gen 6, 2016
Corrado Poli

NOTE SUL VENETO

VENETO OGGI: SONO NECESSARI NUOVI SCHEMI DI ANALISI.

Che il Veneto sia in decadenza non c’è dubbio. Che vent’anni di vuote stupidaggini federaliste della Lega ne siano una causa lo ripetiamo da decenni. Sono le soluzioni a essere superate. Ripetono gli schemi e persino le parole di un dibattito già aperto negli anni settanta. Un “passato” modernista del cosmopolitismo indifferenziato non ci consentirebbe comunque di uscire dall’impasse in cui il Veneto si trova. E non sono presunte nuove tecnologie all’interno di vecchi schemi il segno del progresso, ma la diffusione di una nuova cultura, che per essere davvero nuova non può ripetere quanto successo altrove.
Negli anni ottanta, la Lega aveva colto giustamente l’esigenza di un’IDENTITÀ REGIONALE e di un’autonomia, ma votata all’incultura e al perseguimento di un potere gregario, ha solo ottenuto di favorire il centralismo di oggi. Ai primi anni novanta Cacciari e altri (tra cui Illy, Lago, Mario Carraro, Covre) avevano tentato un’operazione federalista e autonomista ricca di valori e di riferimenti culturali. Essa avrebbe consentito al Veneto di confrontarsi con il mondo conservando un valore che stava diventando sempre più prezioso: l’identità e la CLASSE DIRIGENTE LOCALE. Questa operazione fu fatta fallire dalla sinistra e fu opportunisticamente sfruttata dalla destra che integrò la Lega nella sua coalizione. Era osteggiata dai “romani” sopravvissuti a tangentopoli di fronte ai quali i federalisti intelligenti e aggiornati si dimostrarono troppo deboli per affermarsi.
La Lega, grazie alla sua vacuità culturale intrinseca e alle ambizioni romane dei suoi leader, garantiva che federalismo e autonomia si limitassero alla promozione della sagra del baccalà e dei cori alpini, che per i leghisti costituivano le eccellenze della cultura veneta. Purtroppo, per conservare intatto il patrimonio della propria utile stupidità, la Lega e la classe dirigente politica in genere hanno dovuto altresì sperperare un patrimonio di collaborazione e di civismo che aveva garantito una secolare pace sociale sulla quale s’era basato lo sviluppo veneto. Oggi ci troviamo in una regione dove prevale una volgarità e una violenza verbale sconosciute vent’anni fa, frutto dell’esaltazione dell’ignoranza su cui si fondano i regimi fascisti.
Ripetere che abbiamo bisogno di un “centro” è una sciocchezza seconda solo al vetusto mito delle economie di scala che completa la nostalgia di quanto studiato all’università quasi mezzo secolo fa. Non è così: oggi non servono barriere né è realistico metterle. Ma QUALCHE CONFINE PER DEFINIRE LA GEOGRAFIA E SE STESSI è necessario. L’AUTONOMIA consente di fare crescere e rinforzare una classe politica e manageriale con posizioni apicali: GOVERNANTI, non amministratori; DIRIGENTI, non funzionari.
La visione modernista “anni settanta” si riferisce a un mondo che non c’è più, geograficamente chiuso e ignorante che aveva in effetti bisogno di uscire dai confini locali per formarsi e crescere anche culturalmente, come fecero peraltro molti contadini che impararono nelle fabbriche di Milano a diventare piccoli imprenditori. Oggi è diverso: non ci sono più i contadini e per aprirsi al mondo è sufficiente accogliere e inventarsi le diversità, non uniformarsi a quanto hanno fatto gli altri in anticipo.
Già il termine “ECOSISTEMI METROPOLITANI” suona antico come d’altronde “fare sistema” e “mettersi in rete” riecheggiano un linguaggio degli anni settanta/ottanta quando ci chiamavano a fare conferenze all’estero sul “modello veneto”. Forse sto un po’ esagerando … ed è meglio abbassare i toni e ragionare. Aggiungo due sole cose: (a) la leadership auspicata si consolida attraverso battaglie e non con accordi. Nel Veneto, ancor peggio, le leadership sono state spazzate via da Roma e Milano e adesso non abbiamo nemmeno boss locali, ma solo dipendenti di leader nazionali e globali. (b) Se pensiamo di competere con Milano cercando di somigliare a un contesto socio-economico e geografico così diverso, abbiamo perso in partenza.

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