mar 13, 2012
Corrado Poli
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DALLA PROGRAMMAZIONE ALL’INNOVAZIONE

LA NECESSITA’ DI UN PENSIERO CREATIVO NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

(editoriale del Corriere del Veneto)

Quando il Consiglio e la Giunta veneti si insediarono per la prima volta, nel 1970, dichiararono che la Regione avrebbe adottato la programmazione come sistema di governo. La Regione produsse eccellenti studi e documenti in cooperazione con le università. Tra questi i lavori del Comitato per la programmazione economica, il Piano Regionale di Sviluppo, il Piano Territoriale Regionale di Coordinamento. Ma si fecero anche altri piani più settoriali, spesso basati sulle ricerche dell’IRSEV (un istituto di ricerca della Regione). Dopo un paio di decenni di entusiasmo, si decretò, in modo sprezzante, che i piani e la programmazione erano solo “libri dei sogni”. Così si abbandonò la programmazione e oggi praticamente non se ne parla più, nemmeno per irridere ai suoi insuccessi.

Indubbiamente la programmazione e i suoi metodi si rivelarono efficaci anche nel creare quelle frustrazioni in cui s’incorre se si spera che tutto possa essere razionale, prevedibile e programmabile. Oggi, l’esperienza della programmazione va sostituita con più aggiornate e dinamiche politiche dell’innovazione.

Del metodo programmato di amministrare si deve salvare il fatto che una seria immaginazione del futuro giova sia a studiare e interpretare il presente, sia a stimolare l’azione per costruire un futuro. In effetti, capita raramente di trasformare i sogni in realtà, ma il modo più sicuro per non realizzarli è evitare di sognare! Negli anni sessanta, pochi osavano sognare lo sviluppo economico del Veneto che si è concretizzato in seguito. La programmazione inoltre aveva il ruolo di studiare e comprendere la realtà per meglio guidarla, piuttosto che lasciarsi trascinare dagli eventi. Anche oggi, alcune decisioni chiave – quali lo smaltimento dei rifiuti, la tutela paesaggistica, le politiche energetiche, le attività estrattive – risulterebbero più rapide e meno conflittuali in presenza di programmi studiati e condivisi. La programmazione consentì, almeno in parte, di introdurre nelle amministrazioni quella dose di intelligenza e creatività per le quali le burocrazie non hanno mai brillato.

Invocare il ritorno alla programmazione sarebbe un vano e nostalgico ritorno al passato. Ma la funzione che essa ha svolto per lo sviluppo del Veneto, va sostituita introducendo modelli amministrativi aggiornati e intelligenti. Le amministrazioni occidentali più illuminate oggi favoriscono quella innovazione e creatività necessarie a fare ritornare a “pensare” le ripetitive e sclerotiche burocrazie. Mentre un tempo il problema era gestire e indirizzare uno sviluppo i cui termini erano noti, oggi è necessario inserirsi nei nuovi trend e produrre idee innovative per vincere la concorrenza con i paesi sviluppati come noi. Per questo serve un’intelligenza e una creatività amministrativa basate su solide basi di conoscenza che includono la capacità di accedere ai fondi europei che in Italia non si sanno spendere per mancanza di idee. Le amministrazioni europee e occidentali più dinamiche – quelle che (compreso il Veneto) negli anni sessanta e settanta avevano creato i primi dipartimenti per la programmazione – oggi pur con i tagli dovuti alla crisi, non trascurano di stimolare progetti innovativi per i quali peraltro si trovano molti giovani motivati (e talora persino preparati) disponibili a lavorare a bassi salari. Si deve evitare che la gelosia dei burocrati e la paura dei politici di vedere scalfito il loro potere – nonché l’ignoranza di entrambe le categorie – impedisca la produzione di pensiero creativo all’interno delle amministrazioni pubbliche.

mar 13, 2012
Corrado Poli
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SCHEDE BIANCHE, SEGGI VUOTI

Una buona legge elettorale grarantisce la rappresentanza dei cittadini e decisioni legittime

(dal Corriere del Veneto)

Alle elezioni politiche del 1983 e del 1987, la DC contava di confermare nel Veneto pedemontano le percentuali, quasi plebiscitarie, ottenute dal dopoguerra in poi. Perciò candidò (paracadutò) nel collegio dell’alta padovana il professor Lipari, persona degnissima, con il solo difetto d’essere siciliano. Lipari venne comunque eletto, ma la DC perdette moltissimi voti che si riversarono sulla neonata Liga Veneta, il partito che da lì a pochi anni avrebbe aperto la strada alla Lega Nord. Quando i cittadini non si sentono rappresentati, il dissenso verso la politica monta e la reazione è spesso l’affermarsi di movimenti populisti e di protesta. Oggi si parla di riforma della legge elettorale, ma pare che i soli obiettivi siano la cosiddetta governabilità e la di riduzione del numero dei parlamentari. Purtroppo il discorso non si concentra su temi oggi cruciali e ideali – per esempio come ottenere una migliore rappresentanza di persone e territori – ma solo sulla bieca opportunità di ridurre i costi della politica da una parte, e imporre le decisione da parte della “casta”.

Alessandro Tessari – docente universitario padovano in pensione, per circa vent’anni deputato PCI e Radicale – si inserisce nella discussione con un piacevole libretto fuori dagli schemi, di prossima pubblicazione. Tessari ripropone una sua vecchia proposta di legge elettorale utile a iniziare ragionamenti originali: se i cittadini non si fidano dei candidati proposti dai partiti, votino pure scheda bianca. Nulla di nuovo, si dirà! Ma Tessari aggiunge che al numero di schede bianche corrisponderanno seggi vuoti in proporzione ottenendo così un duplice effetto. Da una parte si ridurrebbero i costi della politica in proporzione alla scelta di non essere rappresentati. Dall’altra si stimolerebbero i partiti, ma anche gli stessi cittadini, a presentare candidati e programmi autorevoli per evitare di lasciare seggi vuoti.

La proposta, per la sua paradossalità, implica evidenti problemi costituzionali e operativi che non è il caso di discutere qui. Tuttavia ha il merito di aprire a ragionamenti inconsueti sui metodi elettorali e su quelli decisionali di cui oggi si sente impellente il bisogno. Piuttosto che la questione sciocca e taccagna del numero dei parlamentari o quella dirigista dell’imposizione delle decisioni, sarebbe molto più importante collegare la legge elettorale al problema politico della rappresentanza di territori e persone. In altre parole, fino a che punto l’interesse nazionale può prevaricare la volontà locale? Come si dovrebbe decidere in situazioni di conflitto tra nazione e comunità locali? Quali maggioranze parlamentari sono richieste per approvare opere ad alto e permanente impatto ambientale, quali la TAV? Come compensare la riduzione della rappresentanza in Parlamento (meno membri e premi di maggioranza) con forme di democrazia diretta quali i referendum? E via discorrendo su argomenti oggi assolutamente alieni al dibattito in corso, ma quanto mai urgenti. Il caso TAV, al pari di quelli veneti del Da Molin, Veneto City, Centrale di Porto Tolle, sono affrontati completamente al di fuori di un ragionamento aggiornato che colleghi geografia, amministrazione, rappresentanza e decisione. Se ne fa una mera questione di ordine pubblico e di generico (e ipocrita) “dialogo”, ma non si ragiona nei termini della legittimità di chi deve decidere e come e quando. I sistemi decisionali e le leggi elettorali dovrebbero contenere quella creatività necessaria ad affrontare problemi inediti. Invece si continua a bizantinezzaggiare con paradigmi logori su temi decrepiti con il risultato che i cittadini percepiscono come illegittime gran parte delle decisioni assunte dalle amministrazioni.

dic 3, 2011
Corrado Poli
Commenti disabilitati su CON IL GOVERNO MONTI E CON I SACRIFICI RICHIESTI, LA PROSPETTIVA FEDERALISTA SI INVERTE: SI CERCA IL CONSENSO LOCALE PER RACCOGLIERE RISORSE PER SALVARE ROMA INVECE CHE PER USARLE IN LOCO

CON IL GOVERNO MONTI E CON I SACRIFICI RICHIESTI, LA PROSPETTIVA FEDERALISTA SI INVERTE: SI CERCA IL CONSENSO LOCALE PER RACCOGLIERE RISORSE PER SALVARE ROMA INVECE CHE PER USARLE IN LOCO

(editoriale del Corriere del Veneto)

È ormai chiaro che nei prossimi mesi il nuovo governo dovrà trovare il consenso necessario a rastrellare risorse dovunque potrà. In questa operazione non potranno che essere coinvolti direttamente sindaci e istituzioni comunali. Si chiederà loro di partecipare alla raccolta di denaro per far fronte all’emergenza nazionale. Oggi i comuni sono le istituzioni più in grado di dialogare direttamente con i cittadini e quindi di ottenere il loro consenso in caso di sacrifici. Il tema della finanza locale federalista è stato a lungo un cavallo di battaglia della Lega, soprattutto in regioni come la nostra con redditi superiori alla media nazionale. Ma oggi la questione del consenso necessario per raccogliere le imposte, si pone in modo opposto al passato. Non si tratta più di rivendicare autonomia per rastrellare risorse con l’obiettivo di utilizzarle in loco, ma di raccogliere soldi da mandare a Roma per salvare il bilancio nazionale. A tal fine servono il sostegno e la rappresentatività delle istituzioni locali. La prospettiva diventa la solidarietà nazionale piuttosto che il pur legittimo desiderio di autonomia impositiva e di spesa.In questa operazione, ovviamente, rimane tutto lo spazio “federalista” per negoziare una maggiore autonomia di spesa e di autogestione dei comuni. Ma è chiaro che il discorso federalista va reimpostato su basi diverse e culturalmente molto più articolate.

Oggi abbiamo un governo “tecnico” non direttamente legittimato dal voto. Il consenso, per quanto ampio, è perciò appeso a un filo. Nel nostro Parlamento, a sua volta, a causa di una legge elettorale molto contestata, siedono persone chiaramente “nominate” e poco rappresentative, il più delle volte sconosciute nel territorio.Infatti, a causa dell’ampiezza delle circoscrizioni e del fatto che i candidati non abbiano fatto alcuna campagna elettorale, i parlamentari sono in buona parte emeriti sconosciuti ai cittadini che solo formalmente li hanno eletti. Come potrebbero spendersi in prima fila per chiedere consenso su leggi che comportano pesanti sacrifici? La vecchia legge elettorale, con i suoi piccoli collegi e l’elezione diretta, favoriva un rapporto diretto tra eletti ed elettori. In questo modo, governo e parlamento (e partiti), potevano contare su un collegamento locale che oggi – per quel poco che ne resta –è goduto quasi soltanto dalle istituzioni comunali. Il sistema di costruzione del consenso, diventato drammaticamente necessario, va quindi ripensato.Le misure di Monti saranno ostacolate dalle corporazioni nazionali e non potranno essere così incisive come pensa chi crede nelle semplificazioni tecnocratiche. In presenza di una soddisfacente democrazia locale – ancora presente soprattutto in alcune aree del nord – rimane l’opportunità di usare quel che resta del consenso e della legittimità delle istituzioni comunali per ottenere i sacrifici necessari.

Ai sindaci si chiede quindi di trasformarsi da rappresentanti locali in fiduciari (esattori) del governo centrale per varare misure di salvaguardia nazionale. Naturalmente questa assunzione di responsabilità nel raccogliere le imposte, può essere sfruttata per negoziare maggiore autonomia per il futuro. Ma questo potrà accadere solo una volta che la crisi sarà superata e sulla base di ragionamenti piuttosto che emozioni.

nov 22, 2011
Corrado Poli
Commenti disabilitati su DAL CASO MONTI AI GOVERNI TECNICI LOCALI: UNA NUOVA POLITICA?

DAL CASO MONTI AI GOVERNI TECNICI LOCALI: UNA NUOVA POLITICA?

dal Corriere del Veneto

Il governo Monti sollecita alcune riflessioni sulle amministrazioni locali, soprattutto del Veneto. Si sostiene che il nuovo governo sia “tecnico”. Il premier e i ministri non hanno diretti legami né con i partiti né con gli elettori. Questo comporta uno spostamento del potere dal governo al parlamento, l’organo più legittimato dalla rappresentanza popolare. Lo spostamento va in controtendenza a un processo di indebolimento degli organi rappresentativi rispetto a quelli esecutivi. Il fenomeno è noto e riguarda le democrazie occidentali da almeno trent’anni. Poiché la rappresentanza costituisce il cardine della politica, per certi versi questo è un governo più politico d’ogni altro perché controllato dal Parlamento. Certo, sarebbe stato meglio un Parlamento eletto con una legge migliore, ma questa è un’altra questione.

La novità italiana può essere estesa e compresa meglio se spostiamo il ragionamento ai Comuni e ai loro organi. Il Sindaco è eletto direttamente dai cittadini, ma gli assessori (il governo) – nei comuni maggiori – non possono essere anche consiglieri. Si pensò a questa incompatibilità per dare alle giunte un contenuto tecnico e consentire al Sindaco di nominare persone competenti e di prestigio per l’amministrazione del Comune. Grazie al premio di maggioranza di cui godono le liste vincenti e agli ampi poteri che gli sono assegnati, il sindaco è chiamato a rispondere delle azioni degli assessori che a loro volta rispondono solo a lui. Agli esordi di questa nuova struttura delle istituzioni comunali si registrarono vari casi in linea con questa impostazione. Ricordo ad esempio la prima giunta di Cacciari a Venezia. In seguito, nella stragrande maggioranza dei comuni grandi e piccoli è prevalso un comportamento formalmente consentito dalle norme, ma in contraddizione con lo spirito della legge. Infatti è diventata prassi quasi generalizzata (e dichiarata) da parte dei sindaci di nominare assessori quei candidati che prendono più preferenze per l’elezione al consiglio.

La conseguenza è deleteria per l’amministrazione locale che dovrebbe essere la palestra della politica. Parte della decadenza italiana, soprattutto per quanto concerne il governo del territorio, lo si deve a questo malfunzionamento delle istituzioni, da pochi notato. Anzitutto si indebolisce il ruolo, già di per sé mortificato, degli organi rappresentativi quali sono i consigli. Se i membri più votati si dimettono per diventare assessori, tradiscono il mandato degli elettori. Sono poi sostituiti da persone con minore rappresentatività e quindi meno capaci di controllare politicamente l’azione di un Sindaco quasi plenipotenziario e drogato da una maggioranza premiata.

Il modello Monti potrebbe essere esteso alle amministrazioni locali, in questo caso in conformità allo spirito della legge, visto che la sovranità popolare è garantita dal sindaco. La partecipazione all’amministrazione cittadina di assessori privi di rappresentatività politica, ma scelti per le loro competenze consentirebbe un miglioramento delle amministrazioni, una maggiore creatività, l’introduzione di innovazioni utili. Sarebbe anche economico poiché si sfrutterebbero professionalità e prestigio di persone disposte a contribuire alla cosa pubblica. Infatti, se assunte come consulenti, riceverebbero cachet ben più elevati che la magra indennità. I consigli comunali, dove sarebbero presenti i rappresentanti più votati e quindi con un diretto collegamento con i cittadini, guadagnerebbero in prestigio e  sarebbero in grado di indirizzare e controllare meglio l’azione del Sindaco. La politica tornerebbe nelle istituzioni comunali anziché in salotti o sedi di partiti delegittimati.

nov 22, 2011
Corrado Poli
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INSICUREZZA E NUOVO SVILUPPO

Alcune paure ataviche degli italiani che dimostrano una situazione a cui si reagisce male

(Editoriale del Corriere del Veneto)

Rientrato all’aeroporto di Venezia dopo un soggiorno all’estero non posso fare a meno di notare alcuni tipici comportamenti di noi veneti. Da una parte mi suscitano un sorriso, non potendomene considerare immune, dall’altra inducono a qualche amara considerazione. Da alcune piccole cose emerge un senso di insicurezza che ci pervade e al quale da tempo non reagiamo. Già al ritiro bagagli percepisco una condizione di ansia. I viaggiatori si aspettano che la loro valigia non apparirà mai sul nastro così che quando la vedono ne restano piacevolmente sorpresi e festeggiano l’evento considerandolo eccezionale. Arrivato all’ascensore, premo il bottone per scendere e si accende regolarmente la luce che indica la chiamata. Eppure, ogni altra persona che arriva schiaccia ogni pulsante visibile e lo fa energicamente più volte: quello in discesa, dove deve andare, ma (non si sa mai) anche quello in salita. Appena arriva, tutti entrano nella prima porta che si apre senza curarsi se l’ascensore stia salendo o scendendo: l’importante è prendere un posto che si teme di perdere. Se poi si va a comprare qualcosa, ovunque la domanda rituale e angosciosa è: “ha moneta?”, una richiesta sconosciuta all’estero dove si presume che la quantità di monete resti grosso modo in equilibrio. Ma da noi incombe il retaggio degli anni settanta quando la moneta sparì e tutti ne facevano incetta. I clienti veneti, con la consueta gentilezza, collaborano con i gestori impelagandosi in astrusi calcoli per favorire la riduzione delle monete necessarie a completare la transazione. Gli stranieri non capiscono e pensano che si tratti di un utile esercizio mentale. Un altro segno di insicurezza lo registro alla fermata dell’autobus. Sebbene siamo in quindici ad aspettare, sia chiaramente scritto “fermata”, e senza ombra di dubbio l’autista dell’autobus non passa di lì per caso … al vedere approssimarsi l’autobus tutti alziamo la mano perché pervasi dall’atavico timore che tiri dritto!

Si potrebbero aggiungere altri esempi, ma con le mie osservazioni intendo sottolineare una situazione di disagio e sconforto che dalle piccole cose si trasferisce alle grandi. Fino a una ventina d’anni fa l’atmosfera era diversa: il modello dei veneti erano paesi, forse un poco mitizzati, come l’Austria, dove si immaginava che tutto funzionasse alla perfezione. Rispetto a oggi si aveva la convinzione di non essere da meno e di potere presto colmare il gap. Impegnato com’ero nella ricerca economica e sociale, mi rendevo conto dei progressi nel gusto, nell’ordine e persino nei modi di fare sempre più civili e urbani di coloro che offrivano servizi. Ma questo progresso s’è interrotto e con esso la fiducia di vivere in un mondo affidabile e sicuro dove ci si aspetta che le cose funzionino a dovere. Oggi si parla di rilancio dell’economia e di nuovi investimenti per lo sviluppo. Un settore su cui concentrarsi dovrebbe essere la manutenzione, il funzionamento dei dettagli e il miglioramento dei servizi quotidiani, pubblici e privati. Un’impresa molto più titanica della costruzione di un ponte sullo stretto poiché richiede un cambiamento della cultura e la ricostruzione del desiderio di migliorarsi e migliorare la propria vita. Ma la sensazione di sicurezza sta alla base della fiducia e la fiducia è la radice dello sviluppo.