettiva concretamente possibile: “sapere sognare senza perdersi nei sogni” (R. Kipling).

Al centro del programma ci sarà una convivenza quotidiana di qualità (rispetto di norme civili condivise, sicurezza, traffico, salute, servizi) e una grande operazione di ricerca e sviluppo culturale attorno alla quale costruire una nuova identità di città d’avanguardia in Italia e in Europa. 

dic 26, 2016
Corrado Poli

UNA SCIENZA PER IL PARCO COLLI

editoriale del Il Sestante 23 dicembre 2016

COSA FARE PER IL PARCO COLLI? CE LO DICA UNA COMMISSIONE SCIENTIFICA DI ALTO PROFILO

A seguito delle proteste della popolazione e dei Sindaci, la Giunta regionale prende tempo e si concede 90 giorni per modificare la planimetria del Parco Colli Euganei. In sostanza, potrebbe succedere che l’emendamento Barison-Berlato di ridurre considerevolmente l’area protetta venga solo posticipato a seguito delle proteste dei cittadini e di gran parte dei Sindaci. La scusa è la proliferazione fuori controllo dei cinghiali. L’opportunità vera è accontentare da una parte gli speculatori edilizi e dall’altra i cacciatori. Questi due gruppi, tra loro così diversi e in contraddizione, fanno fronte comune perché rappresentano il passato. Da soli sono politicamente sconfitti tra l’opinione pubblica. Insieme confidano su qualche potente costruttore (speculatore, come s’è visto ad Abano) e sui voti di pochi (ma concentrati) cacciatori in via di estinzione. Il muro di proteste ha ritardato il provvedimento. Ma se tra tre mesi saremo allo stesso livello di conoscenza del problema e di mancanza di proposte alternative, non si potrà che ripetere un’altra sterile protesta, come ormai si fa da troppi anni.

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dic 9, 2016
Corrado Poli

PARCO COLLI

Un cacciatore del Pleistocene contro protestatari giurassici

La proposta di riduzione del perimetro del Parco Colli Euganei avanzata dal consigliere Berlato, leader dei (pochi) cacciatori veneti, è inaccettabile. Sono assolutamente necessarie le proteste che si stanno sollevando ovunque con l’appoggio di esponenti di quasi tutti i partiti. L’emendamento potrebbe non passare per un calcolo elettorale: la sensibilità ambientale è oggi nettamente maggioritaria tra i cittadini dei Colli. Accontentare quattro anziani cacciatori e qualche ben più potente costruttore significherebbe garantirsi una débâcle elettorale alla prossima tornata. Purtroppo di questo non sono ancora consci gli ambientalisti che oltre trent’anni fa avevano promosso l’istituzione di un’area protetta. Alcuni hanno continuato le loro battaglie con i soliti metodi e reiterati argomenti senza accorgersi che il mondo cambiava. Altri hanno trovato collocazioni politiche ipnotiche e solo adesso si risvegliano senza tuttavia fare altro che ricordare la passata gioventù quando ancora avevano (o fingevano) un po’ di passione ideale.

È lo stesso linguaggio usato che nasconde lo scoramento e la mancanza di prospettiva: “Salviamo il Parco!” Certo salviamolo, ma perché? Come? Qual è la proposta? Salvare l’esistente è l’atteggiamento proprio dei conservatori. E conservatori sono diventati molti di coloro che un tempo sognavano di cambiare il mondo, o anche soltanto di proteggere l’ambiente. Il medesimo linguaggio lo si ritrova quando si parla di lavoro: “difendiamo i diritti acquisti”. Certamente, ma vorrei una parola, un pensiero sulle nuove forme di occupazione meno “dipendenti” e più autonome e sulle nuove necessarie tutele. O la scuola: “difendiamo la scuola e l’università”! D’accordo se si vuole essere conservatori, ma chi intende progredire dovrebbe dirci prima di tutto quale tipo di istruzione, educazione e ricerca vuole.

Solo il deficit di iniziativa politica ha consentito a Berlato di promuovere la sua aberrante idea. Ma almeno lui una proposta l’ha fatta, sebbene antica come può esserlo quella di un cacciatore del Pleistocene. Cominciamo a trovare i consensi per piani regolatori a crescita zero dell’edificato. Proponiamo un piano del traffico che favorisca l’uso ricreativo delle strade in sicurezza. Pensiamo a un’estensione del Parco Colli che includa i Monti Berici e altre aree invece che ridurne il perimetro. Quando il Parco Colli fu istituito, una quota significativa della popolazione era poco istruita, nata e cresciuta in un mondo agricolo povero con l’obiettivo del progresso materiale. Ci si poteva aspettare la loro contrarietà ai limiti di costruire e di coltivare in modo tradizionale. Sognavano pali di cemento per i loro vigneti e tapparelle per le case. Eppure, la loro contrarietà fu vinta da proposte innovative oggi da tutti apprezzate. Dopo trent’anni i loro figli e nipoti hanno studiato, fatto pochi figli, visto i prezzi delle abitazioni crollare e si trovano a fronteggiare problemi diversi. Ai vecchi era sufficiente avere da mangiare, oggi si temono i rischi dell’obesità e per la salute in genere. Certo ci sono anche i cinghiali e non è un problema da poco. Per questo non si può affrontarlo soltanto riducendo la zona protetta e sparando all’impazzata in mezzo ai turisti delle terme. La proposta di Berlato si pone allo stesso livello intellettuale dei cinghiali. Va contrastata con una cultura ambientale e una scienza ecologica oggi disponibili, diffuse e sostenute dal consenso della maggioranza cittadini. I quali attendono proposte e non sterili proteste.

dic 6, 2016
Corrado Poli

POST-REFERENDUM

Cosa cambia nella politica italiana?

Per gli italiani non cambia molto, per ora. Vi sarà un’accelerazione di processi già in corso. La coalizione tra PD e centrodestra diventerà sempre più stabile e si trasformerà in un vero partito conservatore o moderatamente riformista, com’è l’attuale Governo e come si avviano a diventare gran parte dei Governi d’Europa. Questo sarà necessario per contrastare la crescita del Movimento 5 Stelle, il partito italiano con l’elettorato più giovane tanto quanto il PD raccoglie il più anziano. Allo stesso tempo sarà necessario favorire il consolidamento dei pentastellati, che non sono antisistema, ma radicalmente progressisti e innovativi (e talora ancora un po’ confusi).

Il M5S rappresenta il vero e unico argine stabile al populismo fascio-leghista di Salvini e Meloni che si ispira alla più becera destra francese, austriaca, britannica e occidentale in genere. Congelate estrema destra ed estrema sinistra – con l’aiuto della legge elettorale – una potenziale alternanza tra Grande Coalizione a guida PD e M5S potrebbe essere il futuro politico del Paese nei prossimi anni. Tutto questo non avverrà però secondo le modalità di una volta quando si fronteggiavano socialisti e liberisti in un contesto stabile che rappresentava due componenti della società di massa. Il voto procederà per emozioni effimere al di fuori di grandi narrazioni (quelle che una volta si chiamavano ed erano ideologie). Una vittoria del 5Stelle rinnoverebbe radicalmente il Paese. Un ritorno della destra, per giunta senza il gruppo dei moderati di Berlusconi, ci riporterebbe invece indietro nei contenuti e a quelle situazioni in cui all’estero si rideva di noi. Cosa che da quando sono arrivati Monti, Letta e Renzi non è più successo. E non succederebbe nemmeno con i 5Stelle a cui gli osservatori più attenti attribuiscono sempre più credito senza con questo doverne accettare tutte le posizioni.

gen 6, 2016
Corrado Poli

NOTE SUL VENETO

VENETO OGGI: SONO NECESSARI NUOVI SCHEMI DI ANALISI.

Che il Veneto sia in decadenza non c’è dubbio. Che vent’anni di vuote stupidaggini federaliste della Lega ne siano una causa lo ripetiamo da decenni. Sono le soluzioni a essere superate. Ripetono gli schemi e persino le parole di un dibattito già aperto negli anni settanta. Un “passato” modernista del cosmopolitismo indifferenziato non ci consentirebbe comunque di uscire dall’impasse in cui il Veneto si trova. E non sono presunte nuove tecnologie all’interno di vecchi schemi il segno del progresso, ma la diffusione di una nuova cultura, che per essere davvero nuova non può ripetere quanto successo altrove.
Negli anni ottanta, la Lega aveva colto giustamente l’esigenza di un’IDENTITÀ REGIONALE e di un’autonomia, ma votata all’incultura e al perseguimento di un potere gregario, ha solo ottenuto di favorire il centralismo di oggi. Ai primi anni novanta Cacciari e altri (tra cui Illy, Lago, Mario Carraro, Covre) avevano tentato un’operazione federalista e autonomista ricca di valori e di riferimenti culturali. Essa avrebbe consentito al Veneto di confrontarsi con il mondo conservando un valore che stava diventando sempre più prezioso: l’identità e la CLASSE DIRIGENTE LOCALE. Questa operazione fu fatta fallire dalla sinistra e fu opportunisticamente sfruttata dalla destra che integrò la Lega nella sua coalizione. Era osteggiata dai “romani” sopravvissuti a tangentopoli di fronte ai quali i federalisti intelligenti e aggiornati si dimostrarono troppo deboli per affermarsi.
La Lega, grazie alla sua vacuità culturale intrinseca e alle ambizioni romane dei suoi leader, garantiva che federalismo e autonomia si limitassero alla promozione della sagra del baccalà e dei cori alpini, che per i leghisti costituivano le eccellenze della cultura veneta. Purtroppo, per conservare intatto il patrimonio della propria utile stupidità, la Lega e la classe dirigente politica in genere hanno dovuto altresì sperperare un patrimonio di collaborazione e di civismo che aveva garantito una secolare pace sociale sulla quale s’era basato lo sviluppo veneto. Oggi ci troviamo in una regione dove prevale una volgarità e una violenza verbale sconosciute vent’anni fa, frutto dell’esaltazione dell’ignoranza su cui si fondano i regimi fascisti.
Ripetere che abbiamo bisogno di un “centro” è una sciocchezza seconda solo al vetusto mito delle economie di scala che completa la nostalgia di quanto studiato all’università quasi mezzo secolo fa. Non è così: oggi non servono barriere né è realistico metterle. Ma QUALCHE CONFINE PER DEFINIRE LA GEOGRAFIA E SE STESSI è necessario. L’AUTONOMIA consente di fare crescere e rinforzare una classe politica e manageriale con posizioni apicali: GOVERNANTI, non amministratori; DIRIGENTI, non funzionari.
La visione modernista “anni settanta” si riferisce a un mondo che non c’è più, geograficamente chiuso e ignorante che aveva in effetti bisogno di uscire dai confini locali per formarsi e crescere anche culturalmente, come fecero peraltro molti contadini che impararono nelle fabbriche di Milano a diventare piccoli imprenditori. Oggi è diverso: non ci sono più i contadini e per aprirsi al mondo è sufficiente accogliere e inventarsi le diversità, non uniformarsi a quanto hanno fatto gli altri in anticipo.
Già il termine “ECOSISTEMI METROPOLITANI” suona antico come d’altronde “fare sistema” e “mettersi in rete” riecheggiano un linguaggio degli anni settanta/ottanta quando ci chiamavano a fare conferenze all’estero sul “modello veneto”. Forse sto un po’ esagerando … ed è meglio abbassare i toni e ragionare. Aggiungo due sole cose: (a) la leadership auspicata si consolida attraverso battaglie e non con accordi. Nel Veneto, ancor peggio, le leadership sono state spazzate via da Roma e Milano e adesso non abbiamo nemmeno boss locali, ma solo dipendenti di leader nazionali e globali. (b) Se pensiamo di competere con Milano cercando di somigliare a un contesto socio-economico e geografico così diverso, abbiamo perso in partenza.

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