Aborto 2024

Una discussione aggiornata tra reazione e falso progressismo

1.

La discussione sulla regolamentazione dell’aborto spesso collega alcune credenze cristiane o religiose con le opinioni più conservatrici. Tra i sessanta e i cinquant’anni fa, molti Paesi occidentali hanno legalizzato l’aborto. Da allora, i costumi, le informazioni e le tecniche sono cambiate. Le norme sono state emanate al termine di una profonda rivoluzione culturale e assimilate negli anni successivi. Ecco perché una riflessione innovativa e laica sull’aborto sarebbe appropriata per continuare il percorso di riconoscimento e valorizzazione dei nuovi diritti della persona. Della persona in generale senza attributi; e quelli specifici della donna, dell’uomo, del bambino e dell’embrione. Purtroppo, nel dibattito pubblico sull’aborto prevale lo scontro sordo e cieco (e stupido) tra l’oscurantismo reazionario premoderno e l’ossimorico “progressismo conservatore”. 

Le leggi sull’aborto promulgate negli anni Sessanta e Settanta si erano conformate ai nuovi costumi, a diversi ruoli femminili e, in ultima analisi, alla secolarizzazione della società e delle credenze condivise. L’obiettivo dei militanti a favore della legalizzazione consisteva nello sbarazzarsi dei pregiudizi religiosi e delle superstizioni che, con qualche ragione, percepivano come conseguenza del dominio dell’uomo sulla donna. 

2. 

Tra la fine della Seconda guerra mondiale e gli anni Settanta, in tutta la società occidentale si è verificata una rivoluzione culturale dovuta alla rapida urbanizzazione e secolarizzazione. Oggi vale la pena affrontare la questione dell’aborto nel contesto più ampio del rapporto tra umanità e natura con l’obiettivo di “rinaturalizzare” i nostri comportamenti. L’aborto è dunque un problema sociale diverso da come si presentava cinquant’anni fa e per questo lo si può includere con maggiore tranquillità e apertura in una riflessione estesa alla bioetica e alla società. Il problema individuale della donna che sceglie di abortire rientra invece nella sfera privata e come tale va trattato proprio per evitare l’invadenza delle istituzioni e delle organizzazioni nella sfera personale.

Il diffuso dibattito laico sulla libera scelta della donna di interrompere la gravidanza si basa oggi su presupposti ormai superati. Da un lato, si ritiene di dover ancora contrastare un implicito pregiudizio religioso e tradizionale che, in passato, ha criminalizzato l’aborto e ridotto il margine di scelta delle donne di portare a termine la gravidanza. Nel matrimonio, il bambino (fin dal concepimento) veniva attribuito automaticamente al padre legittimo e quindi in parte legalmente sottratto alla donna che lo portava in grembo. Una gravidanza e un figlio senza padre erano considerati fuori dalle regole, così come le convivenze “more uxorio”. 

La situazione è cambiata, almeno nei Paesi occidentali. Non prendere apertamente in considerazione una discussione e una revisione delle convinzioni sull’aborto è la conseguenza della paura che immobilizza chi un tempo lottava per nuovi diritti e oggi difende vecchie posizioni. “La cosa più difficile da gestire, dopo una guerra persa, è una guerra vinta!”: i reduci e l’economia hanno sempre problemi a riadattarsi alla pace. Vale anche per i movimenti femministi radicali.

La mancanza di proposte che consentano un nuovo progresso attraverso una discussione ponderata favorisce atteggiamenti strumentali, sciocchi, integralisti e reazionari. Le due parti non si rendono conto di appartenere a un’altra epoca e a una società diversa. 

3. 

Una battaglia autenticamente progressista presume che le donne assumano la piena responsabilità di se stesse e, di conseguenza, degli atti che compiono con il proprio corpo. Questa responsabilità va di pari passo con l’acquisizione della piena dignità sociale di una donna che oggi assume ruoli pubblici e non si limita a chiedere protezione. Sessant’anni fa prevalevano radicati pregiudizi pubblici e privati sulla verginità, sul sesso prematrimoniale e sulla contraccezione. Quanto all’aborto, al trauma personale derivante dall’interruzione di una gravidanza, si aggiungevano sensi di colpa e discriminazioni nella comunità di appartenenza e nella società. Donne e uomini erano in media poco informati sul sesso. Anche il livello di istruzione era molto più basso di oggi e le donne erano meno integrate nell’ambiente sociale, ancora occupato principalmente da uomini. 

Oggi lo stato sociale delle donne è diverso. Sono cambiate anche le tecniche quali la tracciabilità del DNA, la contraccezione sicura, farmaci come la cosiddetta “pillola del giorno dopo”, la diffusione della fecondazione medicalmente assistita e altro. Soprattutto, molte convinzioni e valori sociali sono stati rovesciati. Anche le tecniche di monitoraggio della gravidanza e le diagnosi sulla salute del feto sono progredite. Così che anche il rapporto tra la madre e il feto diventa più stretto fin da quando lo può vedere tramite gli strumenti oggi disponibili e si rende conto della vita che porta in grembo.

Poiché le donne non sono più vittime di pregiudizi legati ai rapporti sessuali e alla contraccezione, si può aprire una riflessione sul riconoscimento di diritti più ampi all’embrione e al feto, nonché sul ritorno a riconoscere la presenza dei padri nel processo riproduttivo, non come “proprietari” dell’utero della donna, come venivano accusati di essere in passato, ma come partecipanti attivi. 

Non si tratta di una questione religiosa né di un ritorno a vecchie usanze. Si tratta di rivalutare i processi naturali e di affrontare criticamente la medicalizzazione della riproduzione umana, del sesso e del corpo in generale. 

4.

Detto questo, oggi le condizioni culturali ci permettono di attribuire nuovamente un ruolo agli uomini nella riproduzione. Se gli uomini sono stati liberamente coinvolti nella scelta di generare una prole, non dovrebbero essere completamente esclusi dalla scelta della donna di continuare la gravidanza. Non si discute il pieno diritto della donna di scegliere se concluderla o abortire, ma ora ha senso che gli uomini tornino ad avere una partecipazione legale o sociale nel processo di riproduzione. È una questione di rispetto per le donne e per gli uomini. Le donne (come categoria e non nei singoli casi di disagio) non sono più in una situazione subordinata, soggette ai pregiudizi del passato. Siamo passati dalla inaccettabile colpevolizzazione delle donne che abortiscono a una completa e aggressiva esclusione di embrione e padre. 

Le condizioni culturali e sociali sono tali per cui un avanzamento nell’espansione dei diritti della persona includa una legge adeguata che, meglio di oggi, impedirà gli aborti e li scoraggerà, non per antichi principi e pregiudizi, ma per nuove condizioni psicologiche, sociali, etiche e tecniche. A differenza di mezzo secolo fa, le donne hanno tutte le possibilità di gestire il proprio corpo e di agire liberamente con esso. Di conseguenza, è lecito supporre che sia cresciuta la loro responsabilità verso i più deboli, ovvero l’embrione, il feto e, eventualmente, il padre. Mezzo secolo fa poteva accadere che, a causa dell’ignoranza e dei tabù diffusi, una ragazza rimanesse incinta senza volerlo perché non conosceva le precauzioni da prendere, che a loro volta erano considerate peccaminose. E correva il rischio di essere “sedotta e abbandonata” stentando a trovare una posizione degna nella società. Oggi questa ignoranza non è giustificata né una madre non sposata provoca scandalo. La nuova responsabilità fa parte della dignità acquisita dalle donne, che non sono più esseri deboli da proteggere e tutelare. Questa sarebbe la reiterazione di una vera mentalità maschilista! Teniamo anche presente che molti uomini sono favorevoli all’aborto perché permette loro di non assumersi la responsabilità dei figli. Soprattutto oggi che la paternità può essere provata attraverso il test del DNA. 

Scoraggiare gli aborti è parte del processo di civiltà e un’estensione dei diritti personali/individuali a nuovi soggetti. Certo, non ha alcun senso procedere come ha proposto il governo favorendo le associazioni di volontariato pro-vita nei consultori. Ma, allo stesso tempo, non si può pensare all’aborto come a un diritto assoluto e indiscusso che alcuni/e sostengono oggi a causa di una paura atavica ma ingiustificata di tornare a un passato definitivamente morto e rimosso. Una discussione seria su questo tema dovrebbe essere affrontata a proposito delle nuove libertà e responsabilità civili. Il fatto che alcuni beceri fondamentalisti vocalizzino un ritorno al passato ispirato da antichi pregiudizi non deve far temere di affrontare la questione a chi crede nel continuo progresso dei diritti. Si richiede un passo avanti, non un passo indietro! 

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