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mar 15, 2017
Corrado Poli

UMANITÀ E NATURA

La metafora nascosta nello sport

Nel saggio che potete leggere al link sotto indicato, propongo una riflessione su un’etica dello sport che si conformi al mutato rapporto tra umanità e natura intervenuto negli ultimi decenni. Mi collego ad altri miei studi sull’ambiente e la geografia urbana e li applico a un’etica sportiva che in senso più ampio riguarda i modi di vita più diffusi ai nostri giorni. Nella premessa propongo un’etimologia della parola sport utile a introdurre l’argomento. Nella prima parte accenno a come si è evoluto lo sport agonistico nel corso degli ultimi due secoli ponendolo in relazione con i valori della modernità che andavano affermandosi. Nella seconda parte affronto la criticità dell’attività motoria e dello sport agonistico nella società contemporanea in relazione a una rivoluzione dei valori occorsa.

https://www.academia.edu/30554550/La_metafora_nascosta_nello_sport_Umanità_e_natura

gen 30, 2016
Corrado Poli

Come ho perduto la verginità

(a Parigi il 2 Dicembre 1974)

“Ergo ut esset, creatus est homo, ante quem nullus fuit” (Agostino, De civitate Dei, xii. 20) …

… l’impossibilità di fare confronti crea l’irripetibile incanto della prima volta. Per questo la verginità è un bene prezioso. Lo si apprezza ancor di più quando si avvicina il momento di perderla e si cerca il momento opportuno. Come il denaro o il buon cibo il cui impagabile pregio sta nel fatto che una volta consumati, svaniscono per sempre.

Da molto tempo non sono più vergine. Il desiderio non è scomparso e nemmeno qualche entusiasmo sempre più pacato. La vista s’è appannata e indosso lenti sempre più spesse. Ritrovare la verginità è una ricerca disperata di cui però non posso fare a meno. Talora inutilmente m’illudo che la nuova esperienza mi regali davvero qualcosa di inedito e prima sconosciuto.

PARIGI … la verginità l’ho perduta a Parigi la sera del 2 dicembre del 1974. Ci arrivai in treno una mattina e subito andai in un alberghetto del quartiere latino. Al pomeriggio uscii e la incontrai per la prima volta. Dopo qualche ora non ero più vergine. Caddi nelle sue braccia cercai di possederla di farmi assorbire completamente da lei. Un’emozione che non avevo mai provata prima. La novità, il piacere e l’entusiasmo mi trascinavano e solo dopo qualche tempo scoprii che allo stesso tempo stavano consumando per sempre una parte della mia immaginazione. D’allora in poi non avrei potuto fare a meno di confrontare questa prima esperienza con tutte le altre (mio Dio quante!) che in seguito avrei avuto.

Ora, che sono vecchio, mi sopravviene un pensiero: si è davvero vergini la prima volta? Non si arriva forse anche al primo incontro dopo averne per molto tempo parlato, pensato e letto? Ero davvero vergine allora? Il cervello, la ragione non lo erano; lo era senz’altro il mio corpo e la mia emotività che alla fine sintetizza e filtra letture, incontri e ragionamenti.

Dopo quella prima volta, la stessa esperienza s’è ripetuta innumerevoli volte, con piacere e con qualche delusione. Quel giorno mi incontrai con John (Jack) Dyckman e Jack Fisher, due professori di Johns Hopkins, e con Denise Ragu di IAURIF: a causa loro persi la verginità … quella intellettuale di geografo urbano, la sola verginità di cui sto scrivendo … Mi fecero visitare Parigi raccontandomi di ogni quartiere tutto quel che sapevano e immaginando il resto. Penetrammo nell’intimità della città, nelle sue parti più oscure e recondite. Ne toccammo i luoghi dove si provano le sensazioni urbane più intense. Mi dissero degli HLM, mi spiegarono chi viveva in quelle costruzioni, quando erano state realizzate, come e perché. Mi fecero conoscere i sistemi di mobilità e il modo in cui si prendevano le decisioni pubbliche. Entrammo in molti bar e ristoranti e, sebbene i due Jack avessero il solo scopo di bere whiskey e birra, continuavano a riempirmi di descrizioni, idee e schemi di analisi. Stavano costruendo i miei pregiudizi violando una mente vergine: mi posero su un binario sul quale viaggiavo sicuro, ma, come sto comprendendo adesso, allo stesso tempo mi imprigionava.

La mia prima visita a una grande città mi costrinse a vedere tutte le successive facendo un confronto. Della prima volta è difficile liberarsi. Sebbene gli studi e le osservazioni ti portino a considerare aspetti sempre nuovi e conoscere i dettagli, la prima esperienza – il primo libro, il primo carismatico docente – condiziona le successive. Da quando sono diventato uno studioso della città, ho imparato molte cose, ma la mia immaginazione è andata sempre più inaridendosi. O meglio, s’è sviluppata crescendo come rami di un solo albero piantato su un unico terreno.

EROS E CONOSCENZA … in seguito ho intessuto rapporti con molte città grandi e piccole, per periodi lunghi e brevi e in varie circostanze. Il desiderio era sempre lo stesso: penetrarle per capire e comprendere qualcosa senza sapere cosa stessi davvero cercando. Inseguivo il senso, la logica e l’anima delle città che visitavo e studiavo. Finora però non ho nemmeno compreso cosa davvero inseguissi. La mia tensione emotiva era esasperata perché, come studioso, geografo e quindi scrittore, sentivo la necessità di descrivere e comunicare, ma non capivo che cosa cercassi esattamente. Sì, certo, ho scritto articoli, saggi e persino libri sulla città; l’ho raccontata a migliaia di studenti, politici, amministratori e cittadini. Con i miei resoconti ho tediato anche chi non voleva sentirmi. Questo è quanto fanno altri libertini che, nel tentativo di spiegare agli altri la propria passione, passano dall’umoristico al drammatico, senza riuscire mai a colonizzare quella noiosa terra intermedia del razionale. Ma se per la passione amorosa questo è comprensibile e accettabile, per il geografo, lo storico, l’osservatore non sembra ammesso. Eppure, la ragione mi porta a pensare che solo con le emozioni puoi davvero comprendere la storia, la geografia e tutto il resto. Sempre che esista davvero qualcosa oltre la storia e la geografia.

L’arcano del desiderio incontenibile di capire e comunicare mi porta tuttora a cercare l’anima delle città nelle pietre, nei movimenti, nei simboli e nella storia, nelle reazioni e nelle differenze, nelle somiglianze e nelle unicità delle persone che le abitano. Vorrei trasformarle e renderle perfette.

Ma ogni nuova visita si porta il fardello delle precedenti che si fa sempre più pesante. L’utilità marginale delle nuove esperienze è prossima allo zero. La capacità di fare confronti la chiamiamo esperienza – e Dio sa quanta ne ho – ma il nome giusto sarebbe “pregiudizio”. E il pregiudizio è in effetti l’opposto dell’esperienza. Così che ci riesce facile leggere e vedere solo quel che già sappiamo.

Vorrei ricominciare, scoprire un nuovo inizio, tornare a essere un uomo “ante quem nullus fuit” con la paura e la convinzione che oggi mi sentirei sperduto. Vorrei leggere il mio primo libro avendo dimenticato tutti gli altri; ascoltare il mio primo maestro e credergli … invece dalle prime righe dei libri e dalle prime parole di chiunque ascolti, non solo so già quel che v’è scritto o dirà, ma anche chi glielo ha detto e dove l’ha letto … Vorrei cambiare idea …

***

LIMA, UN’ALTRA ANCORA … esco dall’albergo e finalmente cammino per Lima, la capitale del Perù dove sono per l’ennesimo convegno: sa darmi emozioni come tutte le città. A colpo d’occhio conosco la data e lo stile e la storia degli edifici. So bene come si muove il traffico e mi rendo conto del prezzo delle case, delle classi sociali, delle etnie che le abitano. So già tutto, quasi nulla mi sorprende. Cerco di comprendere la città camminando tra le sue strade e piazze immaginando com’era anni e secoli prima. Così pretendo di possederla, di trovarne un’anima particolare e farla mia, ma mi sembra tutto già noto e quasi scontato. Sono un libertino infelice la cui punizione è la crescente indifferenza verso l’oggetto del suo desiderio. Quell’unicità dell’anima, se davvero c’è, mi sfugge e ormai so che nessuna anima può mai essere dominata. Per le strade di Lima, il desiderio è quello della prima volta. Manca la stessa paura, incertezza, l’ingenuità, la sorpresa.

Vorrei darti e prendermi la verginità perduta a Parigi quarant’anni fa, Lima. Invece ti conosco già e ti tratto con esperienza; so quello che voglio vedere di te, so cosa chiederti, cosa mi darai, quel che mi negherai, quel che è impossibile avere eppur sempre si cerca. Non ti vedo diversa dalle altre, dalle troppe altre ormai. Non avendo trovato la città della mia vita, non avendo affondato mai le radici, sono stato costretto a conoscerne molte. Se solo potessi togliermi le lenti del pregiudizio ed evitare ogni confronto … ma sono vecchio e quasi cieco ormai: senza lenti non vedo più nulla e ripeto vecchie immaginazioni. I troppi libri letti hanno fatto di me un “parlato” piuttosto che un “parlante” … 

P.S.: Questa è la mia verginità intellettuale, la formazione del pregiudizio e della direzione della ricerca. Non sperate che vi racconti mai dell’altra verginità: quella la tengo per me!