dic 3, 2011
Corrado Poli
Commenti disabilitati su CON IL GOVERNO MONTI E CON I SACRIFICI RICHIESTI, LA PROSPETTIVA FEDERALISTA SI INVERTE: SI CERCA IL CONSENSO LOCALE PER RACCOGLIERE RISORSE PER SALVARE ROMA INVECE CHE PER USARLE IN LOCO

CON IL GOVERNO MONTI E CON I SACRIFICI RICHIESTI, LA PROSPETTIVA FEDERALISTA SI INVERTE: SI CERCA IL CONSENSO LOCALE PER RACCOGLIERE RISORSE PER SALVARE ROMA INVECE CHE PER USARLE IN LOCO

(editoriale del Corriere del Veneto)

È ormai chiaro che nei prossimi mesi il nuovo governo dovrà trovare il consenso necessario a rastrellare risorse dovunque potrà. In questa operazione non potranno che essere coinvolti direttamente sindaci e istituzioni comunali. Si chiederà loro di partecipare alla raccolta di denaro per far fronte all’emergenza nazionale. Oggi i comuni sono le istituzioni più in grado di dialogare direttamente con i cittadini e quindi di ottenere il loro consenso in caso di sacrifici. Il tema della finanza locale federalista è stato a lungo un cavallo di battaglia della Lega, soprattutto in regioni come la nostra con redditi superiori alla media nazionale. Ma oggi la questione del consenso necessario per raccogliere le imposte, si pone in modo opposto al passato. Non si tratta più di rivendicare autonomia per rastrellare risorse con l’obiettivo di utilizzarle in loco, ma di raccogliere soldi da mandare a Roma per salvare il bilancio nazionale. A tal fine servono il sostegno e la rappresentatività delle istituzioni locali. La prospettiva diventa la solidarietà nazionale piuttosto che il pur legittimo desiderio di autonomia impositiva e di spesa.In questa operazione, ovviamente, rimane tutto lo spazio “federalista” per negoziare una maggiore autonomia di spesa e di autogestione dei comuni. Ma è chiaro che il discorso federalista va reimpostato su basi diverse e culturalmente molto più articolate.

Oggi abbiamo un governo “tecnico” non direttamente legittimato dal voto. Il consenso, per quanto ampio, è perciò appeso a un filo. Nel nostro Parlamento, a sua volta, a causa di una legge elettorale molto contestata, siedono persone chiaramente “nominate” e poco rappresentative, il più delle volte sconosciute nel territorio.Infatti, a causa dell’ampiezza delle circoscrizioni e del fatto che i candidati non abbiano fatto alcuna campagna elettorale, i parlamentari sono in buona parte emeriti sconosciuti ai cittadini che solo formalmente li hanno eletti. Come potrebbero spendersi in prima fila per chiedere consenso su leggi che comportano pesanti sacrifici? La vecchia legge elettorale, con i suoi piccoli collegi e l’elezione diretta, favoriva un rapporto diretto tra eletti ed elettori. In questo modo, governo e parlamento (e partiti), potevano contare su un collegamento locale che oggi – per quel poco che ne resta –è goduto quasi soltanto dalle istituzioni comunali. Il sistema di costruzione del consenso, diventato drammaticamente necessario, va quindi ripensato.Le misure di Monti saranno ostacolate dalle corporazioni nazionali e non potranno essere così incisive come pensa chi crede nelle semplificazioni tecnocratiche. In presenza di una soddisfacente democrazia locale – ancora presente soprattutto in alcune aree del nord – rimane l’opportunità di usare quel che resta del consenso e della legittimità delle istituzioni comunali per ottenere i sacrifici necessari.

Ai sindaci si chiede quindi di trasformarsi da rappresentanti locali in fiduciari (esattori) del governo centrale per varare misure di salvaguardia nazionale. Naturalmente questa assunzione di responsabilità nel raccogliere le imposte, può essere sfruttata per negoziare maggiore autonomia per il futuro. Ma questo potrà accadere solo una volta che la crisi sarà superata e sulla base di ragionamenti piuttosto che emozioni.

nov 22, 2011
Corrado Poli
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DAL CASO MONTI AI GOVERNI TECNICI LOCALI: UNA NUOVA POLITICA?

dal Corriere del Veneto

Il governo Monti sollecita alcune riflessioni sulle amministrazioni locali, soprattutto del Veneto. Si sostiene che il nuovo governo sia “tecnico”. Il premier e i ministri non hanno diretti legami né con i partiti né con gli elettori. Questo comporta uno spostamento del potere dal governo al parlamento, l’organo più legittimato dalla rappresentanza popolare. Lo spostamento va in controtendenza a un processo di indebolimento degli organi rappresentativi rispetto a quelli esecutivi. Il fenomeno è noto e riguarda le democrazie occidentali da almeno trent’anni. Poiché la rappresentanza costituisce il cardine della politica, per certi versi questo è un governo più politico d’ogni altro perché controllato dal Parlamento. Certo, sarebbe stato meglio un Parlamento eletto con una legge migliore, ma questa è un’altra questione.

La novità italiana può essere estesa e compresa meglio se spostiamo il ragionamento ai Comuni e ai loro organi. Il Sindaco è eletto direttamente dai cittadini, ma gli assessori (il governo) – nei comuni maggiori – non possono essere anche consiglieri. Si pensò a questa incompatibilità per dare alle giunte un contenuto tecnico e consentire al Sindaco di nominare persone competenti e di prestigio per l’amministrazione del Comune. Grazie al premio di maggioranza di cui godono le liste vincenti e agli ampi poteri che gli sono assegnati, il sindaco è chiamato a rispondere delle azioni degli assessori che a loro volta rispondono solo a lui. Agli esordi di questa nuova struttura delle istituzioni comunali si registrarono vari casi in linea con questa impostazione. Ricordo ad esempio la prima giunta di Cacciari a Venezia. In seguito, nella stragrande maggioranza dei comuni grandi e piccoli è prevalso un comportamento formalmente consentito dalle norme, ma in contraddizione con lo spirito della legge. Infatti è diventata prassi quasi generalizzata (e dichiarata) da parte dei sindaci di nominare assessori quei candidati che prendono più preferenze per l’elezione al consiglio.

La conseguenza è deleteria per l’amministrazione locale che dovrebbe essere la palestra della politica. Parte della decadenza italiana, soprattutto per quanto concerne il governo del territorio, lo si deve a questo malfunzionamento delle istituzioni, da pochi notato. Anzitutto si indebolisce il ruolo, già di per sé mortificato, degli organi rappresentativi quali sono i consigli. Se i membri più votati si dimettono per diventare assessori, tradiscono il mandato degli elettori. Sono poi sostituiti da persone con minore rappresentatività e quindi meno capaci di controllare politicamente l’azione di un Sindaco quasi plenipotenziario e drogato da una maggioranza premiata.

Il modello Monti potrebbe essere esteso alle amministrazioni locali, in questo caso in conformità allo spirito della legge, visto che la sovranità popolare è garantita dal sindaco. La partecipazione all’amministrazione cittadina di assessori privi di rappresentatività politica, ma scelti per le loro competenze consentirebbe un miglioramento delle amministrazioni, una maggiore creatività, l’introduzione di innovazioni utili. Sarebbe anche economico poiché si sfrutterebbero professionalità e prestigio di persone disposte a contribuire alla cosa pubblica. Infatti, se assunte come consulenti, riceverebbero cachet ben più elevati che la magra indennità. I consigli comunali, dove sarebbero presenti i rappresentanti più votati e quindi con un diretto collegamento con i cittadini, guadagnerebbero in prestigio e  sarebbero in grado di indirizzare e controllare meglio l’azione del Sindaco. La politica tornerebbe nelle istituzioni comunali anziché in salotti o sedi di partiti delegittimati.

nov 22, 2011
Corrado Poli
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INSICUREZZA E NUOVO SVILUPPO

Alcune paure ataviche degli italiani che dimostrano una situazione a cui si reagisce male

(Editoriale del Corriere del Veneto)

Rientrato all’aeroporto di Venezia dopo un soggiorno all’estero non posso fare a meno di notare alcuni tipici comportamenti di noi veneti. Da una parte mi suscitano un sorriso, non potendomene considerare immune, dall’altra inducono a qualche amara considerazione. Da alcune piccole cose emerge un senso di insicurezza che ci pervade e al quale da tempo non reagiamo. Già al ritiro bagagli percepisco una condizione di ansia. I viaggiatori si aspettano che la loro valigia non apparirà mai sul nastro così che quando la vedono ne restano piacevolmente sorpresi e festeggiano l’evento considerandolo eccezionale. Arrivato all’ascensore, premo il bottone per scendere e si accende regolarmente la luce che indica la chiamata. Eppure, ogni altra persona che arriva schiaccia ogni pulsante visibile e lo fa energicamente più volte: quello in discesa, dove deve andare, ma (non si sa mai) anche quello in salita. Appena arriva, tutti entrano nella prima porta che si apre senza curarsi se l’ascensore stia salendo o scendendo: l’importante è prendere un posto che si teme di perdere. Se poi si va a comprare qualcosa, ovunque la domanda rituale e angosciosa è: “ha moneta?”, una richiesta sconosciuta all’estero dove si presume che la quantità di monete resti grosso modo in equilibrio. Ma da noi incombe il retaggio degli anni settanta quando la moneta sparì e tutti ne facevano incetta. I clienti veneti, con la consueta gentilezza, collaborano con i gestori impelagandosi in astrusi calcoli per favorire la riduzione delle monete necessarie a completare la transazione. Gli stranieri non capiscono e pensano che si tratti di un utile esercizio mentale. Un altro segno di insicurezza lo registro alla fermata dell’autobus. Sebbene siamo in quindici ad aspettare, sia chiaramente scritto “fermata”, e senza ombra di dubbio l’autista dell’autobus non passa di lì per caso … al vedere approssimarsi l’autobus tutti alziamo la mano perché pervasi dall’atavico timore che tiri dritto!

Si potrebbero aggiungere altri esempi, ma con le mie osservazioni intendo sottolineare una situazione di disagio e sconforto che dalle piccole cose si trasferisce alle grandi. Fino a una ventina d’anni fa l’atmosfera era diversa: il modello dei veneti erano paesi, forse un poco mitizzati, come l’Austria, dove si immaginava che tutto funzionasse alla perfezione. Rispetto a oggi si aveva la convinzione di non essere da meno e di potere presto colmare il gap. Impegnato com’ero nella ricerca economica e sociale, mi rendevo conto dei progressi nel gusto, nell’ordine e persino nei modi di fare sempre più civili e urbani di coloro che offrivano servizi. Ma questo progresso s’è interrotto e con esso la fiducia di vivere in un mondo affidabile e sicuro dove ci si aspetta che le cose funzionino a dovere. Oggi si parla di rilancio dell’economia e di nuovi investimenti per lo sviluppo. Un settore su cui concentrarsi dovrebbe essere la manutenzione, il funzionamento dei dettagli e il miglioramento dei servizi quotidiani, pubblici e privati. Un’impresa molto più titanica della costruzione di un ponte sullo stretto poiché richiede un cambiamento della cultura e la ricostruzione del desiderio di migliorarsi e migliorare la propria vita. Ma la sensazione di sicurezza sta alla base della fiducia e la fiducia è la radice dello sviluppo.

set 20, 2011
Corrado Poli
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Veneto City? Mi arrendo, basterà farlo ecologico!

 

editoriale Corriere del Veneto 17 settembre 2011

A questo punto vale la pena realizzare il mega-centro commerciale di Veneto-City traPadova e Venezia. In tutta l’Europa ricca e in Nord America, ogni volta che siprospetta la realizzazione dell’ennesimo centro commerciale, si sollevano le protestepopolari ambientaliste. Il più delle volte il centro viene realizzato lostesso: in Italia, quasi sempre; nel Veneto sempre! Succederà anche per VenetoCity e per tutti gli altri in lista d’attesa. Non c’è speranza. Soprattutto sel’opposizione a queste brutture si muove nel modo inconsistente,contraddittorio e opportunistico a cui siamo abituati.

Nel casodi Veneto City c’è qualche ragione in più per rassegnarsi. Ormai sono statedevastate le campagne e costruita un’abbondanza di strade che ha portato untraffico adatto a servire il nuovo centro commerciale. Il territorio è già compromessoe oggi, anziché opporsi, vale la pena impegnarsi a costruire il complesso nelmigliore dei modi possibili. Piuttosto che sgradevoli capannoni, si potrebberorealizzare fabbricati piacevoli e magari li si potrebbe definire “sostenibili”passando una simbolica quanto superficiale mano di verde. Sarebbe un modo di agirepiù onesto ed efficace.

Leproteste che accomunano il Sindaco di Padova, i commercianti e gliambientalisti, rappresentano invece una liturgia conosciuta il cui esito èscontato. Parteciparvi pensando che le cose possano finire diversamente dalla realizzazionedi Veneto-City è come andare alla funzioni del Venerdì Santo sperando che questavolta crocefiggeranno Barabba. Le proteste hanno il solo scopo di ottenerequalche beneficio collaterale. Rappresentano oculati esercizi di potere daparte di chi ha qualche interesse a gestirle. I cittadini ambientalisti,invece, si oppongono con tanta sincerità quanta inettitudine. Organizzanocomitati che si premurano di dichiarare “a-politici”, così da tranquillizzare immediatamentechi potrebbe temere ricadute sulle istituzioni delegate a prendere le decisionifinali. Al più si appigliano a cavilli burocratici e legislativi. Ma anchequesto è inutile. Come s’è visto di recente, oggi la legge non soccombe perpochi voti dopo una discussione tra maggioranza e opposizione: le leggi sonosvuotate di senso e, anziché esprimere principi validi e duraturi, esserecaratterizzate dall’astrattezza e dalla generalità, vengono adattate allasituazione contingente, “ad personam, adaziendam”, come si dice.

Laparola programmazione è stata cancellata dal vocabolario e i decisori nonconsiderano i piani linee guida a cui conformarsi, ma fastidiosi ostacoli daevitare. Perciò il sistema dell’autorizzazione delle opere procede a casacciotra conflitti di bassa lega, contraddizioni e irrazionalità. Il Sindaco diPadova s’oppone a Veneto City, ma costruisce una viabilità presso il casello diPadova ovest talmente attraente per i centri commerciali che gli imprenditoridel settore hanno già comprato i terreni. I commercianti si oppongono a VenetoCity, ma continuano a richiedere viabilità e parcheggi che li rendono competitivi.I cittadini dei comitati sono “a-politici” e contano meno di nulla, mentre i partitiambientalisti – apparentemente più integralisti e più concretamente settari –non riescono ad allargare il consenso e s’accontentano di ripetere le solitevuote parole ai loro (pochi) accoliti. A me resta la resa politica e il piùdivertente tentativo intellettuale di pensare a come rendere Veneto-City ilmigliore possibile piuttosto che sperare ancora di fermarlo.

ago 3, 2011
Corrado Poli

TAGLIAMO I SOLDI AI POLITICI: E POI?

editoriale del Corriere del Veneto 21 luglio 2011 

John Ruskin sosteneva che non è mai conveniente pagare un prezzo troppo basso, perché un prezzo giusto conviene a tutti. Vale anche per la politica i cui costi oggi appaiono tanto esorbitanti quanto inutili. Ma il modo in cui viene posta la questione dei privilegi ai politici è ancor più sbagliato dei benefici di cui taluni ingiustamente godono. In questa pericolosa operazione di denigrazione della politica si inserisce la questione dell’abolizione delle province e, in generale, la riduzione degli organi rappresentativi. Il prefetto di Padova afferma che “il tema vero è ridurre i costi della politica e ridimensionare la macchina statale, il tutto recuperando efficienza”. Dubito che i prefetti siano legittimati a prendere posizione sui costi della politica, ma è loro competenza parlare da un punto di vista tecnico della macchina statale. Peccato che lo stato e l’amministrazione non siano solo macchine, e la politica riguardi in primo luogo le persone. Il prefetto, infatti, ha omesso la questione cruciale che riguarda la rappresentanza democratica dei territori e dei cittadini. Chi ha fiducia nella democrazia e nel popolo riconosce la necessità di sostenere il “costo” della rappresentanza. Per motivi etici, ma anche di opportunità visto che persino le democrazie più pasticcione si sono rivelate a lungo termine molto più efficaci degli stati totalitari e corporativi. Si invoca – spesso a sproposito – l’esempio della democrazia americana, ma ci si dimentica il numero, ai nostri occhi spropositato, di cariche elettive, referendum, consigli e assemblee che esso comporta nel governo locale.

Si parla di “casta dei politici”, ma le vere caste sono altre, dei cui privilegi ci si scandalizza meno: i dirigenti ministeriali, quelli degli enti locali, magistrati, universitari, ecc. Costoro sono praticamente inamovibili dalle loro posizioni e il loro potere sfugge al giudizio dei cittadini. Solo rappresentanti legittimati sarebbero in grado di limitare il potere di queste “caste” anche nelle amministrazioni locali. L’operazione di discredito della politica rafforza le corporazioni dalle quali il cittadino è escluso, mentre alla politica (per ora) può ancora partecipare. Questo avviene in nome di un risparmio che non si invoca per altri ben maggiori sprechi. Non si contano le opere pubbliche inutili e contestate promosse da caste alle quali i politici delegittimati di oggi si presentano con il cappello in mano piuttosto che con l’autorità e la dignità loro attribuita dal popolo.

Non è affatto vero che tutti i rappresentanti del popolo godono di eccessivi privilegi. Un Sindaco e un assessore comunale guadagnano meno dei loro dirigenti, e la loro indennità è sicuramente inferiore all’importanza del ruolo che svolgono. Soprattutto, la loro azione è direttamente soggetta al giudizio degli elettori che li possono mandare via quando vogliono. Preferiamo essere rappresentati da poche persone mal pagate, oppure credere nella democrazia e retribuire in modo equo rappresentanti eletti, legittimi e che godono della nostra fiducia?

Le province vanno certamente riformate, ma senza eliminare l’essenziale rappresentanza del territorio. Non dimentichiamo che la legge elettorale delle province è quanto di più partitocratico esista, ma si perde tempo a discutere di un’auto blu piuttosto che a costruire democrazia pensando nuove leggi elettorali e ad attribuire poteri efficaci agli organi rappresentativi. Togliendolo alle caste burocratiche.