Riflessioni suscitate da un intervento “politico” del sedicente giornalista Corradino Mineo
Il giornalista aveva il compito di riportare i fatti del “giorno”: solo quelli e senza commenti.
La parola “giornalista” deriva da “giornale”. Il termine oggi è usato quasi esclusivamente come sostantivo. In origine era un aggettivo e, come tale, andava associato a un nome comune, per esempio a “cronaca”. Sinonimo di “giornale” è infatti “quotidiano”. “Giornale quotidiano” suona pleonastico.
Naturalmente, nel corso del tempo, la parola ha assunto significati diversi. Quando penso ai giornali, nella mia immaginazione, appaiono fogli di carta, sebbene ormai li legga solo online.
Questa etimologia serve ad avviare un ragionamento.
Un giornalista svolge una professione diversa da un sociologo, uno storico o un filosofo il cui compito è organizzare i fatti in modo sistematico. Il sociologo ricerca situazioni che si ripetono, su cause ed effetti stabili; lo storico confronta le diverse epoche e le eccezionalità; il filosofo collega le conoscenze elaborando ragionamenti coerenti. Il tutto adottando metodi rigorosi e legittimati da accademie.
Sulla base di questi studi si elaborano conoscenze anche contrastanti. Il rigore, infatti, non elimina la formazione di interpretazioni basate su diverse analisi e valori originari, ma le riduce a poche idee strutturate, talora chiamate “scuole”. Solo di rado accadono “rivoluzioni” che sovvertono i metodi per acquisire la conoscenza.
Ciascuno studia, comprende ed elabora all’interno di ciascuna scuola. Nessuno passa facilmente dall’una all’altra scuola perché significherebbe cambiare il proprio modo di essere e ragionare ripartendo quasi da zero.
Per accedere a pensieri così strutturati è necessaria una lunga formazione e un processo di selezione di coloro che godono del privilegio di poter rielaborare alcune nozioni per tenere viva la “narrazione”. Alla scuola di Pitagora si parlava di akousmathikoi e mathemathikoi: i primi potevano solo ascoltare i maestri dall’esterno della scuola e seguirne le regole, mentre ai secondi era consentito discuterle all’interno della scuola, dopo aver superato un processo di iniziazione.
Va aggiunto che, a loro volta, accademici, politici e religiosi si ponevano limiti molto rigidi: si astenevano dal commentare i fatti di cronaca più banali e non ancora del tutto accertati, per conservare la propria dignità e quella della funzione.
La professione di giornalista era intesa originariamente come un’occupazione modesta rispetto a quelle accademiche, politiche e religiose, deputate a elaborare un pensiero tratto da conoscenze complesse, affrontate con metodi rigorosi.
Eppure, quanto più sobriamente il giornalista operava e conscio era dei limiti della propria attività, tanto più nobile si dimostrava egli stesso ed elevava la dignità della sua professione.
Nella foto riproduco la pagina del “The Times” —un tempo autorevole quotidiano—che, fino agli anni Sessanta, non classificava gli articoli con titoli più o meno evidenti in prima pagina, lasciando al lettore il compito di ordinarli per importanza, più o meno come farebbe un’agenzia.
Oggi, al termine “giornalismo”, si è affiancato e sostituito il termine “media”, che presuppone un giornalista-intermediario tra i fatti e il pubblico. Fin qui niente di male a tre condizioni. Prima di tutto (a), che i fatti accertati si limitino alle notizie del giorno. Se includessero un arco temporale più ampio, il giornalista sarebbe costretto a selezionare le notizie e ad associarle a numerosi fatti concomitanti: inevitabilmente, fornirebbe interpretazioni soggettive.
La seconda condizione (b) è che questa necessaria intermediazione sia liberamente gestita dal singolo giornalista e non da altri poteri che, per l’appunto, si frappongono.
Infine (c), il giornalista comunica solo fatti semplici e accertati; non seleziona e classifica le notizie e, ancor meno, esprime opinioni, supposizioni e trae conclusioni sulla base di teorie preconcette.
Tutto questo nei limiti del possibile: (a) alcuni fatti sono interconnessi ad altri; (b) c’è sempre qualcuno da cui si apprende la notizia; (c) se non è possibile liberarsi del tutto dai propri pregiudizi, almeno ci si può sforzare di cercarli, riconoscerli e dichiararli.
Se non si rispettano queste condizioni, l’informazione e la comunicazione possono ritenersi ancora libere nel senso che chiunque può sempre esprimere ciò che gli passa per la testa. Ma viene a mancare la libertà “da” comunicazione e informazione: infatti, prevalgono le narrazioni sui fatti; e gli intermediari (i media) diventano più importanti della stessa notizia, come è diventato comune ripetere.
Il pubblico è così condizionato. Pur credendo di esprimere in autonomia su qualsiasi argomento, non si rende conto di mancare delle informazioni essenziali per formarsi un’opinione sostenuta da fatti accertati. Si adegua, senza accorgersene, a narrazioni già strutturate. Di conseguenza, l’opinione precede i fatti, mentre la sequenza corretta dovrebbe essere: (1) fatti, (2) elaborazione della conoscenza, (3) opinione. L’opinione sarebbe la cosa più difficile da elaborare e la più dubbia, soprattutto se si è sinceri con se stessi: eppure, oggi, molti si lasciano andare a esprimere opinioni a cuor leggero, credendo di averne il diritto.
La seconda cosa più importante per uno studioso serio consiste nello stabilire, con onestà, rigore e documentazione, quanto succede. La prima cosa più importante è la scelta dell’oggetto da trattare. La terza è l’enfasi posta nel trattare i singoli eventi.
A un giornalista è richiesto semplicemente di riportare i fatti del giorno, evitando di selezionarli e di porre un’enfasi maggiore o minore sull’uno o sull’altro, tanto meno di elaborare una narrazione.
Allora, qualcuno si chiederà: solo agli accademici, ai politici e ai religiosi è consentito detenere le chiavi del discorso, se non proprio della verità?
La risposta sarebbe affermativa a una condizione che dirò tra breve, ma la faccio precedere da un’osservazione: la libertà di pensiero è garantita dalla pluralità di elaborazioni complesse in competizione tra loro, non dal fatto che chiunque possa esprimere un parere superficiale, basato su scarse informazioni, più volte e da più persone filtrate.
Di conseguenza, la condizione per cui solo ad accademici, politici e religiosi—Pitagora li chiamerebbe i mathematikoi—è consentito esprimersi sta nel fatto che costoro si esimano da giudizi avventati interpretando immediatamente ogni fatto e traendo meccaniche conclusioni. Agli altri—gli akousmatikoi—è consentito solo ascoltare e riportare i concetti e i principi elaborati da chi si dedica agli studi, alla politica e alla religione senza commenti e senza pretesa di aggiungere alcunché. Infine, c’è il popolo disinformato che può dire e pensare come vuole, ma non conta nulla ed è, nel migliore dei casi, oggetto di osservazione dei mathematikoi.
Oggi, i ruoli si sono confusi: informazione e conoscenza sono caduti in uno stato di elevata entropia, con tutti che parlano di tutto, allo stesso modo, con lo stesso linguaggio.