nov 13, 2016
Corrado Poli

LA CRISI VENETA E L’AUTONOMIA

UNA SVOLTA ALLE ELEZIONI DI PRIMAVERA?

Un kebab mal digerito non basta a spiegare la caduta del Sindaco di Padova. La dismissione del salviniano Bitonci va inquadrata nel più ampio contesto della politica veneta e nazionale. Tra sei mesi andrà alle urne Verona, capitale economica della regione e laboratorio di mutamenti politici. Voteranno anche Belluno e Cortina dove saranno gestiti importanti finanziamenti legati ai mondiali di sci e al turismo in generale. A proposito di turismo, ci saranno elezioni anche ad Abano il cui neo-eletto Sindaco è finito in carcere. Dopo il referendum nemmeno il governo potrebbe godere di buona salute.

Con l’aggiunta di Padova, l’appuntamento elettorale di primavera diventa cruciale per la politica regionale. Anche perché tutto questo avviene in sincrono alla grave crisi del sistema produttivo e finanziario veneto, ben più devastante dell’isterismo di un leghista di periferia. È difficile pensare che la crisi dell’economia veneta non condizioni la politica regionale che oggi gravita attorno alla Lega di Zaia in continuità con il ventennio Galaniano. Se non si coglierà l’opportunità di un tempestivo passaggio a un nuovo sistema politico ed economico, il Veneto non uscirà dalla palude in cui è arenato. Una nuova classe dirigente ha la possibilità di affermarsi solo attorno a un progetto politico. La crisi padovana, attribuita superficialmente al solo carattere e all’incapacità del Sindaco, va letta come la conseguenza concreta dello sconvolgimento dei vecchi equilibri provocato dalla crisi finanziaria e industriale che affligge tutta la politica regionale.

Ma il nuovo quadro politico-economico è molto più complesso da comprendere e analizzare a causa dell’anomalia veneta rispetto all’Italia. Il PD veneto è strutturalmente minoritario e i ripetuti tentativi di aprirsi al centro e alla destra non hanno mai ampliato il suo consenso elettorale. Si è perciò integrato per altra via negli equilibri di governo. Altrettanto deboli sono i Cinque Stelle che per ora non raggiungono né i numeri né la visibilità che hanno a livello nazionale. Nemmeno per loro la strategia adottata a livello nazionale è vincente nel Veneto.

In un sistema bloccato e in assenza delle classiche contrapposizioni politiche, la crisi veneta si esprime soprattutto con il risvegliarsi delle spinte autonomiste trasversali agli schieramenti. Questa è una costante della politica veneta. Non ha finora sortito effetti evidenti e immediati, ma ha sempre influito sugli equilibri. Di conseguenza, al di là delle modeste strategie locali su cui costruire il consenso, le elezioni di primavera lasciano presagire una nuova stagione della politica veneta. La posta in gioco è l’uscita dalla crisi e la formazione di un nuovo nucleo dirigente. L’obiettivo autonomista potrebbe essere il catalizzatore di alleanze e persone in grado di elaborare le strategie necessarie alla rigenerazione di un tessuto sociale e politico che ha fatto il suo tempo. L’alternativa è che tutto resti com’è accontentandosi di affondare il più lentamente possibile ammazzando la noia discutendo di kebab e immigrati.

2 thoughts on “LA CRISI VENETA E L’AUTONOMIA”

  1. Giovanni scrive:

    Non ho compreso l’esposizione di un Vs. rappresentante a Canale Italia dove ha affermato che le regioni autonome mangiano due fette di torta, perciò mangiano una fetta elle altre regioni, e che volete l’autonomia e nel contempo volete toglierla alle regioni autonome in quanto non ha più motivo di esistere. MA CHE AUTONOMIA VOLETE? Io voglio l’autonomia estesa a tutte le regioni per il 70% e per il resto allo stato per le spese istituzionali. Come in un condominio dove ogni appartamento mangia in funzione di quanto i figli portano a casa e tutti concorrono alle spese condominiali in funzione dei millesimi.

  2. Carlo Bitossi scrive:

    Infatti personalmente ho cercato non di nascondere la mia opinione, ma di non saturare di interventi FB e di argomentare sulla validità di certe proposte. Non ho condiviso l’esposizione spesso sopra le righe di tanti colleghi. Credo che si perda credibilità nei confronti degli studenti, che devono avere di fronte non uno che vuol dare loro la linea, ma uno che li incoraggia a ragionare e farsi da sé un’idea articolata. Soprattutto deploro che parecchi siano ricorsi a insulti o espressioni pesanti che un giornalista può usare, ma un educatore, un maestro come vorrebbe essere, non dovrebbe. Se si vuole ricorrere all’invettiva, ed è lecitissimo, si apra un profilo pseudonimo e si allentino liberamente i freni inibitori.
    Detto questo, mantengo intatte le mie opinioni.
    Era ed è una sciocchezza parlare di “costituzione più bella del mondo”: l’ha fatto Benigni anni fa, mi pare, per primo, ed è stato un male. Un’espressione puerile è diventata un mantra.
    Il Senato fotocopia è assurdo: in questa forma lo abbiamo solo noi tra le grandi democrazie e non siamo certo superiori agli altri. L’ho segnalato più volte e nessuno si è degnato di ammettere che è la pura e semplice verità.
    Il CNEL è inutile: costa e non fa niente, se non produrre rapporti che pochi leggono e nessuno traduce in atto. è una specie di ufficio studi servito soprattutto a dare una lauta prebenda a ex sindacalisti ed ex politici. Quelli che parlano tutti i giorni di tagliare costi adesso avanzino una loro proposta. Ridurre i parlamentari, cioè dei rappresentanti del popolo, e tenere il CNEL, cioè dei nominati, è del tutto incoerente.
    Ora che Renzi è stato sconfitto, e questa era la vera motivazione della stragrandissima maggioranza dei sostenitori del No, spero che i molti che in interiore homine condividevano quello che ho appena scritto ma non lo dicevano per ragioni tattiche si sentano liberi di riconoscere queste ovvietà.
    Anche riguardo al ritrasferimento di competenze allo Stato credo che nella proposta di cambiamento della Costituzione ci fossero motivazioni valide.
    Le Regioni sono state, ammettiamolo, un fallimento. La (grande?) maggioranza di esse funziona male e spreca fiumi di denaro. Quel che di buono è stato fatto in Italia nel dopoguerra è partito o dallo Stato o dai Comuni. Il livello intermedio della Regione è la gamba zoppa del tavolino istituzionale, da noi. Non so spiegare perché le cose siano andate così, ma mi pare una evidenza anche questa. Si può riparare quella gamba? Si dovrebbe. Ma chissà chi e se e come vorrà farlo.
    Grazie dell’ospitalità.

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