nov 19, 2016
Corrado Poli

REFERENDUM; SÌ, NO E … TRUMP

ATTORI, SCIENZIATI, ACCADEMICI: perché schierarsi? 

Benigni è un attore e recita la parte del Sì! Mannoia è una cantante e recita quella No. Rientra nel loro mestiere recitare per chi li paga e per compiacere il proprio pubblico. Lo stesso vale per Madonna e Eastwood oltre Oceano … se poi credono anche a quello che dicono, buon per loro, ma la cosa è politicamente irrilevante.
Meno accettabili sono invece scienziati famosi che ritengono opportuno mettersi a disposizione di una parte senza specifiche conoscenze in materia di Costituzione e di Governo. Queste prese di posizione sono inopportune e fanno male alla scienza poiché inducono il popolo a diffidare e a credere che anch’essa risponda a logiche di parte! Ogni volta che un rinomato medico si espone politicamente per il Sì, aumenta il numero di chi non si vaccina. E ogni volta che un fisico di fama sostiene il No, qualcuno penserà che il nucleare sia in effetti sicuro e “chissà cosa c’è sotto”.
Ma peggio di tutto sono i Costituzionalisti, gli ex membri della Corte Costituzionale e quelli che aspirano a essere nominati. A loro si aggiungano osservatori e studiosi di politica a cui l’accademia o la professione richiederebbe un’etica di terzietà. Invece non sanno o non vogliono astenersi dallo schierarsi su una mediocre riforma costituzionale, priva di ogni drammaticità sostanziale. O forse non possono esimersi dal servire o lambire qualche padrone perché hanno debiti di riconoscenza o speranze di carriera.
Gli accademici e gli studiosi si dovrebbero esimere persino dall’esprimere opinioni. Al più si permettono di fare emergere timidamente la propria preferenza con ragionamenti e argomenti. Solo così conservano la verginità politica in modo che ci si possa rivolgere loro con fiducia per comprendere prima che per schierarsi. Ma oggi quasi tutti gli intellettuali sono organici e di parte. Prima scelgono la parte e poi costruiscono l’argomento, invece che il contrario. La conseguenza è che gli argomenti sono sempre più deboli e le appartenenze più determinanti. Gli intellettuali dovrebbero limitarsi a spiegare le alternative. Invece firmano appelli, vanno in televisione; fanno dibattiti e comizi! Poi ci lamentiamo se nessuno più crede all’indipendenza della scienza, delle accademie e della cultura! Poi ci lamentiamo che il popolo vota personaggi come Trump – e Salvini e Le Pen e Farrage ecc. – che irridono alla cultura e agli intellettuali …

P.S.: Ci sono due valide obiezioni a quanto ho scritto. Qualcuno potrebbe correttamente sostenere che talora l’intellettuale deve anche schierarsi. Sono il primo a credere in questo atteggiamento: ma sui temi fondamentali non ogni volta anche per modesti per quanto discutibili cambiamenti. Naturalmente qui ho espresso un’opinione e non un argomento: qualcuno potrebbe sostenere che il tema della modifica alla Costituzione sia cruciale. Ma io non sono né famoso né qualificato nella materia e fino a un certo punto posso permettermi un po’ di superficialità. L’altra obiezione è che esiste una tradizione retorica in cui la verità emerge da un dibattito tra “avvocati” di diverse parti. Non amo molto questo metodo per la ricerca del consenso e della verità. Tuttavia, riconosco a esso un senso, ma solo se viene assunto in modo esplicito. Invece, lo si adotta facendo finta che si discute “pro veritate” come ci siamo abituati a fare nella scienza e nella cultura moderna che aveva previsto e ottenuto accademie indipendenti dalla politica come strumento di libertà e democrazia. Un ricordo del passato ormai!

nov 13, 2016
Corrado Poli

LA CRISI VENETA E L’AUTONOMIA

UNA SVOLTA ALLE ELEZIONI DI PRIMAVERA?

Un kebab mal digerito non basta a spiegare la caduta del Sindaco di Padova. La dismissione del salviniano Bitonci va inquadrata nel più ampio contesto della politica veneta e nazionale. Tra sei mesi andrà alle urne Verona, capitale economica della regione e laboratorio di mutamenti politici. Voteranno anche Belluno e Cortina dove saranno gestiti importanti finanziamenti legati ai mondiali di sci e al turismo in generale. A proposito di turismo, ci saranno elezioni anche ad Abano il cui neo-eletto Sindaco è finito in carcere. Dopo il referendum nemmeno il governo potrebbe godere di buona salute.

Con l’aggiunta di Padova, l’appuntamento elettorale di primavera diventa cruciale per la politica regionale. Anche perché tutto questo avviene in sincrono alla grave crisi del sistema produttivo e finanziario veneto, ben più devastante dell’isterismo di un leghista di periferia. È difficile pensare che la crisi dell’economia veneta non condizioni la politica regionale che oggi gravita attorno alla Lega di Zaia in continuità con il ventennio Galaniano. Se non si coglierà l’opportunità di un tempestivo passaggio a un nuovo sistema politico ed economico, il Veneto non uscirà dalla palude in cui è arenato. Una nuova classe dirigente ha la possibilità di affermarsi solo attorno a un progetto politico. La crisi padovana, attribuita superficialmente al solo carattere e all’incapacità del Sindaco, va letta come la conseguenza concreta dello sconvolgimento dei vecchi equilibri provocato dalla crisi finanziaria e industriale che affligge tutta la politica regionale.

Ma il nuovo quadro politico-economico è molto più complesso da comprendere e analizzare a causa dell’anomalia veneta rispetto all’Italia. Il PD veneto è strutturalmente minoritario e i ripetuti tentativi di aprirsi al centro e alla destra non hanno mai ampliato il suo consenso elettorale. Si è perciò integrato per altra via negli equilibri di governo. Altrettanto deboli sono i Cinque Stelle che per ora non raggiungono né i numeri né la visibilità che hanno a livello nazionale. Nemmeno per loro la strategia adottata a livello nazionale è vincente nel Veneto.

In un sistema bloccato e in assenza delle classiche contrapposizioni politiche, la crisi veneta si esprime soprattutto con il risvegliarsi delle spinte autonomiste trasversali agli schieramenti. Questa è una costante della politica veneta. Non ha finora sortito effetti evidenti e immediati, ma ha sempre influito sugli equilibri. Di conseguenza, al di là delle modeste strategie locali su cui costruire il consenso, le elezioni di primavera lasciano presagire una nuova stagione della politica veneta. La posta in gioco è l’uscita dalla crisi e la formazione di un nuovo nucleo dirigente. L’obiettivo autonomista potrebbe essere il catalizzatore di alleanze e persone in grado di elaborare le strategie necessarie alla rigenerazione di un tessuto sociale e politico che ha fatto il suo tempo. L’alternativa è che tutto resti com’è accontentandosi di affondare il più lentamente possibile ammazzando la noia discutendo di kebab e immigrati.

ott 26, 2016
Corrado Poli

La vergogna di Goro

La crisi dei rapporti tra centro e periferia

Il comportamento degli abitanti di Goro e Gorino ad accogliere undici donne in cerca di casa va giudicato senza mezzi termini vergognoso. Ma un’analisi seria deve tenere conto di tutte le circostanze che attenuano le responsabilità senza eliminarle. La moralità delle persone e i sentimenti umani non sono solo la conseguenza dell’educazione e della cultura. Sono anche l’espressione di un’innata disposizione d’animo e perciò dei nostri comportamenti incivili siamo personalmente responsabili.

I miserabili (da un punto di vista morale) abitanti di Goro si sono esposti alla gogna mediatica per avere reagito nel modo meno opportuno e più egoista a un’emergenza umanitaria. A causa della mancanza di cultura, il linguaggio volgare, superficiale e razzista della Lega ha fatto facilmente presa facendo credere loro non solo di essere vittime, ma anche che i metodi sovversivi siano l’unico modo per ottenere risultati. Le parole proferite nel corso degli anni dai vari Bossi, Salvini, Calderoli, Borghezio hanno prodotto questi effetti anche su persone che altrimenti si sarebbero comportati in modo sia umano sia opportuno.

Un’altra attenuante va cercata nel comportamento del Prefetto il quale ha agito in modo autoritario affermando che Goro fa parte dello Stato e ne deve accettare le decisioni. Dimentica il Prefetto – anch’egli per mancanza di cultura politica e giuridica – che le autonomie locali sono riconosciute dalla Costituzione e che la sua è un’autorità burocratica non rappresentativa. Un’adeguata comunicazione e una maggiore collaborazione con le autorità locali forse avrebbe consentito di evitare la vergogna di Goro.

Peccato che i corpi politici intermedi – autonomie locali, partiti, rappresentanti – siano in via di estinzione e sono sostituiti da leader vocianti.

Uno dei problemi politici odierni sta proprio nella debolezza di un potere politico locale capace di collaborare con le autorità statali, riconoscendole da un parte e venendone rispettato dall’altra.

La Lega, invece di abolire i Prefetti come sbraitava quasi quarant’anni fa, ha consentito loro di acquisire un potere sempre maggiore a danno degli enti locali elettivi e di una politica locale davvero rappresentativa in grado di dialogare con lo Stato stando in periferia. Invece oggi tutto si risolve in eventi mediatici guidati dalle parole di leader più o meno responsabili! E i cittadini anziché confrontarsi con personale politico competente e legittimato, credono che i problemi si risolvano con … le fiaccolate …

ott 18, 2016
Corrado Poli

PARCHI NATURALI

editoriale del Corriere del Veneto 15-10-2016

Se i cinghiali battono l’uomo

C’è una differenza sostanziale tra i cinghiali che affliggono il Parco Colli Euganei e gli umani che lo gestiscono. I primi sono vincenti perché hanno una chiara strategia: mangiare e riprodursi quanto più possibile. I secondi sono privi di un’idea condivisa su come difendersi dall’abnorme proliferazione di questi animali. Il problema è stato lasciato crescere da anni al punto che il bilancio del Parco è arrivato a prevedere quasi un terzo di tutte le spese per far fronte a questa emergenza. È un vero scandalo le cui cause non si vogliono riconoscere.

 Il Parco Colli Euganei è sito in una zona popolata che non si presta alla presenza di animali selvatici se non in misura contenuta e non certo i cinghiali. La soluzione di istituire alcune zone “franche” in cui l’uomo si astiene dall’intromettersi nei processi naturali è considerata a scopi scientifici e di salvaguardia solo dove non ci sono insediamenti. Qualche area veneta si presterebbe, ma non il Parco Colli che oltre alla tutela della natura ha come obiettivo quella del paesaggio storico-culturale e della promozione di turismo e ricreazione. Tutto questo era previsto nel vecchio piano ambientale del Parco: la cosa più ovvia da fare sarebbe aggiornarlo e ragionare sugli obiettivi. Gestito con coerenza il Parco Colli sarebbe una risorsa strategica del turismo termale. I Sindaci di Abano e Montegrotto dovrebbero farsi promotori di una nuova integrazione tra Parco, turismo e terme.

La Regione da qualche anno cerca di riformare gli Enti Parco. Ma segue la sola via burocratica intesa a risparmiare invece che fissare obiettivi. Altri Parchi hanno conseguito risultati decorosi e talora brillanti. Il Parco Colli è andato perdendo qualsiasi capacità di iniziativa al punto che se ne parla solo per la piaga dei cinghiali o per la tutela del posto di lavoro di chi lo rischia perché non si sa cosa fargli fare. Con rare eccezioni, la dirigenza amministrativa del Parco è stata affidata a burocrati distanti dalle problematiche ambientali. Ancor peggio è andata per i dirigenti politici che sono stati collocati negli organi di governo al solo scopo di impedire i progetti innovativi che il Parco avrebbe potuto introdurre. E tutto questo mentre cresceva tra le popolazioni una superiore coscienza della necessità e della redditività della tutela dell’ambiente.

 Lo scandalo dei cinghiali – che è la conseguenza dell’ignoranza dei fini del Parco e degli strumenti tecnico-scientifici per attuarli – deriva anche dal decadimento del ruolo del Comitato Tecnico Scientifico che fino a dieci anni fa era composto da autorevoli esperti quali il Preside della Facoltà di agraria e poi Rettore dell’Università di Padova, da uno di più famosi medici igienisti del mondo, da docenti universitari di ecologia e sociologia di alto livello con esperienze internazionali. Oggi è un inutile orpello così che, invece di ragionare e studiare, si lasciano circolare opinioni generiche che vanno dalla sterilizzazione dei cinghiali (come se fosse facile) allo sterminio di massa, altrettanto complesso. Nell’attesa legge di riforma sarebbe opportuno costituire un Comitato Scientifico unico per tutti i Parchi che abbia le competenze adeguate a identificare obiettivi e metodi aggiornati da applicare alle aree protette. La questione cinghiali è la cartina di tornasole di un’incompetenza tecnica e culturale: una dirigenza tecnica e politica di un Ente Parco che da anni si fa mettere in scacco dai cinghiali e si fa assorbire quasi un terzo del bilancio, non è accettabile.

ott 4, 2016
Corrado Poli

REFERENDUM

Politica ed emotività: la Costituzione c’entra poco

Giochiamo a fare i Costituzionalisti, ma tutti sappiamo che la partita è un’altra. Il referendum non sarà “sulla Costituzione”, ma sulla “riforma della Costituzione”! Mi spiego: non si accetterà o rigetterà una nuova Costituzione e il popolo – che è sovrano, ma non ha studiato Diritto Costituzionale – si esprimerà sull’opportunità che il Parlamento abbia cambiato alcuni aspetti importanti che però non alterano le caratteristiche fondamentali della Carta.

Oltre a una valenza Costituzionale di media importanza, il voto ne avrà soprattutto una politica e l’altra emotiva. Quella politica è un referendum improprio sul Governo Renzi, se non proprio sulla sua persona. In pratica uno dei normali pretesti per dibattere politicamente. Quella emotiva contrappone gli “immobilisti” contro gli “avventurieri” con un’ampia gamma di gradazioni intermedie. Tutti possono avere delle buone ragioni per approvare la modifica o per rigettarla su basi politiche ed emotive. Pochi hanno la competenza per esprimersi a favore o contro i nuovi meccanismi istituzionali ritenendoli più o meno efficaci. Si tratta di una materia molto tecnica e complessa che interesserà i giuristi i quali, al momento opportuno, saranno chiamati a discutere “de jure condito” lasciando ai rappresentanti del popolo il compito di agire “de jure condendo”. Al più i giuristi potrebbero dare qualche consiglio, ma dovrebbero evitare di schierarsi in liste di firme e comitati prevedendo populisticamente (anche loro!) improbabili catastrofi o vanagloriose palingenesi.

COSTITUZIONE: UNA PARZIALE MODIFICA. La forma di Stato resterà sostanzialmente la stessa e la politica, cioè la cosiddetta Costituzione “materiale”, nel bene o nel male, non rischia di uscirne sovvertita a causa della riforma. Il Capo dello Stato, eletto dal Parlamento, non vede intaccate le sue prerogative di garante e continuerà a nominare i Capi di Governo e i Ministri che rispondono a lui e devono avere la fiducia del Parlamento. La stabilità del Governo non diventa assoluta poiché possono bastare alcune defezioni – sempre probabili in Italia – per richiedere un rimpasto, un nuovo Governo o andare a elezioni anticipate.

Non sarà una rivoluzione, se non per gli specialisti del diritto costituzionale che avranno il loro daffare a studiarsi i nuovi tecnicismi giuridici che non riguardano la politica. Chissà che questo tenga li occupati e li scoraggi dal partecipare militarmente schierati a mille dibattiti. Eviterebbero di vedere intaccata la loro credibilità che dovrebbe basarsi sull’imparzialità politica. Ma così non usa più nemmeno tra ex giudici costituzionali e accademici di rango!

Ben più cruciale, dal punto di vista della Costituzione materiale, è la legge elettorale sulla quale sarà davvero importante intervenire e discutere (politicamente) per favorire un’adeguata rappresentatività del  Parlamento.

LA VALENZA POLITICA. Una sconfitta nel referendum indebolirebbe il Governo. Abbastanza scontato quindi che le opposizioni invitino a votare “NO” reclutando ovunque l’esercito degli scontenti. Ora, la coerenza in politica è sempre stata l’optional che distingue il politico di lusso da quello base. Ma com’è possibile che chi ha più volte votato in Parlamento a favore della riforma adesso guidi i comitati contro di essa e contro il segretario del suo stesso partito?

Chi usa il referendum per fare cadere Renzi mi ricorda, in modo meno drammatico, l’attentato a Togliatti e Pajetta che ha la “geniale” idea di occupare la prefettura di Milano. Al che Togliatti, dal letto in cui giaceva ferito, ma lucido, gli mandò a dire: “E adesso, cosa pensi di fare?” Come dire non c’è futuro per la rivoluzione, così come non c’è oggi alternativa a Renzi se non la fantapolitica di un richiamo di Letta o qualcosa di simile. Oppure le elezioni anticipate che rischiano di portare al governo i Cinque Stelle i quali, vista l’esperienza romana, sarebbero i primi non volerci andare per ora. Ma la politica è sempre in movimento e quel che può apparire possibile oggi diventa inimmaginabile domani. 

LA VALENZA EMOTIVA. Potrebbe sembrare meno importante del rilievo politico e costituzionale del referendum. Ma non è così. Al di là dei cavilli giuridici e delle modifiche sostanziali, ma non sovversive di cui si parla e che pochissimi realmente conoscono, il Paese si spaccherà tra gli “immobilisti” e gli “avventurieri“. I primi – soprattutto anziani, ma non solo – sono refrattari a ogni cambiamento. I secondi giudicano il cambiamento un bene di per sé. I due estremi sono macchiette, ma nei livelli intermedi degli uni e degli altri si specchiano due Italie e due stati emotivi che danno luogo a diversi consensi elettorali. Renzi rappresenta l’ottimismo, forse superficiale, dei giovani (che votano in misura limitata per il PD), la voglia di cambiare e il coraggio di rischiare. Che poi pochi gli credano e molti pensino che si tratti solo di una facciata per nascondere la vera anima moderata e conservatrice (o appena riformista) è verosimile. Ma è un altro discorso. Gli immobilisti sono i rappresentanti della conservazione, coloro che in quasi mezzo secolo di politica attiva non sono riusciti a cambiare nulla. Il meglio che si può dire di loro è che hanno talora dimostrato capacità tecniche e contribuito ad arginare, con gli strumenti del potere giudiziario piuttosto che quelli del consenso, il tentativo confuso, velleitario e culturalmente povero della rivoluzione proto-populista di Berlusconi, Lega ed ex fascisti. Il peggio è che gli immobilisti hanno diffuso pessimismo e timori anche tra i giovani.

Tra gl immobilisti di fatto, ma avventurieri a parole, ci sono anche quelli che votano sempre contro. Tra questi ci sono molti elettori della Lega, del 5Stelle e della sinistra social-confusa.

I 5Stelle più progressisti e colti sono in imbarazzo tra politica e emotività. Politicamente hanno tutto il diritto e l’interesse dal proclamare un fermo NO di opposizione. Emotivamente invece sarebbero la forza politica più incline a un ottimistico SÌ favorevole a un cambiamento che potrebbe innescare quei cambiamenti che desiderano. Per loro trovare una soluzione logica è difficile.

E IO COSA VOTO? Dal punto di vista Costituzionale ed emotivo io sarei per l’approvazione delle modifiche alla Costituzione. Dal punto di vista politico ci devo pensare e comunque non mi esprimerò pubblicamente e con chiarezza, almeno per ora. La segretezza del voto è ancora un diritto costituzionale ed è anche un aspetto dell’etica dell’analista.

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