L’infedele

Era bello, proporzionato. Lo sguardo intelligente e penetrante. Soltanto un poco triste. Aveva appena lasciato l’adolescenza, si sarebbe detto. Oppure che era entrato nella prima giovinezza. Appariva persino pulito e ben curato. Un dono di natura perché di sicuro non badava all’aspetto. E ancor più certo, nessuno si prendeva cura di lui. Avevo appena finito la lezione all’Università Ovidius di Mamaia, presso Costanza. Erano le cinque e potevo ancora contare su un paio d’ore di luce. Ai primi di maggio il Sole indugia un poco prima di posarsi lasciando la sensazione che qual cosa sia rimasta sospesa. Il periodo migliore per camminare lungo la spiaggia. Quando già comincia a far caldo di giorno, ma il fresco della sera che cala improvviso, ti ricorda l’inverno appena passato. A studenti e dirigenti pubblici, attenti e interessati, avevo spiegato come promuovere lo sviluppo economico nelle regioni rumene depresse. Cioè in tutte le regioni rumene. Ero depresso io stesso. Non in modo drammatico o particolare. Semplicemente coinvolto nel clima di disfacimento che mi circondava. Avevo raccontato, con il più sincero entusiasmo intellettuale, i sistemi per promuovere la ricchezza e lo sviluppo. Finita la performance didattica, avevo finito per non crederci nemmeno io. Così che mi sentivo un ingenuo o persino un mentitore. Forse non lo realizzavo consciamente, ma quella sottile malinconia penetrava in me attraverso il dubbio: a cosa serviva quanto stavo facendo? C’era davvero bisogno di me sulle spiagge del Mar Nero? Il tramonto, la giornata che volgeva al termine, il mare della sera che ondeggiava stanco, lento e distratto, accentuavano questo mio sentimento. Era l’ora della sera che induceva alla nostalgia e inteneriva il cuore anche ai marinai più insensibili. Per di più, la spiaggia fuori stagione di maggio si rivelava quasi più solitaria di quanto non fossi io stesso. Secondo i canoni dell’ospitalità rumena, ero stato abbandonato, sia dai miei studenti sia dai colleghi. Pur avendomi invitato da così lontano, nessuno pensava a concedersi per farmi un poco di compagnia. Le luci del lungomare di quel povero paese sembravano ancor più spente di qualsiasi altro giorno dell’anno. 

Della mia solitudine non mi importava più di tanto ormai. Dopo averci forzatamente convissuto per anni, iniziavo ad apprezzarla e praticarla. A desiderarla persino. Non ci fosse stata, ne avrei sentito la mancanza. Ormai ci cercavamo anche quando avremmo potuto facilmente evitarci. La lunghissima passeggiata sulla spiaggia, che avevo appena intrapresa, mi affascinava per la sana fatica che avrebbe comportato. Per il piacere del mare e del vento. Per i pensieri e le fantasie che avrebbero occupato la mia mente sola per oltre tre ore in un lido lontano e straniero che evocava storie antiche di poeti esiliati e imperatori traditi, di commercianti e navigatori, di guerrieri e coloni. Tolsi le scarpe e le legai per i lacci allo zainetto. Mi diressi sul bagnasciuga dove è più facile camminare e le onde rinfrescano i piedi purificandoti tutto. Fu lì che ci incontrammo. Lontano vedevo solo mare e spiaggia. Ancor più lontano, i grandi impianti industriali, inarrivabili di là della foce del fiume. Avanzando, alberghi e case erano sempre più dispersi fino ad essere sostituiti dalla brughiera e poi da un rado bosco ceduo. Il silenzio cresceva e nel silenzio sentivo il rumore del mare e il gracchiare di pochi uccelli. Di tanto in tanto incontravo qualche coppia di ragazzi ignari di tutto fuorché del loro essere insieme. 

Lui cominciò a seguirmi timidamente. Gli sorrisi con invitante prudenza. Comprese immediatamente. I nostri gesti erano quelli attesi, da secoli parte della natura. Camminammo insieme, tenendoci ancora un poco distanti. Io sul bagnasciuga, lui preferendo piuttosto la sabbia. Sembrava avessimo le stesse intenzioni per quella passeggiata. Forse le stesse curiosità. Sicuramente condividevamo lo stato d’animo. Guardavo tutto, osservavo il mare e i pezzi di legno sulla piaggia. Le onde sempre diverse e uguali, la sabbia uniforme e variegata. Poi gli uccelli e le nuvole. E il Sole giallo, poi arancione, infine rosso. Ogni minuto tutto cambiava e non solo perché mi stavo muovendo verso altri posti. Ogni altro posto era identico, ma il tempo non lo era mai. Oppure lo era sempre. Eternità e minuto si parlavano senza comprendersi eppure confondendosi nell’uno l’altra. Milioni di eventi si susseguivano nell’apparente staticità del paesaggio di mare e spiaggia. Anche lui osservava tutto. Forse più di me attratto dai particolari, non alzava lo sguardo, se non per tenermi a vista e raggiungermi qualora mi fossi troppo allontanato da lui. Sapevo che quel che lui osservava vicino, in terra, io lo inseguivo con ampi sguardi. Ma era la stessa cosa o lo stesso nulla. Ci parlavamo con gli occhi comprendendoci a fondo. La diffidenza era scomparsa presto. Dopo dieci minuti di cammino insieme ci sentivamo una coppia. Come tale ci comportavamo e così gli altri sembravano giudicarci. Questa situazione mi rendeva un moderato piacere, per la sensazione di non essere solo, di avere una compagnia. Un piacere che non riusciva a esplodere per il timore della disillusione. Lui appariva raggiante. La tristezza del suo sguardo s’era dissolta. Finché mi si avvicinò davvero. Gli passai una mano sulla testa. Ricambiò a suo modo. E camminammo ancora a lungo insieme. Non ci volle molto a imparare come stare insieme. Credo che entrambi ne avessimo esperienza frequente. Troppo frequente, forse. Gli lanciai un legno e me lo riportò. Lo feci ancora, poi ci stancammo di quel gioco che ci rendeva unitamente felici. Quando la stanchezza del cammino crebbe, abbandonammo i giochi e le esplorazioni. Ci bastò restare vicini. Poi ci accontentammo di essere insieme. E fare uniti quell’ultimo sforzo per tornare a casa: io al mio squallido albergo romeno in cui l’Università mi ospitava. Lui non so dove, ma certamente nello stesso quartiere in cui sembrava muoversi con agio e conoscere molti dei residenti, cani randagi e persone.

Sono certo che anche a lui – almeno per un momento – passò per la mente la stessa idea che cominciavo a vagheggiare. La vidi passare nel suo sguardo tornato triste. Poteva tornare con me a casa e diventare il mio cane. Ne aveva tutte le qualità. I randagi sono cani intelligenti e miti, ma forti e sani. Se troppo aggressivi con gli umani ne vengono uccisi. Devono avere iniziativa e tatto per trovare il cibo ogni giorno. Dignità e coraggio sono loro necessari per difendersi e acquisire un posto nel branco. Ma serve anche la salute e l’umiltà per negoziare i favori umani di cui hanno bisogno per sopravvivere. I randagi amano la libertà, ma ancor più desiderano anch’essi la compagnia degli umani a cui non sanno rinunciare. Soli non vogliono stare. 

Ci capivamo bene e sentivamo quell’affetto profondo che sembra immediatamente indistruttibile e immortale. La sua naturale pulizia non richiedeva nemmeno un bagno che comunque gli avrei fatto nel mio albergo. E non importa se l’albergo assegnatomi dall’Università sarebbe apparso squallido ai suoi stessi occhi di cane randagio. Ero arrivato in macchina da Graz, dove vivevo. Mentre rientravo attraverso la Transilvania e l’Ungheria, avrebbe dormito sul sedile posteriore. Di tanto in tanto sarebbe venuto davanti a farmi qualche festa e leccarmi una mano. A dividere con me la monotonia della guida, disinteressato ai paesaggi attraversati ma attento a penetrare e condividere i miei stati d’animo. Ci saremmo fermati di tanto in tanto a riposare e mangiare, approfittando per qualche piccolo gioco di cane e uomo. Avrebbe assunto un ruolo sociale, una funzione importante e sono sicuro che avrebbe svolto al meglio il lavoro di cane a cui aspirava. Le stesse considerazioni valevano per me. Con lui avrei avuto una compagnia costante. E un senso di responsabilità per lui. Persino un ordine di vita organizzato sulle sue esigenze e non solo sulla mia solitaria stanca assenza di abitudini. Avremmo passeggiato orgogliosi l’uno dell’altro nel centro della città. Insieme e non più soli all’avvilita ricerca di cibo o compagnia. 

La decisione di portarlo con me era ormai presa. Ma un altro passò avviandosi verso la spiaggia. Lui lo seguì senza sforzo né dubbio, pur avvolgendomi con uno sguardo sconsolato e doloroso che contraccambiai con ancor maggiore amarezza e delusione. Se ne accorse e soffrì per me e per sé. Ma non si fermò. Lo vidi presto riprendere gli stessi giochi che aveva appena smesso con me manifestando la medesima improvvisa felicità. Con gelosia pensai che l’altro avrebbe avuto maggiore successo. Poi compresi che nulla sarebbe cambiato con il nuovo compagno, né con il successivo e con l’altro ancora. La sua facile capacità di camminare e giocare con tutti era così smisurata quanto la sua disperazione di essere solo. Si dimenticò di me dopo il rimpianto di un attimo. Troppe volte abbandonato per esser fedele, poteva contare solo sulla gioia di una curiosità sempre più stancamente ripetuta. Gli restò la pena ogni volta più grande. Io stesso non pensai più a lui appena ripresi a lasciarmi affascinare da tutto il resto del mondo.

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LEGGERE MENO ma MEGLIO!

(da una conversazione con Pier Massimo Forni)

Jean-Baptiste-Camille Corot “La lecture interrompue”(1870)

Oggi si legge poco. Meglio sarebbe dire che si legge male. Osservo il quadro di Jean-Baptiste-Camille Corot “La lecture interrompue”(1870). La donna rappresentata si sofferma a riflettere tenendo il segno con il dito sulla pagina. La rappresentazione di lettori che meditano con il libro in mano è frequente fin dal Rinascimento. Ricordo una conversazione con il compianto amico Pier Massimo Forni docente di letteratura italiana il cui ricordo ho riportato nella conclusione di un mio libro.… “Quel giorno, mentre conversavamo, Pier Massimo mi disse che Dante era un uomo di straordinaria cultura formatosi grazie a moltissime letture. L’affermazione mi sorprese e gli domandai se gli pareva possibile che Dante avesse letto più di lui. Rimase sorpreso poiché era ovvio che Pier Massimo – come gran parte di noi – avesse letto molto più di Dante. Ma se l’avesse ammesso, sulla base della precedente affermazione avrebbe dovuto concludere che la sua cultura era ancor più smisurata di quella di Dante. Cosa difficile a sostenersi senza apparire scioccamente presuntuoso. La domanda che segue è dunque: quanto è necessario leggere per dire qualcosa di innovativo? Non è forse giunto il momento di leggere di meno e pensare di più conservando il rigore logico? Non è forse possibile che il progresso della cultura possa procedere per detrazione del superfluo anziché per accumulazione delle conoscenze? O persino per abbattimento della conoscenza allo scopo di liberare un po’ di memoria inutilizzata e far posto nelle nuove menti a un pensiero nuovo su cui solo in seguito ritornare a reinnestare il vecchio? Invece che sentirci costretti a riferirci al passato per pensare il futuro, forse è giunto il momento di ripartire da zero: riformattare i cervelli e salvare la memoria in una chiavetta. Non sono i libri letti né le esperienze fatte che formano la cultura, ma la capacità di elaborare gli stimoli esterni che possono giungere sia dai libri sia dalle esperienze. Talora è necessario trasportare mille sacche di grano e si dovrà usare un cavallo frisone; talaltra è necessario correre veloci (con il pensiero) e nessun cavallo frisone sarà più veloce di un cavallo berbero. Il momento è giunto di lasciare in stalla i cavalli frisoni e lanciarsi nella corsa con i cavalli berberi” … (dalla conclusione del mio saggio “Città Flessibili”, Instar, Torino 2009, “Zeitgast in Babel … e Umberto Eco mi appare in sogno”.

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