LEGGERE E SCRIVERE

Perché oggi la comunicazione sembra così importante?

Un tempo pochi sapevano leggere e pochissimi scrivere. La libertà di manifestare una propria opinione con le semplici parole – che tra l’altro nessuno poteva registrare – era negata e un’affermazione passava per molti filtri prima di diventare di dominio comune. Per iscritto erano ancora meno coloro che avevano il diritto e l’abilità di esprimersi. 

Oggi tutti sanno leggere e molti sanno scrivere correttamente, in modo efficace e nella lingua che usano quotidianamente. Nessuno, per di più, osa impedirlo e nemmeno pensa di farlo. Tuttavia, un modo per selezionare le informazioni che giungono al popolo e persino alle élite, lo si è comunque trovato. 

Prima venne la scolarizzazione di massa, poi la Televisione che insegnarono l’italiano e l’alfabetismo. Con i social e i messaggi di testo, ancor più persone hanno imparato a comunicare per iscritto. Le generazioni nate prima del 1950, parlavano normalmente il dialetto e usavano la lingua ufficiale, che pochi conoscevano, solo per leggere e scrivere. In Italia, persino il Manzoni ebbe bisogno di “sciacquare i panni in Arno” prima di accingersi a scrivere i Promessi Sposi. La lingua scritta aveva un’aura di solennità che induceva a moderarsi nel leggere e nello scrivere. Da settant’anni e più la lingua ufficiale tende a coincidere sempre più con quella parlata quotidianamente e s’è persa l’attenzione prestata un tempo nell’usarla. Il dialetto era un rifugio espressivo che permetteva l’intimità del privato e il parlare senza pensare. Quando si usava la lingua ufficiale – rituale – subentrava uno sforzo e una coscienza che obbligavano a porre attenzione a quel che si diceva. 

Oggi questo confine linguistico tra pubblico e privato è stato cancellato con la conseguenza che si usa sempre la medesima lingua, la quale perciò non costituisce più un cambio di registro tra il mondo delle emozioni e quello della ragione, della legge, delle istituzioni, dei diritti, dei doveri. Abolito anche il latino ecclesiastico ormai da sessant’anni, siamo rimasti con una sola lingua per tutti gli usi. Alla sacralità della lingua non si rinuncia e al momento si introducono termini stranieri – americani per lo più – per rafforzare i significati di alcune parole, ma lo si fa confusamente e in modo ancora alquanto “volgare”. La lingua è diventata banale: si parla, ci si esprime e si scrive con il medesimo strumento comunicativo.

Oggi, tutti sappiamo scrivere – chi meglio, chi peggio, chi cose nuove, chi ripetizioni del sentito dire – ma l’obiettivo della scrittura è molto cambiato. 

Alcuni scrivono saggi ben articolati, non perché siano letti, ma per chiarire e ordinare il proprio pensiero. Oppure, affinché siano esaminati da chi giudica la preparazione dell’autore, solo secondariamente per studiarli e apprendere nuove idee. Quindi, i saggi complessi sono scritti con l’intento di essere approvati piuttosto che promuovere idee e discussioni. Alcuni autori scrivono solo per se stessi, al più per pochi intimi e nel migliore dei casi per imporne l’apprendimento (e – perché no? – l’acquisto) ai propri studenti.

Scrivere rimane utile perché, dopo avere espresso con rigore e ordine un’idea, una tesi o raccolto una documentazione, ci si sente in diritto di sintetizzarla in un breve articolo, in un aforisma o in uno slogan. In effetti, se tutti possono e sanno scrivere, manca il tempo per leggere e soprattutto per soffermarsi sul pensiero che altri esprimono. È diventata perciò importante la comunicazione delle idee che avviene sotto forma di brevi articoli, aforismi, slogan e “post”. Come trasformare questa nuova realtà in una cultura solida? 

Questo problema che mi porta a riflettere sui quaderni di Gramsci che trovate in un altro mio articolo pubblicato su questo mio stesso sito.

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