“La mia patria è un’idea”: Vannacci è libero di sostenerlo, ma non c’entra nulla con la Repubblica italiana.
Oltre alla recente dichiarazione di Mattarella, ci sono gli atti della Costituente che spiegano un concetto così fondamentale da essere scritto nella prima riga della Costituzione: la Repubblica è “fondata sul lavoro”. È una dichiarazione forte, non una frase scritta a casaccio, perché i costituenti non sapevano da dove cominciare a scrivere il tema. Le parole fondanti sono due: repubblica e lavoro.
La repubblica.
Come prima cosa, concentriamoci sulla parola “repubblica”. I costituenti stabiliscono che l’Italia è, prima di tutto, una Repubblica, cioè una cosa di tutti; un oggetto tanto modesto quanto nobile; non è una (vaga) “idea” immaginifica come sostiene Vannacci, ispirato dai poeti risorgimentali imitati dai decadentisti del primo Novecento, a loro volta ispirati dai teorici del Volkgeist à la Herder. Un armamentario teorico superato, anzi decrepito.
Per alcuni l’Italia è anche una nazione e persino una patria. Ci può stare, ma con qualche precisazione. Meloni usa costantemente il termine “nazione” dopo che era caduto in disuso per molti decenni. Il lessico riesumato da Vannacci e Meloni è secondario nella formazione dell’identità nazionale. Il punto di riferimento è invece la Repubblica, che la Costituzione pone al primo posto. L’Italia è anche una nazione e possiamo—se vogliamo—considerarla la nostra patria, ma diventa tale nel momento in cui i suoi cittadini aderiscono alla Repubblica. La nazione e l’idea dell’Italia sono definizioni, per molti versi, imbarazzanti, essendo state usate in passato per discriminare gli stranieri, per fare guerre, per affermare una velleitaria, stupida e presunta superiorità.
Non ha senso nemmeno definirsi “orgogliosi” di essere italiani (o serbi, o francesi, o americani ecc.). Ciascuno si senta orgoglioso di se stesso, se lo vuole e ne è capace. Al più può nutrire soddisfazione per aver contribuito al benessere della propria comunità nazionale e, così, alla fondazione della Repubblica. Coloro che vanno in giro dichiarando il proprio orgoglio di essere italiani (o austriaci, o scozzesi, o argentini) di solito nascondono un reale problema di identità personale e spesso disprezzano una gran parte dei loro compatrioti.
Il lavoro.
Come mi spiego che l’Italia è fondata sul lavoro? Intuisco che l’Italia è formata e accoglie cittadini che, lavorando—nei modi più svariati—contribuiscono al benessere proprio e degli altri. L’Italia non è quindi una “storia millenaria” né persino l’idea astratta di uno spirito popolare da promuovere ed eventualmente imporre. Non è nemmeno un sentimento radicato e immutabile nel tempo, un afflato quasi mistico di un presunto afflato nazionale. Certo, condividiamo la lingua, alcune tradizioni e numerose differenze regionali e sociali; ci riconosciamo—se lo vogliamo—in una comunità nazionale. Ma possiamo cambiare casacca con la stessa facilità con cui un calciatore passa dalla Juventus all’Inter nel momento in cui cambiamo la Costituzione e i confini politici. Succede di continuo: nel passato e anche recentemente. Dunque, semplicemente lavorando e collaborando, i cittadini fondano la Repubblica e, aderendo a essa con lealtà, possono affermare di costruire una nazione sentendosi per questo cittadini italiani…