gen 20, 2017
Corrado Poli

RIFUGIATI E IMMIGRATI

Editoriale de Il Sestante, 20 gennaio 2017

PEPPONE E DON CAMILLO TRA CENTRO E PERIFERIA: Emotività e violenza sono la conseguenza della mancanza di relazioni umane e politiche locali.

Reiterate proteste di cittadini accompagnano la presenza di immigrati. Sovente s’alzano anche quelle dei rifugiati che richiedono un trattamento più umano e attento. L’attenzione si concentra a turno sul difetto di solidarietà, sulla presunta disorganizzazione o sullo sfruttamento degli aiuti.

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gen 1, 2017
Corrado Poli

SMOG IN CITTÀ

mio editoriale da Il Sestante 30 dicembre 2016

Nuove soluzioni da urbanistica e organizzazione

Da molto tempo sappiamo che le occasionali chiusure del traffico nei centri storici sono solo un palliativo contro le polveri sottili cancerogene. È persino grottesco pensare a un’emergenza visto che ogni anno si ripete la stessa situazione senza che nulla di serio sia stato né fatto né pensato. Si deve prima di tutto prendere atto che il problema lo si può solo attenuare e in modo molto graduale. Sarebbe necessario prevedere e progettare un intervento almeno decennale che riguardi sia la gestione del traffico – principale imputato, ma non unico colpevole – sia interventi sulle altre emissioni, sull’urbanistica e sull’organizzazione del lavoro e dei tempi. La priorità posta sulla tutela della salute, consentirebbe di affrontare in modo virtuoso e in una prospettiva innovativa anche l’eterna questione della viabilità e una diversa gestione del territorio. Persino l’economia ne avrebbe un vantaggio. Teniamo conto infatti che problemi affrontati in modo innovativo stimolano risposte tecnologiche di avanguardia.

Un modo efficace per affrontare l’inquinamento da traffico sta nel collegarlo alla sicurezza e alla qualità della vita così come fanno oggi nel mondo (ma si era già cominciato molti anni fa) gli amministratori più sensibili alla salute dei cittadini.  

Nel Veneto, meno che in altre regioni, la promozione del trasporto pubblico tradizionale è lungi dall’essere la soluzione: certo può aiutare, ma l’urbanistica degli insediamenti residenziali diffusi congiunta alla recente concentrazione degli attrattori di traffico rende il trasporto pubblico meno competitivo che nelle grandi città con densità elevate. Occorrono soluzioni adatte al territorio senza importare passivamente quelle inventate per geografie diverse. Allo stesso tempo la bassa densità insediativa e l’assenza di metropoli faciliterebbe una sostanziale fluidificazione della mobilità dei mezzi privati con notevoli risparmi di carburante e di conseguenza minore inquinamento. Questi interventi vanno integrati da un più diffuso e aggiornato car-pooling e dall’incentivazione di auto ibride ed elettriche, nonché da un trasporto pubblico alternativo.

Per rendere il traffico scorrevole e meno inquinante oggi si sta facendo strada l’idea di sostituire il vecchio “limite di velocità” con la “velocità fissata”. A seconda della capacità delle strade di assorbire traffico – calcolata e comunicata in tempo reale – si impone ai conducenti di procedere tutti alla stessa velocità, senza pericolosi sorpassi e riducendo al minimo fermate e ripartenze che producono il maggiore consumo e inquinamento. Con le moderne tecnologie e con un’adeguata comunicazione, questo si ottiene agevolmente sulle autostrade, ma è considerato dai tecnici applicabile anche alla viabilità ordinaria. Per esempio nell’area metropolitana di Grenoble – di dimensioni simili alle città venete – da giugno prossimo il limite di velocità sarà ovunque di 30Km/h, salvo poche eccezioni. I sensori e i cruise control di cui sono dotate molte auto, consentirebbero una sicurezza e un confort di viaggio superiori, accanto alla riduzione di consumi e inquinamento.

I limiti di velocità si sono dimostrati efficaci nel ridurre consumi, inquinamento e incidenti su base duratura e non hanno ridotto la velocità media. L’introduzione della “velocità fissata” non è certo la soluzione unica e definitiva, come d’altronde non lo è nessuna. Ma si presta a riconsiderare il problema dell’inquinamento in un sistema complesso di interventi collegati.

gen 1, 2017
Corrado Poli

ELEZIONI AMMINISTRATIVE A PADOVA 1/3

Un programma per risanamento: si può fare? Chi lo farà?

Le elezioni amministrative del Comune di Padova sono state anticipate a causa delle dimissioni del Consiglio Comunale che ha sfiduciato il Sindaco Bitonci dopo oltre due anni di aperti e crescenti contrasti con le forze politiche e con la cittadinanza.

Non era mai successo nella Padova repubblicana che un’amministrazione non portasse a compimento il mandato conferito dai cittadini.

La ricomposizione delle divisioni e la riparazione dei danni compiuti dall’amministrazione sfiduciata costituisce il primo passo verso una fase politica nuova per contenuti e modalità.

Si dovrà evitare sia un avvilente ritorno al passato sia velleitarie fughe in avanti oggi prive di solide basi progettuali e di consolidato consenso.

La nuova Padova 

Una Padova civile si pone quindi un duplice obiettivo:

  1. a) il ristabilimento delle condizioni di una politica caratterizzata da comportamenti istituzionalmente corretti;
  2. b) il risanamento delle condizioni di degrado materiale (periferie, sicurezza, traffico, manutenzione, servizi ecc.) e sociale (relazioni tra comune, università, diocesi, comunità, associazioni ecc.).

Sulle fondamenta di una nuova collaborazione politica e del quotidiano risanamento materiale e sociale sarà possibile procedere concretamente alla realizzazione di un progetto di trasformazione e sviluppo di lungo termine.

L’amministrazione di Padova civile si concentrerà nel porre rimedio ai problemi concreti della vita quotidiana dei cittadini e allo stesso tempo programmerà interventi innovativi per il futuro prossimo valorizzando in questo modo la cultura e la creatività dei giovani.

Per ottenere questi obiettivi sarà necessario decidere sempre con il consenso e per questo si opererà sulle due dimensioni:

  1. a) alla micro scala si favorirà un diretto contatto con i cittadini (e i residenti) attraverso la riattivazione di piccoli presidi urbani presso i quali ciascuno avrà la possibilità di rivolgersi per segnalare problemi di quotidiana necessità cosicché il cittadino sentirà un’amministrazione vicina e collaborativa;
  2. b) a livello programmatico si costituiranno gruppi di studio e lavoro di elevata caratura, ma allo stesso tempo composti da giovani, intesi a individuare opere davvero aggiornate e innovative di grande portata e a reperire le risorse necessarie alla realizzazione.

Per le decisioni di maggiore respiro e per garantire il consenso sugli indirizzi di maggiore portata si procederà a interrogare sistematicamente i cittadini per mezzo di referendum anche telematici.

Un programma ambizioso e modesto (per essere onesto) 

Il programma per una Padova civile è ambizioso e modesto: nella modestia va cercata la tanto necessaria onestà!

È molto ambizioso poiché non è facile riunire una larga maggioranza di cittadini attorno a un progetto di lungo periodo, ma è possibile perché Padova ha le potenzialità culturali per farlo.

È modesto perché non promette opere faraoniche sulle quali non è possibile pretendere un consenso allargato; ed è modesto perché prevede che manterrà un constante rapporto con i cittadini che saranno costantemente interrogati sulle decisioni di maggiore portata.

È ambizioso perché si propone di costruire con la partecipazione di tutti la visione per i prossimi decenni. È modesto perché non pretendere di conoscere tutte le soluzioni e non promette interventi che stanno solo nelle (spesso vecchie) immaginazioni di pochi. Ma vuole ambiziosamente costruire senza fretta e senza false emergenze (“Festina lente”). Ed è modesto anche perché si è consci che sono le decisioni quotidiane minime e semplici che rendono questa prospettiva concretamente possibile: “sapere sognare senza perdersi nei sogni” (R. Kipling).

Al centro del programma ci sarà una convivenza quotidiana di qualità (rispetto di norme civili condivise, sicurezza, traffico, salute, servizi) e una grande operazione di ricerca e sviluppo culturale attorno alla quale costruire una nuova identità di città d’avanguardia in Italia e in Europa. 

dic 26, 2016
Corrado Poli

UNA SCIENZA PER IL PARCO COLLI

editoriale del Il Sestante 23 dicembre 2016

COSA FARE PER IL PARCO COLLI? CE LO DICA UNA COMMISSIONE SCIENTIFICA DI ALTO PROFILO

A seguito delle proteste della popolazione e dei Sindaci, la Giunta regionale prende tempo e si concede 90 giorni per modificare la planimetria del Parco Colli Euganei. In sostanza, potrebbe succedere che l’emendamento Barison-Berlato di ridurre considerevolmente l’area protetta venga solo posticipato a seguito delle proteste dei cittadini e di gran parte dei Sindaci. La scusa è la proliferazione fuori controllo dei cinghiali. L’opportunità vera è accontentare da una parte gli speculatori edilizi e dall’altra i cacciatori. Questi due gruppi, tra loro così diversi e in contraddizione, fanno fronte comune perché rappresentano il passato. Da soli sono politicamente sconfitti tra l’opinione pubblica. Insieme confidano su qualche potente costruttore (speculatore, come s’è visto ad Abano) e sui voti di pochi (ma concentrati) cacciatori in via di estinzione. Il muro di proteste ha ritardato il provvedimento. Ma se tra tre mesi saremo allo stesso livello di conoscenza del problema e di mancanza di proposte alternative, non si potrà che ripetere un’altra sterile protesta, come ormai si fa da troppi anni.

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dic 16, 2016
Corrado Poli

SESSANT’ANNI DI NATALI

(editoriale de il Sestante 16 dicembre 2016)

Sono in pochi a ricordare come nel mondo cristiano e nel cattolicissimo veneto il periodo dell’Avvento – le quattro settimane che precedono il Natale – costituivano un periodo di penitenza. Si chiamava infatti la Quaresima di Natale. I paramenti dei sacerdoti alla Messa erano viola, a lutto. Non ci si poteva nemmeno sposare se non con una speciale dispensa. Quando succedeva, tutto il paese mormorava che la ragazza era incinta. I riti erano improntati alla sobrietà, con qualche pausa. Tra queste le feste di San Nicola e di Santa Lucia, giorni destinati ai regali per i bambini. A seconda del paese si sceglieva la tradizione dell’uno o dell’altro santo. Ma anche le feste di Santa Lucia e San Nicola avevano una forte connotazione religiosa e contadina: si lasciava del cibo o la calza sui davanzali. Era un modo di praticare una carità silenziosa e insegnare ai bambini che la generosità comporta un premio. La vigilia di Natale invece non si doveva mangiare per niente come nel Ramadan, e come nella festa islamica alla sera ci si rimpinzava pur evitando la carne. Negozi, bar e osterie restavano chiusi. Quei pochi esercizi “comunisti” che tenevano aperto erano frequentati da persone additate come malvagi peccatori. Il bambino che non resisteva a una caramella si immaginava di ardere all’inferno. Dopo qualche anno avrebbe pagato lo psicanalista per rimuovergli il senso di colpa. Alla Messa di mezzanotte, la chiesa, nonostante l’ora, il freddo e spesso la neve era sempre gremita e si vedevano i ritardatari accalcati fuori della porta principale. Alla chiesa si andava a piedi perché nessuno aveva la macchina, ma anche perché i pochi che l’avevano, abitavano vicino alle tante Chiese sparse per ogni frazione. Il giorno di Natale si faceva un gran pranzo riunendo le famiglie. I regali portati da Gesù bambino non avevano ancora del tutto sostituito quelli di San Nicola e Santa Lucia. Presto però, televisione, film stranieri e l’emigrazione verso altre regioni di migliaia di veneti impose la nuova tradizione dei regali il giorno di Natale.

Questo mondo scomparve praticamente in un solo decennio da quando ho i primi ricordi a quando sono diventato adolescente, tra il 1955 e il 1965. Sui dolci di tradizione paesana si impose il panettone milanese, il primo a essere prodotto industrialmente. Era uno status symbol e solo in seguito il Pandoro, il mandorlato e altre ricette locali riacquistarono spazio commerciale nei cuori e nei palati. Il mondo contadino stava scomparendo. Nei decenni che seguirono molti paesi furono assorbiti in città sempre più grandi. Tutti andarono a scuola e impararono l’italiano alla TV e con la lingua imitarono anche i gusti e i modi di fare, le ambizioni e le frustrazioni moderne. La Chiesa divenne più tollerante su tutto e del digiuno se ne dimenticò. Non fu più uno scandalo tenere i negozi e i bar aperti. E di ottenere la dispensa per sposarsi in Avvento, con il passare degli anni, non fu più necessario. Anzi non fu più necessario nemmeno sposarsi. Le modeste luminarie della mia infanzia – poco più che devote candele sui davanzali – erano un gesto religioso forse inteso a indicare la strada a Giuseppe e Maria o ai Re Magi. O forse erano un modo per non sentirsi perduti nelle notti sempre più fredde e scure di dicembre. Negli anni sessanta e settanta divenne facile trovare un posto a sedere in chiesa alla Messa di mezzanotte eppure le decorazioni inondarono case e piazze. Le nuove villette sorte ai bordi delle città o in campagna si ricoprivano di luci. I Comuni gareggiavano a chi faceva l’albero più bello di fronte al Municipio. I cittadini non si lamentavano degli sprechi che lasciavano in debito ai pochi figli che generavano. I parroci richiamavano disperatamente ai valori religiosi, ma ormai quasi per tutti il Natale era diventata una festa del consumo e dell’opulenza. All’Avvento e a una penitenza pensata come motivazione a contenere i consumi e passare indenni l’inverno, non ci si faceva più caso. Restavano le grandi riunioni famigliari e i lauti pranzi che sempre più si celebravano anche nei ristoranti. Sul finire del secolo, l’atmosfera religiosa natalizia era ormai un ricordo.

Negli ultimi anni sono diminuite le luci. La crisi economica si dirà, ma è solo in parte così. Se già da tempo il consumismo ha sostituito il sentimento religioso, oggi il Natale ha perduto anche il significato di occasione di ritrovo delle famiglie allargate. Quali famiglie? Pochi figli, più divorzi, più mariti, più mogli. Si approfitta delle ferie per andarsene. Rimangono invece tanti anziani soli a ricordare l’atmosfera delle feste d’un tempo perdute in una memoria ricreata in case di riposo ancora una volta stancamente addobbate a festa.

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