Pandemia e Mobilità

Un’approfondita ricerca della Università della California a Davis ha indagato gli impatti della pandemia sulla mobilità. Uno dei dati più interessanti riguarda come è cambiato l’uso dei mezzi pubblici. L’8,1% dei rispondenti ha dichiarato di avere aumentato l’uso del trasporto pubblico, il 55,2% non ha cambiato abitudini mentre ben il 36,7% non ha più usato i mezzi pubblici. Di questi, il 35% ha sostituito il trasporto pubblico con l’auto privata e il 23% non ha cambiato abitudini. Il dato più interessante è che ben il 42% ha ridotto l’uso dell’auto, vale a dire c’è stata una riduzione netta della mobilità sostanzialmente grazie al lavoro da remoto. Sono aumentate le auto con un solo occupante e i ciclisti, mentre l’uso di altre forme di trasporto quali il car-pool, gli scooter a chiamata, i modelli sul tipo di Uber ecc. è rimasto complessivamente basso. Prima della pandemia solo il 10% si recava al lavoro a piedi, ma tale percentuale è aumentata al 16% durante la pandemia. La qualcosa dimostra che anche la forma urbana è cambiata rispetto alla fuga nei sobborghi dei decenni passati.I ricercatori californiani – Giovanni Circella e Rosa Dominguez-Faus – hanno rilevato che i lavoratori con i redditi più elevati sono riusciti a sostituire fino al 50% gli spostamenti grazie al telelavoro mentre questa percentuale è solo del 20% per i lavori a reddito più basso. In Italia, per esempio, i docenti universitari riescono in gran parte a fare lezione e ricevimento da remoto senza grandi disagi e in modo efficace. Anche le scuole medie hanno adottato l’istruzione da remoto con qualche polemica e disagio, ma anche non pochi vantaggi.

Il trasporto pubblico è sussidiato in tutti i Paesi. Si tratta di investimenti enormi e alte spese di gestione che sono pagate con le tasse dei cittadini, compresi coloro che non lo usano ponendo così un problema di equità. Nel corso del tempo, si è formata una lobby potentissima che opera per la costruzione di infrastrutture di trasporto e che assorbe continuamente risorse. Per non parlare che la costruzione di strade e reti di trasporto pubblico ha stravolto la forma delle città, dilatandole e costringendo a grandi spostamenti. La proliferazione dei centri commerciali è forse l’aspetto più evidente di questo fenomeno. Alla spartizione di queste ingenti risorse pubbliche partecipano ormai anche gli ambientalisti che sostengono infrastrutture di trasporto pubblico ad alto impatto ambientale anche quando non sono necessarie e soluzioni a minore impatto sarebbero più efficaci ed efficienti. Per esempio, con il passaggio ai motori elettrici, non ci sarà più l’equivalenza tra auto privata e inquinamento che era una delle ragioni per cui gli ambientalisti richiedevano più autobus, salvo poi accorgersi che nel complesso talora i vecchi autobus a gasolio che marciavano vuoti inquinavano più delle auto. La pandemia ha dimostrato che si possono ridurre nel complesso i movimenti e di conseguenza non servono più nuove strade, nuove ferrovie o autobus: quelli che ci sono bastano e avanzano se si opera una intelligente riorganizzazione e una meticolosa manutenzione. Semmai questa operazione richiede investimenti in intelligenza e nel cambiamento che comunque comporta dei costi. Già si sta pensando a decongestionare le grandi città e rivitalizzare i piccoli centri anche per motivi di igiene e di tutela da altre possibili pandemie.

Per un certo tempo era giustificato scaricare su tutti i cittadini i costi complessivi del trasporto pubblico poiché si riteneva che una maggiore mobilità consentisse vantaggi per tutti. Ma superata una certa soglia, che la pandemia ha evidenziato, i costi sono superiori ai benefici e quindi si deve fermare la spirale di una indiscriminata proliferazione di infrastrutture e di una mobilità fine a se stessa.

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AUTOSTRADE 2020

Meno asfalto, più tecnologia

Mio articolo per il mensile ISOMOTORI

Al tempo degli antichi romani le strade erano opere di alta tecnologia ingegneristica. Richiedevano anche un’organizzazione eccezionale per la pianificazione, progettazione, realizzazione e per la manutenzione. Nel medioevo e in seguito si è continuato a costruirle senza tuttavia arrivare mai a realizzare un sistema così avanzato di trasporto e comunicazione. Un’altra grande operazione di costruzione di strade fu il sistema delle autostrade federali negli Stati Uniti negli anni Cinquanta: esattamente si chiama “Dwight D. Eisenhower National System of Interstate and Defense Highways” e ha compiti strategici per lo sviluppo, ma anche militari. Da quella grande operazione sono derivati i modelli di autostrada e mobilità adottati in tutto il mondo. Lo citiamo per dire che le nostre autostrade a cui siamo abituati costituiscono un modello efficace, ma che potrebbe essere anche stato diverso. Insomma, non un destino, ma solo una della possibilità per favorire le comunicazioni e la mobilità.Oggi, si continuano a costruire e allargare le autostrade vomitando ovunque brutte colate di cemento che non risolvono mai i problemi e sono prive di qualsiasi opera di mitigazione dell’impatto e di considerazione estetica. Ma soprattutto, la tecnologia e l’organizzazione delle strade – o meglio della viabilità – non solo non ha fatto progressi, ma è rimasta ancorata a schemi immutati. Per giunta le strade vengono continuamente rattoppate, aggiustate, rettificate facendo perdere loro qualsiasi unità stilistica. Gli ingegneri e le grandi imprese che le realizzano risparmiano su tutto e sono assolutamente immemori degli aspetti paesaggistici. Con qualche eccezione che in Italia è ancora più eccezionale che altrove.Ma la viabilità – che non sono le sole strade – è destinata a cambiare radicalmente negli anni futuri e potrebbe costituire uno di quei nuovi settori in cui i progressi si faranno più profondi e rapidi. Peraltro, si sono già compiuti i primi passi. Da sempre gli ambientalisti hanno sostenuto l’opzione del trasporto di merci e passeggeri su rotaia piuttosto che su gomma in nome di una visione più collettivista della società. Le moderne tecnologie rimettono in discussione l’alternativa tra rotaia e trasporto su gomma, di merci e persone se si intende ridurre l’impatto ambientale. La cosa migliore sarebbe ridurre la mobilità in assoluto e quindi tenerci semplicemente le strutture che già abbiamo pensando a migliorarle e a una rigorosa manutenzione. Anche in questo caso però vale la pena pensare che il contenuto tecnico-scientifico delle nuove strade non sarà l’asfalto e il modo di deporlo, né quello politico ed economico saranno gli espropri necessari a realizzarle e le proteste degli ambientalisti per la deturpazione del paesaggio. Anzitutto, nell’arco di una decina d’anni i motori endotermici saranno sostituiti da quelli elettrici, cambiando completamente il pattern dell’inquinamento. Certo, ci vorranno almeno venti o trent’anni perché spariscano i motori endotermici, ma la via è decisamente segnata. In secondo luogo, la viabilità e quindi anche le strade, sarà gestita da centri specializzati che con l’uso delle telecomunicazioni e dell’informatica saranno in grado di eliminare gran parte della congestione o per lo meno prevederla e determinare le velocità a cui i veicoli saranno tenuti a procedere. Già oggi, con i semplici sistemi ADAS, si potrebbe procedere in autostrada a guida autonoma, lasciando ai vari automatismi la gestione dell’auto e ancor più dei camion. Può fare impressione, ma se si pensa che già oggi tutti i camion procedono alla stessa velocità nella stessa corsia, l’autista è giusto un elemento di controllo e il suo intervento avviene solo per poche manovre. Fuori delle autostrade, si ritorna a guidare perché necessario, ma l’autostrada del futuro prossimo non apparirà diversa da un convoglio ferroviario di TIR con container a cui si aggiunge la flessibilità di potere cambiare strada secondo la necessità. Lo stesso vale per le auto. La cosa ci può fare impressione, ma ci si abituerà presto come ci si è abituati a molte altre cose. che più conta è che un investimento infrastrutture di viabilità sarà diverso da quello che ha dominato i mercati e l’industria per oltre un secolo e si sposterà dalle strutture materiali a quelle immateriali, organizzative, telematiche e informatiche. Una grande rivoluzione a cui le università e le imprese sarà bene che si preparino per tempo.

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