Tecnologia e tecnica: l’mportanza delle parole

A volte usare alcuni termini in modo sbagliato non comporta alcuna conseguenza e dimostra solo ignoranza o superficialità. Altre volte nasconde una corruzione del pensiero e della pratica e comporta ripercussioni politiche.

È il caso della persistente confusione tra i termini “tecnica” e “tecnologia”. Oggi, anziché “tecnica” o, meglio, “tecniche”, quasi tutti usano indifferentemente e preferibilmente il termine “tecnologia” e, peggio, “tecnologie” (questo proprio non si può sentire). Non sono sinonimi e i termini vengono usati a sproposito, con la conseguenza di inibire l’intelligenza delle persone e la comprensione dei problemi.

La tecnologia costituisce un discorso scientifico, culturale e sociale (un logos) entro il quale gli specialisti (i tecnici) sviluppano le singole tecniche. Chi “elabora la tecnologia” svolge un’attività che comporta implicazioni etiche e politiche. Invece, i tecnici “realizzano opere” all’interno di un modo di pensare convenzionale che non sono tenuti a mettere in discussione.

I tecnici hanno la creatività di un giocatore di scacchi; chi discute di tecnologia inventa nuovi giochi. Il tecnico è un timoniere che sa navigare abilmente tra gli scogli e in mezzo alle tempeste. Chi discute di tecnologia è come Cristoforo Colombo che studia e apre nuove rotte. Nessuno vieta ai tecnici di discutere la tecnologia e ai politici di valutare le tecniche, ma entrambi devono sapere cosa stanno facendo e non confondersi su ruoli, azioni e competenze.

Se non distinguiamo tra “tecnologia” e “tecnica”, rinunciamo a discutere del contesto generale in cui la tecnica è pensata, elaborata e, infine, applicata. Mentre le tecniche possono essere numerose, le tecnologie disponibili sono in numero ridotto, poiché richiedono un pensiero ampio, complesso e, soprattutto, condiviso.

La tecnica è sempre e solo conservatrice. La tecnologia può essere sovversiva, progressista, conservatrice, reazionaria e non è mai politicamente neutra.

La tecnologia si domanda “cosa” e “perché”. Le tecniche rispondono alla domanda “come”. La tecnologia dovrebbe quindi porre le domande; le tecniche, dare le risposte. Ma se le domande si mantengono implicite e indiscusse, fino al punto di non sapere più quale sia il vero problema che si sta affrontando, le risposte potranno avvenire solo in un ambito di scelte autoreferenziali inadeguato, che gratificano solo i tecnici e chi ha convenienza a conservare i problemi anziché risolverli.

Esempio 1: Smaltimento dei rifiuti. Sono disponibili inceneritori e/o termovalorizzatori. Di frequente si afferma che, grazie alle nuove “tecnologie”, le emissioni di essi sono ridotte. Inoltre, bruciando i rifiuti, si produce energia e quindi si migliora il rapporto costi/rischi/benefici. In questo caso è sbagliato parlare di tecnologia e ci si dovrebbe limitare a elencare nuove tecniche elaborate nell’ambito di una tecnologia il cui obiettivo è comunque la distruzione dei rifiuti. La conseguenza sistemica, praticamente inevitabile, di questo modo di percepire il problema tecnico senza discutere la tecnologia può essere una sola: aumenta la convenienza di produrre più rifiuti per smaltirli, sia pure producendo energia. Si crea un dispositivo tecnico-scientifico-industriale e finanziario che ha convenienza a reprimere ogni discussione tecnologica che riformuli il problema.

Restiamo in un contesto conservatore.

Se fosse chiara la distinzione tra tecnica e tecnologia e se i termini fossero usati a proposito, il dialogo tra chi ha opinioni diverse sarebbe più onesto. Una tecnologia alternativa alla distruzione dei rifiuti consisterebbe in politiche mirate all’eliminazione dei rifiuti (o a una drastica riduzione di essi), così da ridurre il bisogno di distruggerli. Da questa impostazione “tecnologica” possono derivare ed essere finanziate tecniche innovative che si sviluppano in direzioni diverse da quelle oggi predominanti. È evidente che si tratta di una scelta tecnologico-politica che penalizza chi è specializzato nelle tecniche di distruzione dei rifiuti e ha convenienza ad applicarle.

Se confondiamo tecnologia e tecnica, perdiamo la possibilità di confrontare strategie alternative. Rimaniamo prigionieri della tecnologia dominante, costretti a discuterne solo dei dettagli tecnici. Una politica appiattita sulla tecnica (a torto chiamata tecnologia) favorisce chi controlla un’unica tecnologia, rifiuta il cambiamento e inaridisce il pensiero critico.

Esempio 2: Mobilità. Lo stesso discorso si può applicare ad altri ambiti, come la mobilità, cui si risponde sempre e solo con le stesse tecniche (più strade, più offerta di mezzi di trasporto, ecc.). L’aumento della mobilità è acriticamente equiparato al progresso e, di conseguenza, si giustificano politicamente la spesa pubblica nel settore e i conseguenti prelievi fiscali.

Esempio 3. Metal detector nelle scuole. Un altro esempio potrebbe essere l’introduzione del metal detector nelle scuole per far fronte alla presunta crescente violenza. Si risponde al problema con gli strumenti a disposizione anziché sforzarsi di riformularlo senza adottare la sola tecnica dell’ordine pubblico e della repressione. Per esempio, non ci si domanda se gli accorpamenti dei plessi scolastici, la burocratizzazione dell’educazione e la spersonalizzazione degli ambienti in cui viene imposta – in altre parole, la tecnologia dell’educazione – non siano essi stessi all’origine della violenza.

Se vogliamo cambiare e perseguire un vero progresso in questo periodo di crisi sistemica, dovremmo aprire una riflessione sulla tecnologia e impedire ai tecnici di porre i problemi e di risolverli nello stesso contesto che li ha generati

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