feb 19, 2019
Corrado Poli

Salvini a giudizio?

Vincolo di mandato e immunità: i nodi al pettine

«Una volta tanto non siamo legislatori, ma giudici,

intendo giudici non in senso tecnico-giuridico, ma politico

e la valutazione… non riguarda una dichiarazione astratta di giustizia

ma un’attuazione concreta di essa» (Aldo  Moro)

 La questione dell’autorizzazione a procedere contro Salvini per il caso Diciotti solleva due questioni relative ai programmi – o meglio ai proclami – fatti a casaccio in passato dai due partiti di governo: si tratta dell’immunità e del vincolo di mandato. I 5Stelle in modo particolare hanno sempre contestato queste due garanzie Costituzionali della cui necessità solo ora si rendono conto. La Lega, dopo sette legislature e il sostegno a Berlusconi ha già fatto ricorso a immunità e a problemi etici di vincolo di mandato ed è quindi più tollerante al proposito avendone già beneficiato.

L’autorizzazione a procedere non ha un contenuto solo giuridico, ma presume una valutazione politica relativa a presunti conflitti di poteri. Altrimenti non avrebbe senso prevederla. Se si tratta della semplice violazione una norma, sarà giusto concederla; ma è bene che sia il Parlamento a giudicare che non si tratti di una valutazione o di un’ingerenza della Magistratura nell’azione del governo. Sul caso concreto è presto per esprimere un giudizio, bisogna attendere il dibattito, informarsi e conoscere i fatti con precisione. Ci sarà chi in Parlamento voterà secondo coscienza, ma proprio per questo potrebbe andare contro le direttive del gruppo parlamentare a cui è iscritto. Il M5Stelle ha tentato – in modo speriamo inefficace – di vincolare i propri eletti alle direttive centrali del Movimento. Questo caso evidenzia l’inopportunità e la scorrettezza etica prima ancora che Costituzionale dell’istituzione del vincolo di mandato. E poiché l’etica è anche efficienza a lungo termine, la critica all’immunità e al vincolo di mandato pongono i 5Stelle in una situazione di imbarazzo.

In passato, quando s’è trattato di votare le autorizzazioni a procedere (il boccaccesco caso Ruby con Berlusconi, ma io ricordo anche tangentopoli e ancor più il clamoroso caso Lockheed) quasi tutti i parlamentari, a Camere riunite, hanno votato secondo le direttive del partito e solo in pochi “secondo coscienza” che concretamente significa senza vincolo di mandato.

A questo si aggiunga il fatto che l’esecutivo (il Governo), sulla base della divisione dei poteri, deve in tutti i modi essere tutelato da una possibile e più volte sperimentata invasione di campo da parte del potere giudiziario (Magistratura). Ma questo può succedere solo se il Parlamento può legiferare e giudicare in piena libertà e non è a sua volta influenzato dal Governo attraverso il ricatto di crisi o di forme indirette di vincolo di mandato. E questo punto, interviene anche la questione della legge elettorale che, lasciando praticamente ai soli partiti l’identificazione degli eletti e introducendo premi (potenziali) di maggioranza, riduce l’indipendenza dei singoli rappresentanti del popolo.

In linea di principio – ma questo principio è stato più volte contestato dai 5Stelle – l’autorizzazione a procedere per i parlamentari e ancor più per i membri del governo dovrebbe essere concessa solo in casi gravi ed evidenti di reati ordinari e non politici. Si tenga conto che l’immunità era già stata oggetto di revisione costituzionale che nel 1993 ne ha ridotto l’applicazione nelle fasi di indagine ora consentite. La critica al M5stelle e altri gruppi politici (giustizialisti) va rivolta per avere invocato l’abolizione dell’immunità in modo avventato in passato. Mi piace ricordare al proposito le parole di Aldo Moro di fronte alle Camere riunite per giudicare autorizzare i processi ai politici coinvolti nel caso Lockheed:«Una volta tanto non siamo legislatori, ma giudici, intendo giudici non in senso tecnico-giuridico, ma politico e la valutazione… non riguarda una dichiarazione astratta di giustizia ma un’attuazione concreta di essa». Salvini, nonostante tutta la mia contrarietà alla sua politica e al suo linguaggio violento, volgare e vanaglorioso, ha compiuto un atto politico e come tale va giudicato: starà ai singoli parlamentari dare un giudizio sereno e non condizionato da interessi di partito sulla concessione dell’autorizzazione se si stabilirà che ha violato norme a cui era tenuto. Questa è stata in passato ed è oggi utopia. Al più si può sperare che il caso Diciotti comporti un ravvedimento sui proclami a vanvera contro il vincolo di mandato e contro l’immunità. E stimoli a emanare leggi elettorali decenti.

 

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