giu 16, 2011
Corrado Poli

LA CITTA’ MUTANTE

Intervento al Convegno “La città mutante”, Padova 14-15-16 giugno 2011
(pubblicato dal Corriere del Veneto del 14 giugno 2011)

… Per il veneto urbano del futuro serve l’immaginazione degli studiosi e non la ripetitività dei tecnici …

A Padova si terrà per tre giorni un importante convegno per discutere della città. L’obiettivo degli organizzatori è confrontare le metropoli internazionali con il Veneto. Se si vuole davvero uscire dalla crisi più lunga, sono necessarie idee nuove che producano un cambiamento strutturale piuttosto che superficiali aggiustamenti del presente.

Le città sono un misto di stabilità – luoghi abitati ininterrottamente da millenni – e di incessante rapido mutamento. Il Veneto non fa eccezione. Sessant’anni fa, Verona, Padova, Treviso, erano isole di marmi e mattoni circondate da villaggi di un mondo contadino immutato da secoli. In vent’anni, il Veneto divenne la terza regione industriale italiana e una delle più industrializzate d’Europa. Oggi, si auspicano ulteriori cambiamenti che i numerosi studiosi convocati a Padova presenteranno. Non è impresa facile: scrollarsi di dosso i pregiudizi e la ripetizione di concetti appassiti è una lotta esistenziale, spesso perduta, per ogni studioso. Ma nulla è più necessario. Agli studiosi non spetta il noioso compito di aggiustare il presente rendendolo conforme ai propri pregiudizi: questo è il compito dei tecnici. Gli studiosi, che nelle società più civili sono tenuti in grande considerazione, hanno il compito di immaginare con coraggio l’avvenire affinché gli imprenditori, i politici e i tecnici lo possano costruire. Da qualche tempo, segno di una crisi intellettuale prima che economica, s’è lasciato pensare ai tecnici cosa fare, attività a cui sono inadatti.

Il convegno di Padova sarebbe un’occasione perduta se si finisse per ripetere cliché antichi e parlare ancora delle infrastrutture e delle costruzioni del ventesimo secolo. Le telecomunicazioni non hanno ancora cambiato profondamente né la struttura fisica delle città, né i comportamenti umani quotidiani. Soprattutto non hanno modificato i flussi di spesa ancora concentrati sulle opere materiali per le quali operano lobby potenti non a sufficienza contrastate da studiosi incapaci di influire sulla pubblica opinione. Nemmeno l’inquinamento, dovuto tra l’altro al traffico e alla produzione di rifiuti, causa di milioni di tumori, è stato ancora inserito come priorità nel discorso politico e tecnico dominante sulla forma della città ancora incardinato su vecchie priorità di sviluppo. Persino la sicurezza meriterebbe un’attenzione nel pensare la forma urbis con lo scopo di ridurre, tramite il disegno urbano, i rischi dovuti alla criminalità e i costi economici e sociali per prevenirla e reprimerla.

Ora il punto chiave della riflessione che dovrebbe emergere da un Convegno così prestigioso, al quale giustamente sono stati invitati assieme agli architetti e agli urbanisti anche i filosofi, non può limitarsi a stabilire se costruire una strada o un centro commerciale e dove farli. Ma la riflessione creativa imprescindibile per conservare la competitività del sistema sarà: da quali problemi iniziare per (prima) pensare (e poi fare) le strutture materiali della città mutante di domani? Si può ancora mettere al centro dello sviluppo l’industria? O forse le nostre attività di base (quelle da esportare per accrescere il nostro reddito) sono piuttosto la fornitura di servizi, la tecnologia, l’istruzione e la ricerca, l’arte e la cultura, settori in cui possiamo sperare d’essere competitivi? La ricomposizione di un territorio e di un’agricoltura devastati, nonché la valorizzazione dei patrimoni culturali non consentirebbero forse di competere con i paesi emergenti? Dal convegno di Padova non attendiamo risposte definitive, ma stimoli a pensare in modo nuovo.

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