Scontri in Val di Susa

Condanna della violenza in Val di Susa: compresa quella che impone la TAV alle valli e ai cittadini

Dolersi per gli scontri occorsi in Val di Susa e nella Vallée de la Maurienne è legittimo, purché ci si renda conto del perché, da ormai vent’anni, si ripetono di continuo.

Un’informazione deviata non riporta i veri motivi del conflitto. Una politica ancor più corrotta e ignorante non affronta la questione della legittimità delle decisioni e del rapporto tra autonomie locali, governi centrali ed Europa. Né dimentichiamo le lobby transnazionali che determinano le decisioni senza alcun rapporto con una cittadinanza oppressa e senza voce.

La violenza dei No-TAV è una reazione—più o meno giustificata nella forma—a una precedente violenza ancora in corso da parte di chi ha voluto imporre un’opera ad alto impatto ambientale alle comunità alpine della Val di Susa e della Vallée de la Maurienne. L’ha imposta anche alla fauna e alla flora locale nonché alle montagne e alle valli sventrate, violate e per sempre deturpate nonostante la Costituzione garantisca (a parole, art.9 e L.C. 1/2022) l’integrità del paesaggio e degli ecosistemi.

Si è mai discusso sui procedimenti democratici per giungere a decisioni legittime che stravolgono la vita di intere comunità umane e di territori complessi? È lecito pensare che, nel momento in cui i diritti dei cittadini e dell’ambiente vengono violati, la violenza diventi un’opzione per alcuni? Se il processo decisionale non è percepito dalla gran parte dei cittadini come legittimo e trasparente, come ci si può altrimenti opporre all’abuso che si ritiene di subire?

La risposta del governo—e di tutte le forze politiche, inclusa AVS da cui ormai non ci si aspetta più nulla—è stata solo la glorificazione e la legittimazione a priori della violenza della polizia e l’odioso vittimismo dei più forti. Il numero dei feriti tra i poliziotti è stato gonfiato dai politici; e ancor più esagerato è apparso nei resoconti (meglio dire: nelle favole) dei media.

A nessuna delle seguenti domande fondamentali la politica dà risposta: (a) chi decide cosa fare sul territorio? Quali sono i diritti inviolabili della natura? (b) Sono ancora legittime—in quanto dotate di consenso—le autonomie locali, le istituzioni e le normative vigenti che rappresentano cittadini e territori? (c) Come va contenuto lo sproporzionato potere di trasformazione acquisito dall’umanità?

La rotta di questa crisi istituzionale, ormai avanzata, è irreversibile. Nondimeno, rispetto e comprendo coloro che tentano di difendere e conservare lo sviluppo civile conseguito nelle società occidentali nel corso dei secoli e proseguito fino a pochi decenni fa. Mi dissocio da chi, invece, affida alla sola polizia e agli eserciti la conservazione di una condizione di privilegi, abusi e di un potere che si è concentrato a tal punto nelle mani di pochi che parlare di democrazia è una presa in giro: come dimostrato in Val di Susa, ma anche a Bologna, a Parigi (Gilets Jaunes 2018-19, Nahel 2023), a Belfast (2020-21), in diverse città svedesi (2022-23) e in numerose città europee a seguito del Black Lives Matter nel 2020.

Siamo ben consci che, per definizione, la democrazia liberale è sempre in crisi. È il frutto di un conflitto perpetuo e istituzionalizzato: mai statica e mai perfetta. La democrazia perfetta è, paradossalmente, la negazione della democrazia liberale.

La democrazia, così come la conosciamo e la vogliamo, si fonda sulla convinzione collettiva di procedere verso una sempre più ampia affermazione dei diritti di ciascun cittadino libero.

E si basa sul consenso che legittima le istituzioni rappresentative, le quali garantiscono il progresso democratico. Ai diritti in cui siamo stati educati non intendiamo rinunciare, ma abbiamo perso la fiducia nelle istituzioni, tra cui eserciti e polizia. Per questo la violenza di Stato ha sempre più bisogno di essere osannata, poiché rappresenta l’unico modo per reprimere il dissenso e imporre con la forza il consenso.

Il sogno della democrazia in divenire, fondato anche su emozioni e idee, più che su una solida ingegneria istituzionale, si sta dissolvendo all’alba di tempi che si annunciano tempestosi. Io intanto penso al dopo catastrofe che probabilmente non farò in tempo a vedere e potrò solo immaginare conservando i vecchi valori e promuovendone di nuovi.

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