dic 16, 2016
Corrado Poli

SESSANT’ANNI DI NATALI

(editoriale de il Sestante 16 dicembre 2016)

Sono in pochi a ricordare come nel mondo cristiano e nel cattolicissimo veneto il periodo dell’Avvento – le quattro settimane che precedono il Natale – costituivano un periodo di penitenza. Si chiamava infatti la Quaresima di Natale. I paramenti dei sacerdoti alla Messa erano viola, a lutto. Non ci si poteva nemmeno sposare se non con una speciale dispensa. Quando succedeva, tutto il paese mormorava che la ragazza era incinta. I riti erano improntati alla sobrietà, con qualche pausa. Tra queste le feste di San Nicola e di Santa Lucia, giorni destinati ai regali per i bambini. A seconda del paese si sceglieva la tradizione dell’uno o dell’altro santo. Ma anche le feste di Santa Lucia e San Nicola avevano una forte connotazione religiosa e contadina: si lasciava del cibo o la calza sui davanzali. Era un modo di praticare una carità silenziosa e insegnare ai bambini che la generosità comporta un premio. La vigilia di Natale invece non si doveva mangiare per niente come nel Ramadan, e come nella festa islamica alla sera ci si rimpinzava pur evitando la carne. Negozi, bar e osterie restavano chiusi. Quei pochi esercizi “comunisti” che tenevano aperto erano frequentati da persone additate come malvagi peccatori. Il bambino che non resisteva a una caramella si immaginava di ardere all’inferno. Dopo qualche anno avrebbe pagato lo psicanalista per rimuovergli il senso di colpa. Alla Messa di mezzanotte, la chiesa, nonostante l’ora, il freddo e spesso la neve era sempre gremita e si vedevano i ritardatari accalcati fuori della porta principale. Alla chiesa si andava a piedi perché nessuno aveva la macchina, ma anche perché i pochi che l’avevano, abitavano vicino alle tante Chiese sparse per ogni frazione. Il giorno di Natale si faceva un gran pranzo riunendo le famiglie. I regali portati da Gesù bambino non avevano ancora del tutto sostituito quelli di San Nicola e Santa Lucia. Presto però, televisione, film stranieri e l’emigrazione verso altre regioni di migliaia di veneti impose la nuova tradizione dei regali il giorno di Natale.

Questo mondo scomparve praticamente in un solo decennio da quando ho i primi ricordi a quando sono diventato adolescente, tra il 1955 e il 1965. Sui dolci di tradizione paesana si impose il panettone milanese, il primo a essere prodotto industrialmente. Era uno status symbol e solo in seguito il Pandoro, il mandorlato e altre ricette locali riacquistarono spazio commerciale nei cuori e nei palati. Il mondo contadino stava scomparendo. Nei decenni che seguirono molti paesi furono assorbiti in città sempre più grandi. Tutti andarono a scuola e impararono l’italiano alla TV e con la lingua imitarono anche i gusti e i modi di fare, le ambizioni e le frustrazioni moderne. La Chiesa divenne più tollerante su tutto e del digiuno se ne dimenticò. Non fu più uno scandalo tenere i negozi e i bar aperti. E di ottenere la dispensa per sposarsi in Avvento, con il passare degli anni, non fu più necessario. Anzi non fu più necessario nemmeno sposarsi. Le modeste luminarie della mia infanzia – poco più che devote candele sui davanzali – erano un gesto religioso forse inteso a indicare la strada a Giuseppe e Maria o ai Re Magi. O forse erano un modo per non sentirsi perduti nelle notti sempre più fredde e scure di dicembre. Negli anni sessanta e settanta divenne facile trovare un posto a sedere in chiesa alla Messa di mezzanotte eppure le decorazioni inondarono case e piazze. Le nuove villette sorte ai bordi delle città o in campagna si ricoprivano di luci. I Comuni gareggiavano a chi faceva l’albero più bello di fronte al Municipio. I cittadini non si lamentavano degli sprechi che lasciavano in debito ai pochi figli che generavano. I parroci richiamavano disperatamente ai valori religiosi, ma ormai quasi per tutti il Natale era diventata una festa del consumo e dell’opulenza. All’Avvento e a una penitenza pensata come motivazione a contenere i consumi e passare indenni l’inverno, non ci si faceva più caso. Restavano le grandi riunioni famigliari e i lauti pranzi che sempre più si celebravano anche nei ristoranti. Sul finire del secolo, l’atmosfera religiosa natalizia era ormai un ricordo.

Negli ultimi anni sono diminuite le luci. La crisi economica si dirà, ma è solo in parte così. Se già da tempo il consumismo ha sostituito il sentimento religioso, oggi il Natale ha perduto anche il significato di occasione di ritrovo delle famiglie allargate. Quali famiglie? Pochi figli, più divorzi, più mariti, più mogli. Si approfitta delle ferie per andarsene. Rimangono invece tanti anziani soli a ricordare l’atmosfera delle feste d’un tempo perdute in una memoria ricreata in case di riposo ancora una volta stancamente addobbate a festa.

dic 16, 2016
Corrado Poli

NEGOZI APERTI O CHIUSI?

Le false tradizioni

(elaborazione di un mio editoriale del Corriere del Veneto del 2012)

Distruggiamo le tradizioni se teniamo aperti negozi e centri commerciali giorno e notte, feste incluse? Non credo proprio: anzi questo dibattito, connesso a più opportunistiche questioni di pura convenienza economica, nasconde la paura del nuovo e un’idea nostalgica di tradizione. Il rispetto delle tradizioni ha senso quando le si considera per quello che sono, cioè una continuità con il passato, che è il contrario di una sua ripetizione. Non c’è nulla di più dinamico e in evoluzione della tradizione.

Il rito più praticato a Natale è diventato la vacanza sulla neve o al mare tropicale. Oppure nelle città d’arte per vedere antiche processioni prive di religiosità e piene di folklore commercializzato. La domanda ricorrente è “Dove vai ai Natale?” Se la crisi ci costringerà a rinunciare per sempre a queste nuove tradizioni, presto le rimpiangeremo, ma non torneremo certo ai vecchi riti. Bisogna trovare nuovi “sensi” nella vita contemporanea invece di tentare di riesumare miti morti. Nemmeno la Chiesa si scandalizza più e non apre bocca nemmeno quando al Venerdì Santo – giorno di digiuno e penitenza e il più triste per i Cristiani – si organizzano le più edonistiche delle celebrazioni che hanno sostituito processioni, vie crucis, sepolcri, liturgie complesse. Lo stesso vale per l’Avvento e la vigilia di Natale quando gli esercizi commerciali dell’Europa cristiana cattolicissimo erano quasi tutti chiusi perché si praticava universalmente il digiuno: andare all’osteria sarebbe sembrata la più sconveniente delle azioni per chi si fosse azzardato.

Di fronte a questo cambiamento radicale delle celebrazioni natalizie, già avvenuto e assimilato, appare piuttosto strana l’ostilità verso il nuovo rito dell’apertura dei centri commerciali e dei negozi urbani. La vita urbana nella città contemporanea prescinde dal tempo, quello del giorno, della settimana e dell’anno. Potere fare la spesa a qualunque ora, come avviene nelle città nordamericane, è un’opportunità, ma non un obbligo per nessuno. Lavorare la domenica senza santificarla non è considerato peccato nemmeno dal più pio dei cristiani. Le vacanze in febbraio, anziché in agosto, non sono più un privilegio per sfaccendati. Da una società di massa, con gli stessi tempi e gli stessi riti, si è passati a una società formata da piccoli gruppi ciascuno dei quali sta creando o ha già creato la propria tradizione che non riconosciamo solo perché volgiamo lo sguardo al passato e disprezziamo il presente e il futuro. Senza accorgerci che in questo presente stiamo “traducendo” comunque il passato. Prima si fanno le cose nuove, poi si pensa in che modo esse sono collegate alla tradizione. Il rifugiarsi nella nostalgia non è forse un segno di decadenza e di perdita di speranza in un’Europa che appassisce riempiendo miti vuoti con vecchi riti? Certamente le opportunità che l’apertura sempre più temporalmente estesa degli esercizi commerciali e in genere di tutte le attività comporteranno numerosi comportamenti sgradevoli e volgari. Una società sicura di sé non ha bisogno di temerli perché tra le tante novità inutili saprà scegliere le migliori. I nuovi comportamenti riusciranno a imporsi e trasformarsi da mode passeggere a vere tradizioni. Molto si butterà via del passato, ma se non si saprà tollerare lo sgradevole e il diverso, non si darà la possibilità di fiorire alle novità che diventeranno le tradizioni nobili di domani.

La nostalgia per la vita cadenzata sui tempi dei riti e della natura di un tempo la si vince pensando che in questo stesso momento stiamo inconsapevolmente contribuendo alla costruzione di quella che sarà la tradizione di domani.

dic 9, 2016
Corrado Poli

PARCO COLLI

Un cacciatore del Pleistocene contro protestatari giurassici

La proposta di riduzione del perimetro del Parco Colli Euganei avanzata dal consigliere Berlato, leader dei (pochi) cacciatori veneti, è inaccettabile. Sono assolutamente necessarie le proteste che si stanno sollevando ovunque con l’appoggio di esponenti di quasi tutti i partiti. L’emendamento potrebbe non passare per un calcolo elettorale: la sensibilità ambientale è oggi nettamente maggioritaria tra i cittadini dei Colli. Accontentare quattro anziani cacciatori e qualche ben più potente costruttore significherebbe garantirsi una débâcle elettorale alla prossima tornata. Purtroppo di questo non sono ancora consci gli ambientalisti che oltre trent’anni fa avevano promosso l’istituzione di un’area protetta. Alcuni hanno continuato le loro battaglie con i soliti metodi e reiterati argomenti senza accorgersi che il mondo cambiava. Altri hanno trovato collocazioni politiche ipnotiche e solo adesso si risvegliano senza tuttavia fare altro che ricordare la passata gioventù quando ancora avevano (o fingevano) un po’ di passione ideale.

È lo stesso linguaggio usato che nasconde lo scoramento e la mancanza di prospettiva: “Salviamo il Parco!” Certo salviamolo, ma perché? Come? Qual è la proposta? Salvare l’esistente è l’atteggiamento proprio dei conservatori. E conservatori sono diventati molti di coloro che un tempo sognavano di cambiare il mondo, o anche soltanto di proteggere l’ambiente. Il medesimo linguaggio lo si ritrova quando si parla di lavoro: “difendiamo i diritti acquisti”. Certamente, ma vorrei una parola, un pensiero sulle nuove forme di occupazione meno “dipendenti” e più autonome e sulle nuove necessarie tutele. O la scuola: “difendiamo la scuola e l’università”! D’accordo se si vuole essere conservatori, ma chi intende progredire dovrebbe dirci prima di tutto quale tipo di istruzione, educazione e ricerca vuole.

Solo il deficit di iniziativa politica ha consentito a Berlato di promuovere la sua aberrante idea. Ma almeno lui una proposta l’ha fatta, sebbene antica come può esserlo quella di un cacciatore del Pleistocene. Cominciamo a trovare i consensi per piani regolatori a crescita zero dell’edificato. Proponiamo un piano del traffico che favorisca l’uso ricreativo delle strade in sicurezza. Pensiamo a un’estensione del Parco Colli che includa i Monti Berici e altre aree invece che ridurne il perimetro. Quando il Parco Colli fu istituito, una quota significativa della popolazione era poco istruita, nata e cresciuta in un mondo agricolo povero con l’obiettivo del progresso materiale. Ci si poteva aspettare la loro contrarietà ai limiti di costruire e di coltivare in modo tradizionale. Sognavano pali di cemento per i loro vigneti e tapparelle per le case. Eppure, la loro contrarietà fu vinta da proposte innovative oggi da tutti apprezzate. Dopo trent’anni i loro figli e nipoti hanno studiato, fatto pochi figli, visto i prezzi delle abitazioni crollare e si trovano a fronteggiare problemi diversi. Ai vecchi era sufficiente avere da mangiare, oggi si temono i rischi dell’obesità e per la salute in genere. Certo ci sono anche i cinghiali e non è un problema da poco. Per questo non si può affrontarlo soltanto riducendo la zona protetta e sparando all’impazzata in mezzo ai turisti delle terme. La proposta di Berlato si pone allo stesso livello intellettuale dei cinghiali. Va contrastata con una cultura ambientale e una scienza ecologica oggi disponibili, diffuse e sostenute dal consenso della maggioranza cittadini. I quali attendono proposte e non sterili proteste.

dic 6, 2016
Corrado Poli

POST-REFERENDUM

Cosa cambia nella politica italiana?

Per gli italiani non cambia molto, per ora. Vi sarà un’accelerazione di processi già in corso. La coalizione tra PD e centrodestra diventerà sempre più stabile e si trasformerà in un vero partito conservatore o moderatamente riformista, com’è l’attuale Governo e come si avviano a diventare gran parte dei Governi d’Europa. Questo sarà necessario per contrastare la crescita del Movimento 5 Stelle, il partito italiano con l’elettorato più giovane tanto quanto il PD raccoglie il più anziano. Allo stesso tempo sarà necessario favorire il consolidamento dei pentastellati, che non sono antisistema, ma radicalmente progressisti e innovativi (e talora ancora un po’ confusi).

Il M5S rappresenta il vero e unico argine stabile al populismo fascio-leghista di Salvini e Meloni che si ispira alla più becera destra francese, austriaca, britannica e occidentale in genere. Congelate estrema destra ed estrema sinistra – con l’aiuto della legge elettorale – una potenziale alternanza tra Grande Coalizione a guida PD e M5S potrebbe essere il futuro politico del Paese nei prossimi anni. Tutto questo non avverrà però secondo le modalità di una volta quando si fronteggiavano socialisti e liberisti in un contesto stabile che rappresentava due componenti della società di massa. Il voto procederà per emozioni effimere al di fuori di grandi narrazioni (quelle che una volta si chiamavano ed erano ideologie). Una vittoria del 5Stelle rinnoverebbe radicalmente il Paese. Un ritorno della destra, per giunta senza il gruppo dei moderati di Berlusconi, ci riporterebbe invece indietro nei contenuti e a quelle situazioni in cui all’estero si rideva di noi. Cosa che da quando sono arrivati Monti, Letta e Renzi non è più successo. E non succederebbe nemmeno con i 5Stelle a cui gli osservatori più attenti attribuiscono sempre più credito senza con questo doverne accettare tutte le posizioni.

dic 6, 2016
Corrado Poli

E SE RENZI AVESSE VINTO?

Adesso il referendum veneto!

A favore del Sì c’era soprattutto la possibilità di rompere l’inerzia dell’immobilismo e innescare il cambiamento. Inoltre di conservare il Governo attuale per un altro anno in modo da avere tempo di costruire una maggioranza e un’opposizione coerenti in un Parlamento finalmente legittimato da una nuova legge elettorale.

Questa modesta e pressoché innocua riforma – incomprensibile dalla stragrande maggioranza degli elettori – è stata rigettata con motivazioni contingenti (politiche) ed emotive. Il referendum di fatto s’è trasformato in un Sì o un No sul Governo che comunque ha raccolto un consenso non irrilevante del 40%. Il Capo del Governo aveva ricevuto il mandato di riformare la Costituzione dal Presidente della Repubblica al momento dell’incarico. Ci si è impegnato in tutti i modi fino al sacrificio finale con coraggio e determinazione. A parte qualche furbata politica, ha dimostrato una freschezza e una trasparenza comunicative che non hanno precedenti in Italia. Alla fine, avendo personalizzato il voto, ha ottenuto da solo oltre il 40% dei voti, quasi tutti spendibili per presentarsi come candidato premier alla guida di una grande coalizione. Il 60% ha vinto insieme nell’essere “contro” per motivi diversi, più o meno nobili, ma non potrà mai presentarsi unito alle elezioni.

Qui finiscono gli elogi. La Costituzione recita che può essere riformata dal Parlamento in via definitiva con i 2/3 dei voti, altrimenti cittadini e parlamentari possono richiedere un referendum. Questa norma serve a incoraggiare i legislatori a approvare modifiche solo a larga maggioranza per evitare di fare discutere al popolo – ignaro del diritto – temi complessi. Ricordiamo che la Costituzione del ‘48 fu scritta e approvata senza alcun ricorso al voto popolare diretto che non era nemmeno previsto. La saggezza avrebbe richiesto di soprassedere alla riforma se non si fossero ottenuti quei 2/3. Tanto più che il Parlamento in carica, pur legittimato dal principio della continuità delle istituzioni, è stato eletto con una legge dichiarata non costituzionale. Di conseguenza è poco rappresentativo in generale, ma in particolare lo è per varare una pur modesta Riforma Costituzionale. La dubbia rappresentatività di fatto del Parlamento è stata dimostrata dal voto del 4 dicembre. Questo deve fare pensare che la governabilità è un valore, ma senza un’adeguata rappresentanza non si va da nessuna parte. A meno che non si elimini la democrazia. La qual cosa sembra un’opzione oggi entrata nell’immaginario del popolo e vagheggiata da vari leader occidentali post-democratici che ritengono che si possa comandare senza opposizione, senza dialogo e senza contro-poteri.

 Con questo continuo ad apprezzare la coerenza e il coraggio del Primo Ministro. Le sue leali e pronte dimissioni potrebbero essere il trampolino di lancio per una leadership legittimata dalle elezioni. Allo stesso tempo comprendo il No politico delle opposizioni, mentre ho molti dubbi sul comportamento di chi aveva votato la riforma e poi l’ha affossata nel referendum per motivi personali o pretestuosi.

Un motivo di soddisfazione per la vittoria del No lo si può trovare nella bocciatura di una riforma che ancor più di quelle precedenti (firmate anche dalla Lega) riduceva l’autonomia delle Regioni. Ora può essere ripreso con maggior vigore il discorso istituzionale dell’autonomia collegato a nuove forme di rappresentanza e ad aggregazioni politiche inedite.

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