set 28, 2016
Corrado Poli

LE MULTE PER FAR CASSA

(Mio editoriale dal Corriere del Veneto 22 marzo 2009)

UN CONDONO AL CONTRARIO

Il Governo taglia i bilanci degli enti locali. I sindaci si arrangiano come possono. Alcuni sospettano che cerchino di reintegrare le risorse perdute elevando più contravvenzioni o cercando di riscuoterle con tutti i mezzi. Naturalmente le associazioni di cittadini e automobilisti si oppongono. Ribadiscono che occorre agire con la prevenzione e non con la repressione. Che non è etico usare le multe per finanziare il Comune. Hanno ragione. Hanno ragione tanto quanto coloro che criticano i condoni per gli abusi edilizi o per l’evasione fiscale più volte utilizzati dal Governo per fare cassa. L’eccessiva severità nel reprimere le violazioni alle regole del traffico a scopo di finanziamento può essere letto come un condono alla rovescia. Con il condono l’ente pubblico accetta denaro in cambio di maggiore permissività. Con le multe richiede denaro usando il proprio potere in modo repressivo, eccessivo e persino pretestuoso.

La repressione, incisiva fino alla presunta pretestuosità, è però più accettabile del condono che premia chi ha violato la legge. Un abuso dei condoni indebolisce l’autorità dello Stato e induce verosimilmente a nuove violazioni. Al contrario, le multe repressive portano – sia pure per una via sbagliata e odiosa – a un maggiore rispetto di esse. Tanto più che si tratta semplicemente di obbedire a norme di buona educazione (non parcheggiare, non inquinare) e di sicurezza (rispettare i limiti di velocità, avere il mezzo in condizioni adeguate alla circolazione). Salvo rari casi, il rispetto di qualsiasi norma del traffico non presume veri sacrifici. È vero che può capitare una multa ingiusta (a chi non è successo?). Ma si tratta pur sempre di un obolo, in genere, di modesta entità. A fronte comunque della violazione di una norma, per quanto stupida e imperfettamente rilevata.

La somiglianza speculare con il condono riguarda anche gli esiti nel tempo. Se dopo un condono se ne fa un altro e un altro ancora, lo Stato perde in autorità, ma può malevolmente sperare in un introito persino maggiore. Infatti, si può ragionevolmente pensare che i cittadini agiranno con maggiore leggerezza nel rispetto delle norme: ci potrebbe essere un altro condono in cambio di una somma modesta. Invece, la repressione delle violazioni del traffico, se riesce, ottiene l’effetto esattamente opposto. Funziona bene la prima volta. Ma, se funziona bene, la seconda volta ci sarà meno denaro da raccogliere: per evitare le multe, i cittadini saranno diventati più prudenti e rispettosi.

Le multe fiscali locali, entro certi limiti, non dovrebbero urtare più di tanto nemmeno gli integralisti della tolleranza e del rispetto del diritto. Molti hanno assolto lo Stato per i ripetuti condoni. Allo stesso modo, anzi con maggiori argomenti, si possono assolvere gli enti locali se adottano una temporanea severità per far quadrare il bilancio.

set 26, 2016
Corrado Poli

POLITICA ITALIANA

PD E CINQUE STELLE NELLA SFERA DI CRISTALLO

Dal populismo al programma. Il M5S sta giocando una partita dall’esito incerto: la trasformazione da movimento populista a partito progressista rappresentativo e dotato di un programma di riforme radicali sufficientemente condivise. Se questa evoluzione avrà luogo sarà un bene per tutto il Paese, anche per un Governo in precario equilibrio tra blande riforme e moderata conservazione. E gioverà all’intera Europa che all’Italia potrà ispirarsi.

L’identità sbiadita del PD. Il PD renziano, per ora saldamente al centro del sistema politico, ha bisogno di un’opposizione ben definita per acquisire un’identità che inevitabilmente sbiadisce quando si governa, soprattutto se in larga coalizione. Per questo, il Governo non ha alcun interesse ad affossare il M5S e a ostacolarne la crescita democratica e programmatica. L’alternativa sarebbe la destra europea “Trumpista”, LePenniana, Farragiana, di Salvini e Meloni eventualmente integrata dai residui di una Forza Italia ridotta al 7% i cui leader si riuniscono all’Ufficio Collocamento! Questa parte politica è al momento perdente, ma un crollo del M5S ne rafforzerebbe la componente più protestataria, più tradizionalista, meno istruita, più conservatrice e priva di possibilità di evoluzione.

Attivisti ed elettori a cinque stelleSecondo varie indagini a campione, il M5S raccoglie più degli altri partiti il voto dei giovani e di chi ha un livello di istruzione elevato. Gli attivisti appartengono a questa componente sociale progressista e illuminata i cui termini gli anziani non comprendono. In questo sono molto diversi dai leghisti (il cui elettorato è anziano quanto quello del PD e con un livello di istruzione persino più basso) e dalla destra populista. Costoro elogiano l’ignoranza (senza tirare in causa Erasmo) e le semplificazioni apprezzate dal loro elettorato. Ma una parte rilevante dei voti pentastellati proviene – soprattutto al Nord – anche dai delusi della destra e della Lega che potrebbero rientrare nei ranghi di un Salvini, di una Meloni o di un nuovo Berlusconi se il M5S si sfascia. Un ridimensionamento del M5S rimetterebbe in gioco una destra decrepita, egoista e xenofoba, ispirata al successo dei movimenti più reazionari d’Europa, ma che per fortuna in Italia invece versa in grave difficoltà.

Il M5S e la sinistraUn’altra parte consistente dei voti di protesta del M5S proviene da sinistra, in prevalenza ma non solo nelle regioni ex “rosse”. I movimenti contestatori degli anni sessanta e settanta, a un certo punto scomparsi come un fiume carsico, riaffiorano sotto diverse forme. Sono i principali attori della sostituzione della società di massa in quella degli stili di vita. Tra di loro prevale una componente elettorale ambientalista e tendenzialmente radicale ma insofferente alle ideologie e alle grandi organizzazioni, ancor meno ai partiti di massa. Il compito storico di questa sinistra sarebbe sostenere, per mezzo di ciclici travasi di voti, il M5S per evitare una deriva a destra. Costringerebbe così il PD governativo a praticare la via di (moderate) riforme, pena una fatale perdita di consenso tra le parti più moderate di questa componente sociale ed elettorale. Il sostegno fluttuante da parte degli elettori potenziali di sinistra stimolerebbe l’introduzione nella futura piattaforma pentastellata di temi a loro più congeniali sapendo di dovere negoziare su altri punti che attirano un elettorato legato al linguaggio che un tempo era percepito come tipicamente di destra quale il mercato, il lavoro autonomo e la piccola impresa. E consentirebbe di evitare la xenofobia, le false soluzioni semplificate e i linguaggi violenti.

PD: che fare? Un PD – allargato al centro politico – si deve dimostrare sicuro di sé nella sua identità in un quadro conservatore di istituzioni e di strutture di potere sedimentate. Se leadership e militanti democratici accettassero serenamente questa personalità politica, avrebbero tutto l’interesse a che il M5S si evolva nella direzione indicata per il bene proprio e del Paese. Renzi e il suo entourage sembrerebbero averlo già compreso; meno probabile è che se ne siano resi conto i tradizionali elettori del PD (ancor più della Lega votato soprattutto dagli anziani), molti suoi compagni di partito e le antiche lobby ancorati a schieramenti e linguaggi politici del diciannovesimo secolo.

5Stelle: che fare? Per consolidarsi in termini istituzionali il M5S dovrà definire meglio: (a) un programma coerente e inclusivo per ottenere una maggioranza reale e non solo elettorale; (b) un sistema di democrazia interna trasparente ed efficace.

Il programma. Dissoltasi la società di massa, nessun partito che aspiri a un largo consenso può pretendere di rappresentare un elettorato omogeneo. Di conseguenza l’attenzione va fissata sulla legittimazione dei metodi decisionali più che sui contenuti specifici. Tuttavia il M5S può aggregare “emozioni” e contenuti innovativi intuiti soprattutto dai giovani in un programma radicale che finora s’è evitato di discutere per motivi di opportunità politica. Non era conveniente al PD, perché avrebbe perso elettori sinceramente di sinistra e ambientalisti che avrebbero trovato nel M5S molte risposte alle loro esigenze. Ma non lo era nemmeno per il M5S il cui elettorato è ancora fluido e raccoglie transfughi di sinistra e di destra, e in genere cittadini con sentimenti disparati. Adesso però è ora di procedere: l’economia della cultura, della ricerca e dell’innovazione; le professioni e gli stili di vita ispirati alla tutela ambientale, tolleranza e pacifismo, l’attenzione verso le manutenzioni anziché le grandi opere sostenute dalle vecchie lobby non possono che essere la base del programma del M5S. Anche la contrapposizione tra la scienza e le accademie ufficiali – troppo spesso compromesse con il potere e travolte da scandali che ne hanno indebolito l’autorevolezza – e nuovi filoni di ricerca che, per quanto ancora imprecisi e vaghi, seducono alcuni cittadini, costituisce un terreno di confronto essenziale tra i due schieramenti.

Il PD su questi temi si muove in modo impacciato nello svolgere la sua funzione conservatrice. Le sue contraddizioni interne si esplicitano nel sostenere a turno l’industria tradizionale, le vetuste accademie, le lobby varie che includono sindacati, associazionismo, ambientalisti e allo stesso tempo nuclearisti e sostenitori degli inceneritori, industria tradizionale, corpi di polizia e militari, la grande finanza, le cooperative ecc. come normalmente avviene in una democrazia pluralista. Il PD svolge l’utile funzione di mantenere la stabilità del Paese, ma non si può pretendere che l’asinello (simbolo del Partito Democratico americano – et absit iniuria verbis) galoppi verso strabilianti riforme.

La democrazia interna. Per legittimarsi il M5S dovrà darsi regole efficaci di selezione di candidati e leadership che comporterà un’articolazione interna del Movimento. L’evoluzione democratica sancirà il superamento della fase adolescenziale e costituirà il punto di volta del consolidamento del programma e del posizionamento politico pentastellato.

L’evoluzione della politica italiana: previsione o auspicio? Il M5S ha già intrapreso questo non facile cammino dall’esito incerto. Com’è accaduto a quasi tutti i movimenti radicali succederà che anche il M5S si scinderà in due componenti: da una parte i massimalisti non disposti ad alcun compromesso; dall’altra coloro disposti a dialogare e a fare qualche concessione e alleanza. Se dopo la spaccatura una delle due componenti – non import quale – resterà comunque maggioritaria e minacciosa per l’egemonia del PD, si realizzerà la dialettica tra conservazione e progresso auspicata in questo articolo. Altrimenti l’alternativa saranno l’autoritarismo di un regime o quel confuso populismo che sta creando gravi problemi a tutto l’Occidente.

set 16, 2016
Corrado Poli

IMMIGRAZIONE

Editoriale del Corriere del Veneto del 15 settembre 2016

INCERTEZZA A CINQUE STELLE.

Il Movimento 5 Stelle non ha ancora preso una posizione decisa sul tema dei migranti. Senso di responsabilità o imbarazzo? Gli elettori pentastellati hanno origini politiche e culturali molto variegate che li fanno reagire diversamente su un tema così divisivo e delicato. Non è facile per i loro leader trovare un’equilibrata mediazione. Inoltre il M5S in Veneto è più debole che in altre regioni proprio per la presenza della Lega i cui militanti si identificano con gli slogan anti-sistema e anti-immigrazione che da qualche tempo hanno oscurato quelli secessionisti. Il partito di Salvini, un quarto di secolo fa era un partito di giovani ora invecchiati. L’elettorato giovane vota M5S che riscuote consensi ampi a livello nazionale, ma nel Veneto appare debole per identità e progetti. In alcune regioni il M5S raccoglie una parte rilevante dell’elettorato di sinistra e ambientalista scontento della lunga egemonia della sinistra; nel Veneto riceve voti anche dai delusi di Lega e Destra. Ovvia quindi la tentazione a inseguire la Lega sui temi che le sono propri.

Per questo motivo il M5S deve fare attenzione a non cadere nel tranello di identificare la critica radicale al sistema con l’intolleranza xenofoba. Nel quotidiano la Lega governa con moderazione, e talora persino con buon senso, anche se resta responsabile del deterioramento morale e dell’accresciuta aggressività che un linguaggio discriminatorio e alcune azioni eclatanti diffondono in cambio di un superficiale consenso. Non ci sarà alcuno spazio politico per il M5S se sulla questione immigrazione nel Veneto inseguirà la Lega limitandosi a moderare il linguaggio e ad appellarsi a una generica solidarietà. Questa impostazione ha già penalizzato il PD che è spesso caduto in contraddizioni in varie campagne elettorali.

Il M5S è in una posizione privilegiata sul tema immigrazione. Se avrà coraggio, potrà intercettare una domanda politica inevasa. Da una parte dovrebbe dissociarsi dall’intolleranza, dall’ideologismo e dall’astrattezza della Lega. Dall’altra considerare l’incertezza di un PD indebolito dalle accuse, più o meno fondate, di eccessiva tolleranza e di sfruttare l’immigrazione grazie alle reti della solidarietà organizzata.

Non essendo compromesso né con la xenofobia strumentale né con il lassismo social-confuso, il M5S ha la possibilità di collocarsi in una posizione intellettualmente e politicamente equilibrata e intelligente. Da una parte potrà operare con la dovuta concretezza ed eventuale severità nei casi di illegalità e di resistenza all’integrazione senza essere accusato per qualsiasi cosa di razzismo e nazionalismo, come inevitabilmente avviene per la Lega e la Destra. Dall’altro, pur parlando un linguaggio di solidarietà, integrazione e arricchimento culturale, non sarà accusato di “buonismo” interessato, di esagerata tolleranza e in definitiva, di quelle contraddizioni in cui cade chiunque operi nel settore sempre con le stesse strutture e persone.

Se il M5S sceglierà la via di una proposta pacifica e innovativa, ma anche severa e rigorosa, sull’immigrazione contribuirà a cambiare un linguaggio sciatto e allo stesso tempo ad acquisire il consenso del suo giovane elettorato colto e non timoroso delle diversità che percepisce come opportunità. Diversamente il suo spazio politico nel Veneto si ridurrà ulteriormente poiché abbondantemente coperto da Lega e Destra.

ago 12, 2016
Corrado Poli

IO STO CON ALEX?

Ma cosa significa davvero? E a quale storia ci riferiamo?

ALEX SCHWAZER: UNA STORIA TRISTE (da tutti i punti di vista”).
Anch’io sto con Alex … ma cosa significa?
Alex è una persona fragile come lo sono spesso quei giovani con un grande e unico talento che nelle mani di giovani immaturi dà loro un potere tanto enorme quanto effimero. Pensano di poterci contare per sempre e di risolvere tutti i problemi correndo più veloce, facendo al meglio quel che sanno fare divinamente.
Per questo le persone responsabili e mature che gli stanno attorno avrebbero dovuto tutelarlo. Invece lo hanno usato per dimostrare che (si) può andare forte anche senza doping. Consigliargli si smettere dopo il caso di Londra 2012 sarebbe stato saggio. Lo sport agonistico può fare male. Il ragazzo nella vita avrebbe potuto fare bene anche altre cose. Avrebbe potuto vivere una vita orgoglioso di avere confessato un errore dopo avere già vinto senza ombre, un’Olimpiade che nessuno gli avrebbe più tolta.
Dell’atletica si può (e a un certo momento si deve) fare a meno. Il coraggio di mettere da parte un grande talento è cosa da persone forti e ben consigliate.
I TECNICI puntano al risultato ed è giusto (entro certi limiti) che sia così. Ma i DIRIGENTI, dalle società minori alla federazione, dovrebbero sentirsi responsabili della crescita umana della persona, non solo della prestazione dell’atleta e dello sfruttamento del campione.
C’era davvero bisogno di usare Alex Schwazer per dimostrare qualcosa sapendo di avere il mondo contro (se prendiamo per vera la tesi del complotto)?
ANCH’IO STO CON ALEX, ma non con l’atleta che considero superlativo: sto con Alex per quella simpatia umana che mi porta a stare dalla parte dei più deboli e degli sfruttati … anche quando commettono errori.
ago 3, 2016
Corrado Poli

BIBBIA, CORANO E SOCIOLOGIA

Perché sono contrario al dialogo interreligioso

Papa Francesco e il Dalai Lama. Papa Francesco ha dichiarato che non c’è differenza tra il Corano e la Bibbia. Il Dalai Lama, qualche mese fa a seguito degli attentati di Parigi si espresse in modo simile affermando che forse “sarebbe meglio se non ci fossero le religioni”! Tutti i leader autenticamente religiosi concorderebbero mentre dissentirebbero coloro che usano la religione a fini politici e di potere.

“La conoscenza e la pratica della religione sono state utili, questo è vero per tutte le fedi. Oggi però non bastano più”. “… abbiamo bisogno di una nuova etica che trascenda la religione. La nostra elementare spiritualità, la predisposizione verso l’amore, l’affetto e la gentilezza che tutti abbiamo dentro di noi a prescindere dalle nostre convinzioni sono molto più importanti della fede organizzata”. “Le persone possono fare a meno della religione, ma non possono stare senza i valori interiori e senza etica”. “Sia che tu creda in Dio o no, importa poco; … sia che tu creda nella reincarnazione o no, importa poco. Quel che conta è condurre una vita buona. Abbiamo bisogno di una buona motivazione … comprendere che gli altri sono tutti sorelle e fratelli umani …”.

Questa parole tratte da un’intervista concessa all’emittente tedesca Deutsche Welle, mi confermano nell’idea che parlare di dialogo “interreligioso” sia sviante e poco utile se non persino dannoso dal punto di vista sociale e politico. S’è creata una confusione lessicale e culturale: si parla di religione con un linguaggio tratto dalla sociologia, l’antropologia culturale, la politica, l’economia. Ma la religione, se è davvero tale, non si declina al plurale.

Oltre Levi-Strauss. È opportuno allora spostare il dialogo da una dimensione storica costruita su radicate tradizioni, a una religiosa ed etica. Per trattare meglio i radicalismi in nome di presunte religioni, dovremmo liberarci della cultura materialista e soprattutto dello strutturalismo antropologico (à la Levi Strauss). Lo strutturalismo – che molti della mia generazione e quelle successive hanno assimilato come se fosse Vangelo (sic!) – è stato utile in un primo momento perché spiegava l’uguaglianza (strutturale) di culture diverse e quindi induceva opportunamente al rispetto degli “altri”. L’obiettivo implicito del paradigma strutturalista di Levi Strauss era l’eliminazione del pregiudizio di superiorità della cultura occidentale. Ora però questo non è più il problema principale in quanto tutti hanno preso coscienza della propria identità e dignità. Ma inoltratisi troppo su questa strada, hanno dimenticato che i valori condivisi da ogni persona precedono e superano ogni differenza culturale.

Le parole contano. Parlare di dialogo interreligioso rischia quindi di essere divisivo. Se si auspica un dialogo, si certificano e sottolineano le diversità e ci si dimentica che l’identità umana è costituita di sentimenti e ragione confrontabili. Le culture e le società possono essere ancora studiate come “strutturalmente diverse”, sebbene il paradigma creato da Levi-Strauss mi sembra abbia già esaurito la sua funzione.

Perché iniziare il dialogo dalle diverse letture, tradizioni e sensibilità e persino dalle organizzazioni che le hanno fondate? Non sarebbe meglio cominciare con i problemi – il rispetto del prossimo, il rapporto con l’ambiente, la cooperazione tra persone – e proseguire nella ricerca delle somiglianze e delle risposte rintracciabili eventualmente nelle diverse tradizioni? L’obiettivo del dialogo religioso non è confrontare presunte differenze, ma trovare un comune denominatore umano o divino che sia. Le scienze sociali sono utile e necessarie per studiare culti, liturgie, tradizioni, linguaggi e riti religiosi. Ma non vanno confuse con la riflessione religione. Certo, si può legittimamente sostenere che l’etica e la religione vadano ricondotte ai paradigmi del materialismo e dell’utilitarismo. Anche in questo caso – persino a maggior ragione – la ricerca non può che essere un denominatore comune, che peraltro si dichiara di avere già trovato e dichiarato.

Una polemica con il vescovo. Vent’anni fa polemizzai con un vescovo che dichiarò che bisogna aiutare gli immigrati “perché sono una risorsa”! Gli risposi che se anche un vescovo si esprime così, la religione è finita! Gli immigrati e i poveri vanno aiutati perché si deve e basta. Si fa ciò che è giusto, e ciò che è giusto ce lo dice l’etica non l’economia, meno che meno l’opportunismo del momento. Alle conseguenze del nostro agire ci pensa Dio, se ci si crede; oppure la ragione umana che è essere libera e non condizionata da “sistemi” strutturati e relativi. Essa è universale, libera e aperta al dialogo con chiunque.

Eckermann, Goethe e un romanzo cinese. Se ci concentrassimo su cosa significa condurre una vita buona e cosa significa il rispetto degli altri … allora potremo ancora dissentire, ma smetteremmo di riferirci a vecchie tradizioni e storie divisive usate e talora strumentalizzate da sociologi e politici per fatti contingenti. E ci dedicheremmo meglio a cercare i punti di contatto partendo da essi e non cercando di arrivarci partendo da divisioni contingenti. E termino riportando un episodio tratto dalle conversazioni tra Eckermann e Goethe. Quest’ultimo aveva appena finito di leggere un romanzo cinese (probabilmente tradotto in una lingua europea che conosceva). Eckermann, suo segretario e biografo, gli chiese da quali stranezze e differenze fosse stato colpito. Il Maestro rispose che non c’era nulla che già non conosceva nel romanzo cinese. Non erano le differenze ad averlo colpito, ma le somiglianze …

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