L’anagrafe perduta

… è agosto, fa freddo e gli alberi hanno perso tutte le foglie …

I miei avvocati attendono il verdetto della Corte parlottando. Mi sono allontanata da loro e sto affacciata alla finestra dell’aula per osservare la pioggia battere i marciapiedi e i prati del parco. È agosto, fa freddo e gli alberi hanno perso tutte le foglie. Ma qualche gemma sembra già luccicare tra i rami. Questo rigido inverno mi riporta alla memoria l’infanzia trascorsa a Liverpool. Conosco a fondo la natura e i colori di questo paese in cui sono cresciuta. Ne conosco la gente e i sentimenti. Di questo paese in cui ho vissuto con disagio.

Ieri passeggiando lungo la Writers’ walk ho notato, tra le altre, la frase di uno scrittore italiano, Umberto Eco, del quale credo di aver letto un giallo ambientato nel medioevo. Quelle parole mi hanno colpita, in esse mi sono riconosciuta. Inciso sulla pietra stava scritto che “L’Australia non è solo agli antipodi, è lontana da tutto, talora anche da se stessa“. La frase sintetizza la crisi di identità di un paese che, credutosi a lungo un sobborgo di Londra, si accorge di vivere in un contesto geografico e politico imprevisto. Da un lato si apre al sud-est asiatico in vertiginosa crescita offrendo servizi e tecnologie. Dall’altro cerca punti di contatto con quelle avanguardie culturali del mondo occidentale che si affacciano sull’altra sponda del Pacifico. Che non sanno più se considerarsi l’estremo occidente o già qualcos’altro. E, comunque, per noi stanno pur sempre a Levante. Si consolida così un nuovo carattere culturale, dimentico ormai del vecchio continente e scettico sul sogno americano. Aperto piuttosto all’Oriente, alle culture indigene e a quelle delle più recenti ondate migratorie di contadini italiani, tedeschi, greci, slavi. A esse attribuisce un ruolo cruciale nel definire la propria identità culturale. Che non vuole più essere anglosassone e nemmeno angloceltica, come da qualche tempo preferiamo dire. La nazione multiculturale viene recepita come l’obiettivo etico‑politico dichiarato della politica federale e come la soluzione all’integrazione delle incontenibili ondate migratorie. Soprattutto quelle provenienti da un Asia nuova, sorprendentemente meno povera e più aggressiva. Disposta a pagare le nostre università per formare le proprie classi dirigenti. I cui cittadini dispongono dei capitali necessari a iniziare attività a noi utili e quindi benvenute. Che vengono ormai a frotte a passare le vacanze sulle nostre spiagge. Non più braccia servili a buon mercato e bocche da sfamare, ma clienti da riverire.

A causa del multiculturalismo, di questa parola d’ordine à la mode, l’Australia è molto lontana anche da me stessa. Si è allontanata. I miei genitori vi arrivarono nel 1971, quasi costretti dalla crisi economica dell’Inghilterra di quegli anni. Noi immigranti inglesi, gli australiani ci chiamano pom. A parte questo appellativo scherzoso, in realtà non eravamo mai stati seriamente discriminati. Siamo stati noi stessi a sentirci, talora, diversi. E questo si è accentuato negli ultimi anni.

***

“Scrivi pure questo stupido testo, fammelo recitare come piace a te. Ma non potrai mai capire che il mio tentativo di cambiare nome e identità è qualcosa di molto profondo: non ha niente a che vedere con un banale imbroglio ordito per vincere i premi letterari e farmi beffe dei critici”. 

Mi risponde: “Se lo pensassi non sarei qui a sostenerti …”, ma è chiaro che me lo dice solo per farmi contenta. Gli resta un dubbio. Infatti inopinatamente aggiunge: “… però pretendere di conservare i due passaporti e di essere comunque nella legalità, è una sciocchezza persino per me!”.

***

Ecco, adesso il giudice chiama gli avvocati e li invita a fare le loro arringhe finali. Il pubblico ministero si perde in una noiosa serie di citazioni di sentenze e tecnicismi a cui il giudice presta un’attenzione professionale, ma che io non riesco a seguire. Quando il mio avvocato inizia a parlare, io continuo a sonnecchiare distratta. A un certo punto lo sento alzare il tono in modo sempre più appassionato tanto da catturare un poco della mia labile attenzione. Rimango esterrefatta quando lo sento urlare: 

“Vorrei essere una donna musulmana. Mettere il velo per affermare la mia identità. Togliermelo per ribadirla. Vorrei essere una donna musulmana, nera e lesbica. Invece sono un uomo occidentale, bianco e integrato. Non sono nemmeno omosessuale! E anche se lo fossi, non mi resterebbe più molto da rivendicare. Sono persino americano e non parlo che inglese.

Invidio tutte le minoranze, ma le donne musulmane più di tutti. Hanno qual cosa in cui credere, per cui combattere. Invidio anche gli uomini musulmani, discriminati e costretti ogni giorno a pensare per scegliere la propria strada tra opposte ragioni e diverse tradizioni. 

Vorrei essere una donna musulmana. Vorrei vestire un burqa per guardare senza essere vista. Poi togliermelo, mostrarmi nuda senza imbarazzi e sfidare chi mi costringe a coprirmi. Rimetterlo, poi per nascondere, quando lo voglio, me stessa. Proteggermi da chi mi spaventa, da chi mi desidera senza che io lo voglia. 

Come donna musulmana avrei le stigmate della diversità e dell’oppressione che mi danno il diritto di gridare in una società che reprime sottovoce le poche segrete passioni rimaste. Sarei considerata debole e costretta alla sottomissione. Potrei esserlo davvero. Ma potrei non esserlo. E non lo sono perché non voglio essere debole. La debolezza è una colpa. In molti casi sarei costretta a cedere. Ne soffrirei senza vedere via d’uscita. Non è questa la condizione di gran parte degli esseri umani che si lasciano cadere nello sconforto senza reagire a mille sfruttamenti morali e materiali? Ma potrei non soffrirne affatto. Perché non conosco alternativa. Oppure perché lotto e della sofferenza ne faccio una virtù. 

A me, donna musulmana nata e cresciuta in occidente, mi si regala la possibilità di lottare con convinzione per diritti che tutti mi riconoscono nel mondo in cui vivo, ma che la mia tradizione mi rifiuta. Posso lottare per una causa giusta avendo la simpatia di molti, forse di tutti. Rischierò la vita a causa di qualche fanatico? Può darsi, ma il gioco vale la candela. Più verosimilmente andrò incontro a discussioni e conflitti con la mia comunità che qui nell’occidente non conta molto. L’influenza della comunità d’origine sui comportamenti sociali dei musulmani è limitata e di conseguenza anche quella famigliare e personale risulta ridotta. Ma noi stiamo gloriosamente crescendo in identità e rispetto dopo essere stati umiliati per secoli da voi occidentali. 

Vorrei essere una donna musulmana per esibire le stimmate dell’emarginata e avere una ragione di esistere lottando per qualcosa di serio. Vorrei essere una donna musulmana, e in più nera e lesbica, per poter dimostrare ogni giorno che sono normale, che parlo perfettamente la stessa lingua e ho gli stessi sentimenti, le stesse  ambizioni di tutti. Che voglio gli stessi diritti umani e civili che la mia comunità non ha il diritto di negarmi e che lo Stato e la comunità civile mi devono garantire.

Vorrei essere una donna musulmana – e in più nera e lesbica, ma non ignorante. Quando finalmente gli altri, che si considerano normali, riconoscono che anch’io sono come loro e non c’è ragione né di discriminare né di non capirsi, che ognuno si esprime come crede e che la cultura, la pelle, il genere e il sesso sono solo una vernice, una buccia leggera, ma la sostanza di tutti gli esseri umani è la stessa e identica, che quando parli con me del più o del meno ti dimentichi presto del mio colore, della mia religione, del mio sesso e persino del mio accento straniero … vorrei essere una donna musulmana per poter invece gridare che non è vero! 

E rimettermi il velo per affermare la mia identità e urlare anche più forte che voi occidentali non siete gli unici nel giusto e quale sia la nostra dignità lo decidiamo noi e con il velo vi terrorizzerò. Non avrete paura delle bombe che potrei portare sotto il mio lungo vestito. La vostra paura nasce dentro di voi terrorizzati dalla mia capacità di stare tra voi eppure vestirmi diversamente, non credendo ai vostri dogmi, sentendomi bella e velata. Escludendovi. Davanti a me vi sentite nudi, imbelli e poveri. I diversi ormai siete voi, quei pochi che ancora credete di essere la punta avanzata di un’unica civiltà a cui tutti si devono conformare, ma che non riuscite più a definire né ad amare. Siete senza patria e senza religione. Le avete distrutte per liberare gli individui e ci siete riusciti. Ma adesso avete paura della solitudine. Nevroticamente vi create patrie e religioni surrettizie e strumentali che non penetrano i vostri cuori e appena sfiorano la vostra sottile pallida pelle. Patria, religione, famiglia non esistono più da tempo nell’occidente che volete difendere. Siete pochi o siete molti, poco importa, sarete sempre pochi perché poco contate. Tante unità divise non fanno un gruppo: siete diventati una massa informe di pochezza. Siete soli, un volgo senza nome che s’aggira tra fori cadenti. Avete perseguito deliberatamente questo obiettivo ed eravate grandi finché ne eravate lontani. Ora che l’avete ottenuto, non avete più nulla per cui impegnarvi e non sapete dove andare.

Il tuo antico partner ti abbandona. La passione è morta da tempo in entrambi. Ma tu ribadisci il tuo amore, labile e nervoso quanto irreale e ingannevole che pure ti immagini immenso e profondo. Parli disperatamente d’amore e di futuro e dei bei tempi trascorsi cercando di riesumare cadaveri putrefatti. Parli disperatamente di patria e di progresso e di profonde civili radici. Lo senti ma non lo ammetti che il futuro è scomparso ormai, la storia finita. Religione e patria sono burocrazie senza spirito. Come potrebbero restituirti quell’anima di cui hai voluto liberarti e finalmente hai per sempre perduto? 

Quando sono nato le donne avevano il velo, portavano il lutto e se non erano vergini non si sposavano. Le adultere non erano lapidate, ma condannate a pene più severe dei maschi. Ho sessant’anni! Le donne della mia infanzia non erano diverse dalle musulmane di oggi. Le classi sociali erano rigide e non bastavano nemmeno i soldi per superarne le separazioni. Ero figlio di operai, nipote di contadini. C’erano le classi sociali e si combatteva per abolirle. E io, a quale classe sociale appartengo ora? Abbiamo vinto sembra. Le classi sociali non esistono più, le abbiamo frantumate. Le ingiustizie rimangono, ma sono nuove e diverse così che non le sappiamo più combattere e forse nemmeno riconoscere.

Le donne degli anni cinquanta e le mie compagne del sessantotto hanno combattuto contro tutte le discriminazioni e hanno ottenuto quanto giustamente rivendicavano. Ma per combattere le guerre ci si deve armare. Una volta ottenuto il successo, non è facile riporre le armi. Per vincere si sono organizzate con la conseguenza che oggi hanno le loro associazioni. Noi maschi no, il nostro sesso non esiste, non è riconosciuto. Se ne lamentava Simone de Beauvoir quando diceva che esiste solo un sesso, quello femminile. Se prima era un privilegio dei maschi perché ci si considerava la normalità, oggi non è più così. In un mondo di diversi, essere normali comporta una discriminazione grave. 

Cercavo la libertà, il benessere e il rispetto sociale negati ai miei genitori. L’ho ottenuto assieme a tutti gli altri. Per lo meno, non sono più l’ultimo nella scala sociale, né per reddito, né per cultura, né per mentalità.

Sono cresciuto come un rivoluzionario e ora non posso che essere conservatore. Ne sono costretto perché la mia generazione ha portato a termine la rivoluzione. La crisi di identità è il prezzo della vittoria. Come diceva Wellington, la seconda cosa peggiore dopo una battaglia persa, è una battaglia vinta. The next dreadful thing to a battle lost is a battle won. Così che oggi mi sento in colpa di essere uomo e bianco e occidentale. Le donne mi fanno sentire in colpa. Ho paura.

Ma se, oltre che musulmano, fossi anche una donna, con o senza velo, potrei battermi per la libertà di tutte le donne. Senza velo quando esso è l’imposizione di una cultura tribale e violenta. Con il velo quando l’occidente mi costringe a seguire un modello di femminilità commerciale e omologata. Da donna musulmana combatterei il femminismo corporativo e arrogante che procede per inerzia non avendo più nulla da rivendicare quanto a parità con gli uomini. Vorrei affermare una diversità femminile alternativa e creativa, un modo diverso di stare nella società da quello proposto dai soli uomini agli altri uomini e alle donne che lo accettano mascolinizzandosi. E con questo lotterei per cambiare tutta la società – quella occidentale, maschile, la mia. La società si fonda necessariamente sul potere ed è sempre ingiusta perché “non esistono poteri buoni”. Ma chi in occidente critica ancora la società? Piuttosto richiediamo maggiori poteri per reprimere le devianze crescenti. Assorbiamo e accettiamo tutto. La diversità assoluta di ciascuno di noi da chiunque altro ci rende tutti uguali. L’entropia sociale cresce.

Con il velo direi che voglio essere donna anche senza esibire il mio corpo. Che l’essere donna può essere un modo di vivere, sentire, agire nella società con un proprio ruolo. Con il velo mi distinguerei da chi crede che l’occidente sia il meglio che Dio ci abbia donato e che abbia incaricato i “bianchi” di diffonderlo. Con il velo vendicherei l’umiliazione dei poveri del mondo i quali non si sentono assolutamente poveri nell’anima.

Se poi un giorno camminerò senza velo, sarà per dire che non accetto imposizioni né dagli estranei al mondo islamico che mi vorrebbero nuda come tutti noi occidentali privi di genere e tutti uguali; né dai musulmani che vorrebbero imporre un simbolo dal quale non mi permettono di sfuggire. 

Nessuno è oggi più libero di una donna musulmana. Le si apre la possibilità di lottare per principi giusti e opposti. Quelli che io non ho più. La donna musulmana può lottare a fianco dei suoi uomini, contro il razzismo anti-islamico, ormai non più strisciante, ma chiaramente esploso. Contro la tracotanza occidentale che vorrebbe imporre i propri indiscussi principi. Oppure battersi da sola, contro chi le nega la possibilità di uscire da casa alla ricerca di un’identità sociale basata su una scelta individuale. 

Contesto, certo, quelli che ubbidiscono passivamente agli slogan truculenti e strumentalizzanti di qualche leader manovrato da altri più leader di lui. I movimenti islamici sono gli unici che oggi disprezzano il nostro modo di vivere, la nostra ricchezza materiale. Non riusciamo a capire perché ci odiano e ci  combattono sicuri di vincere. Ci trattano con un senso di superiorità a cui noi non sappiamo rispondere travolti dall’anonimità e dai dubbi. 

Vivo a Indianapolis, in un sobborgo e parlo solo inglese. Cioè americano, come nei film. Mi sembra di essere considerato da tutti un Homer Simpson. Tutto quanto succede qui rappresenta la normalità del mondo. È vero, di cose strane e diverse ne accadono moltissime a ogni latitudine. Ma per noi non esiste altro, o meglio tutto l’altro è riferito a noi. 

Ma poiché voglio essere donna musulmana e ardisco negare quello che sono e credo solo nella lotta per affermare me stesso … non c’è nessuno più occidentale di me. E come tale sarò condannato a morire … .”

Finita la sua pietosa arringa e ritiratasi la corte, ci beviamo una birra quasi senza parlare. Chissà a cosa sarà servita quella stupida dichiarazione di volere essere una donna musulmana. Se c’era una remota possibilità di essere assolta, il mio avvocato è riuscito a perderla definitivamente. Per fortuna non me ne importa più di tanto e ci avviamo insieme per una passeggiata dal centro al traghetto che ci porterà a casa di là del fiume di Brisbane. Incontriamo solo ubriachi anglosassoni e aborigeni. Chissà fanno “gli altri”? Dove vanno a ubriacarsi? Esistono davvero questi presunti altri?

***

Avevo sei anni quando mi trasferii nella mia nuova patria. Non la consideravamo nemmeno una vera emigrazione, un nuovo paese. Piuttosto pensavamo a un normale trasferimento in un’altra regione culturalmente vicina, seppure così remota che di più lontane non ce n’erano. Ma vi si parlava inglese, si beveva the e, almeno noi inglesi, potevamo conservare la nostra deprecabile abitudine a cibarci di disgustose brodaglie e a fare tutto con una calma irritante.

A scuola parlavo con l’accento dell’Inghilterra e i miei compagni mi prendevano in giro per questo. Talora persino il maestro mi correggeva. Per gli altri immigrati era diverso. Parlavano inglese normalmente. Cioè con l’accento australiano, l’accento del posto, quello usuale, quello di tutti. Se ancora conservavano l’inflessione della lingua dei genitori, perché non erano andati all’asilo, in pochi mesi la perdevano. E comunque la loro diversità li rendeva interessanti agli occhi degli australiani che, di noi inglesi, credevano di conoscere già tutto e non gliene importava nulla.

Certo noi anglosassoni, tra cui alcuni pom meglio integrati di me, ci sentivamo superiori agli altri. Più che superiori, ci sentivamo quelli giusti, correct, quelli che erano come si doveva essere. Riportavamo tutti i comuni pregiudizi appresi dai nostri genitori e spesso dicevamo frasi come “io non uscirei mai con un italiano o con un greco o con un tedesco”. Per noi gruppo dominante – i “correct” – gli italiani erano tutti mafiosi, i greci ladri, i tedeschi ottusi e così via. Implicitamente, pur con tutti i difetti che riconoscevamo a noi stessi, davamo per scontato che alla fine, in ogni caso, i migliori eravamo noi. Talvolta le discriminazioni diventavano anche reali persecuzioni, di solito attuate in modo implicito e sottile. Quasi inavvertitamente, se non fosse che alla base covava una vera violenza derivante dalle nostre stesse frustrazioni. Succede così ovunque, nessuna meraviglia, nessun vero rimorso.

Con il passare degli anni, però, imparammo che non ci si doveva considerare superiori e nessuno poteva in alcun modo venire discriminato. I maestri, la televisione, i giornali, le organizzazioni degli immigranti suscitarono sempre più l’interesse e la curiosità per gli altri gruppi nazionali. Le discriminazioni restarono nella memoria di chi le aveva subite e di chi le aveva perpetrate. Senza troppa umiliazione per gli uni e senza una vera vergogna da parte di coloro che oggi vengono accusati di prepotenza. Gli anglosassoni si sentivano i padroni di questa terra che si erano presa, per volere di Dio, al fine di renderla civile. E consideravano opportuno, per il bene di costoro, assimilare i nuovi venuti alla propria cultura che ritenevano in buona fede superiore. Gli immigranti erano in fondo d’accordo con questo modo di pensare. Cercavano prima di tutto l’assimilazione. 

Quando io arrivai in Australia, vere discriminazioni non ce n’erano più. I gruppi etnici minoritari diventavano oggetto di studio e attenzione. Le sofferenze per l’assimilazione e la segregazione subite dagli immigrati riguardavano i genitori dei miei coetanei. I compagni di scuola che appartenevano a minoranze – integrati e assimilati quel tanto che era necessario – godevano del cresciuto interesse che si attribuiva all’identità etnica. In particolare godevano delle stimmate del martirio attribuite loro dalle prepotenze e dallo sfruttamento subiti in passato. Che venivano sottolineati anche al di là del vero, quasi per una forma di masochismo e auto negazione di noi anglosassoni. Pardon, anglocelti. I miei coetanei italiani, vietnamiti, greci o slavi, potevano andare orgogliosi delle proprie radici, delle sofferenze che nobilitano gli appartenenti a un popolo oppresso. E il loro privilegio consisteva nel fatto che in realtà essi personalmente non avevano mai ricevuto alcun vero danno dalla propria appartenenza etnica. 

Noi anglossassoni siamo continuamente depredati della nostra identità, non siamo nessuno. Siamo tutti diventati americani senza essere nient’altro. Nessuno si accorge di questo nostro disadattamento. Figurarsi poi se possiamo pretendere di essere compatiti. Non abbiamo una cultura perché abbiamo la cultura: ma essa non è più la nostra, siamo costretti a condividerla con tutti. Ed essa stessa è necessariamente cambiata. Non possediamo l’arcano di un mondo in cui possiamo essere comunità. Tutti cantano e conoscono le nostre canzoni, leggono e citano, tradotti o addirittura in originale i nostri libri, bevono le nostre bevande – il the, il whisky – conoscono tutto di noi attraverso i film americani. Gli americani soffrono più di tutti di questa situazione. Hanno diffuso la loro cultura con l’entusiasmo dei generosi e nel farlo l’hanno perduta poiché tutti se ne sono appropriati. Ci siamo privati di quella privacy a cui tenevamo tanto. Di quella nostra stranezza che faceva dire a Rosenkranz o a Guilderstern che in Inghilterra non ci si accorgeva dei pazzi, poiché lo erano tutti.

Da quando l’Australia ha intrapreso la via del multiculturalismo, a tutti viene riconosciuta una qualità che sta diventando di giorno in giorno più preziosa. Viene attribuita a tutti, tranne a noi inglesi. Una qualità che io credevo di possedere, per chissà quali motivi, ma che passava inosservata agli altri. Questa qualità oggi è la più preziosa nella società in cui viviamo: l’identità personale ottenuta attraverso la comunità etnica di appartenenza, e un ruolo nella società legittimato dalla propria diversità. L’essenza del multiculturalismo. E un’altra gran cosa … la possibilità di nascondersi e proteggersi in un luogo protetto e misterioso, una lingua ignota ai più che ti circondano. Più prosaicamente, la diversità a me sembrava che proteggesse i miei compagni di scuola. Se facevano una cosa sbagliata agli occhi di tutti, in non pochi casi venivano tollerati perché, si diceva, fa parte del loro sistema culturale, del loro modo di pensare, che va rispettato. 

Anch’io – credo – per queste ragioni sentii il bisogno di un’identità culturale, anzi multiculturale. Cominciai subito a percepire questa esigenza. Naturalmente in modo confuso ed emotivo come poteva accadere a una bambina di dieci o undici anni. Certo il mio problema non era solo etnico. Ci sono tanti pom e figli di pom perfettamente integrati. E altri disadattati non reagiscono nel modo che mi ha portato in questa aula di giustizia. Avrei potuto cercarmi un’identità e sfuggire all’anonimato facendomi un tatuaggio sulla fronte o un piercing sulla guancia. Scelsi un’altra strada.

Ci sono persone che si sentono protette e sicure quanto più somigliano alle altre. Quanto più si mimetizzano nella folla. Altre che cercano sicurezza nel sentirsi guardate, osservate, odiate e disprezzate eventualmente, ma diverse dagli altri. Disperatamente hanno tentato di somigliare alla massa. Poi, avendo perduto questa battaglia, si sono impegnate nel cercare la diversità. 

***

Aspetto tra questi pensieri il verdetto di una Corte di cui non mi fido. Decenni di sentenze viziate dal pregiudizio razziale contro gli immigrati non-inglesi peseranno su di me. Metteranno nel conto anche una parte delle stragi degli aborigeni. Diventerò la vera colpevole e con la mia condanna si laveranno la coscienza avendo riaffermato la forza del multiculturalismo. Non accetteranno il fatto che io mi sento – anzi sono – davvero ucraina. Più ucraina, più multiculturale dei veri ucraini. Perché io voglio esserlo. E voglio esserlo perché ne ho bisogno per il mio equilibrio mentale. O per il mio equilibrio sociale. E non c’è nessuna legge positiva che mi vieti di sentirmi ucraina. Perché allora, mentre mi è permesso di ottenere la cittadinanza di un altro paese, sono poi costretta nella prigione dell’etnia a cui sono assegnata per nascita? Ho cercato di evadere dalla prigione “inglese” e sono finita in un Tribunale australiano! Questa corte ingiusta sostituirà i pregiudizi razziali con altri di carattere multiculturale. Ma saranno sempre e solo pregiudizi, nulla a che vedere con una giustizia che pone tutte le persone sullo stesso livello. Io sono e voglio essere come mi pare. Soprattutto perché il mondo che mi circonda mi impone di definire me stessa secondo i parametri di una “cultura”. Non potendo più ascrivermi obbligatoriamente in una razza, in una classe sociale, nemmeno in un ceppo famigliare.

Mi si avvicina l’amico e mi dice: “Helen, stai tranquilla, lo scambio di identità per cui ti accusano non dovrebbe comportare una condanna grave. In fondo hai solo dichiarato il falso, ma non hai falsificato i documenti per ottenere un vantaggio che può essere oggettivamente provato”. Per difendermi, lui e gli avvocati intendono offendere i miei sentimenti più intimi.

“Okay, gli rispondo, ma sai bene che di questo non mi importa nulla. Non mi possono togliere il diritto a usare il nome che voglio. E nemmeno questo mi basta, voglio di più, per me e per gli altri”. 

Non è cattivo e nemmeno stupido. Solo che lui è cresciuto nella comunità italiana di Brisbane. Era protetto dal fatto che aveva un altro posto dove andare, un paese lontano, un’astrazione, per certi versi. Ma poteva sfuggire al disagio di sentirsi in una prigione culturale, nel determinismo di un modo di vivere non scelto. È più australiano di me, per certo. Sa come muoversi nella nostra burocrazia, nelle nostre leggi e nel nostro modo di pensare. Che sono le sue quanto sono mie e di tutti. Le strutture dello Stato moderno sono facili ad essere apprese, sono tutte eguali, basta una generazione e anche meno. Però, se appartieni a un’etnia, conservi le altre che sono complicate e piene di sfumature, in gran parte inventate. Difficili da acquisire, impermeabili all’estraneo, impossibili da penetrare. E se anche ci riesci, negano che tu ci sia riuscita, e in ogni caso cercano di impedirtelo.

Rivolgo ancora lo sguardo al parco e alla pioggia battente cercando di controllare un moto d’ira violenta e riuscendoci solo perché incrocio casualmente lo sguardo curioso e tranquillo di un cane di passaggio che si volge verso di me e sembra dirmi di stare calma, che te ne importa, piove e gli odori che sento sulla terra e sugli alberi sono anche più emozionanti. Vorrei ucciderlo per la superficialità di quanto ha detto, l’avvocato. Almeno vorrei spaccargli la faccia. Come avevo fatto con la mia compagna Claire Kennedy al liceo. Quando mi prese in giro perché aveva scoperto una delle mie tante bugie. Cioè quando apprese che mia madre non era irlandese di Galway. Che non parlava gaelico, che non aveva passato l’infanzia in una fattoria pascolando pecore e coltivando orzo e patate, come le avevo fatto credere. E che non eravamo poi così poveri e tanto meno contadini. Mia madre era del tutto inglese, nata e cresciuta nella città di Liverpool. In una famiglia del più piccolo e normale proletariato impiegatizio. Una generazione dopo essere stati proletari operai. Le parole gaeliche che mi ero inventata, le avevo apprese da un libro della biblioteca. Claire rideva e diceva che ero una stupida bugiarda. Anzi, più stupida che bugiarda. Dire certe fesserie non aveva senso. Se proprio si voleva mentire, valeva la pena di dire cose più convenienti come che si era figli di un nobile o che tuo zio aveva un castello. Non capiva l’importanza profonda che quella bugia aveva per me. 

Le spaccai quindi la faccia con un diretto destro ben assestato sulla sua mandibola sinistra. Come avevo visto fare nei più caratteristici pub irlandesi. Come avevo visto fare nei più caratteristici pub irlandesi al cinema e alla televisione americane. E se mia madre non era irlandese, io ero rissosa e violenta come una vera irlandese. Questo almeno Claire lo avrebbe riconosciuto anche se per i suoi schemi mentali continuavo a essere inglese, anzi pom, e la mia violenza era un fatto personale che non potevo in alcun modo giustificare culturalmente ed etnicamente. Quindi nemmeno eticamente.

***

“Helen Darville, declini le sue generalità”, fa il giudice con aria solenne.

“Quali?”, gli rispondo con tono di sfida. Rimane un poco interdetto. In effetti siamo convenuti per stabilire chi sono, come può chiedermi le generalità? Tuttavia, poiché è narcisista e istrione, decide di abbandonare la solennità dell’aula e procedere in modo smaliziato.

“Mi dica allora i suoi nomi, se non ce ne vuole dire uno solo!”. In aula qualcuno ride, altri reprimono la tensione.

“Io sono Helen Demidenko e qualche volta Helen Darville, ma presto potrei darmi un altro nome perché comincio a stancarmi di entrambi. Anzi forse, ora come ora, dopo essermi riconosciuta a lungo prevalentemente nella Demidenko e nella cultura ucraina, mi trovo meglio a essere la pom Darville, ma non escludo …”.

“Non escludiamo nulla Helen, va bene così se questo giova a stabilire la verità. Mi dica allora quanti anni ha”.

“Dipende signor Giudice! Vuole l’età biologica, quella psicologica o quella sociale? Ce ne possono anche essere altre e io ho l’età che mi pare. Non le dico di più, io rifiuto di mettere la mia età sulla carta di identità! È una violazione della privacy”.

“Adesso Helen lei vorrebbe sostenere che a ciascuno si dovrebbe offrire la possibilità, oltre che di cambiarsi il nome, di cambiare anche le generalità. Tutte le donne … oggi anche gli uomini in effetti … si cambierebbero la data di nascita per essere, anzi per essere considerati, più giovani”.

“Signor Giudice, io non sarei così estremista come lei. Credo che la data di nascita la si debba lasciare com’è, anche se deve rimanere un fatto privato. La questione è che dalla data di nascita non si ricava automaticamente l’età come si vorrebbe far credere ora. Quindi alla persona a cui si chiedono le generalità, si dovrebbe chiedere sia data di nascita, sia età, che sono due cose distinte. Mi pare un buon compromesso, no? Così io sono nata nel 1965, ma adesso che siamo nel 2004, voglio dichiarare di avere trent’anni, oppure sessanta o quanto mi pare opportuno per l’identità nuova”.

“Helen Darville, lei è accusata di aver usato documenti intestati a Helen Demidenko!”

“Signor Giudice, non ho usato documenti intestati a Helen Demidenko, io sono Helen Demidenko!”

“Mah, questo non è sostenibile dai dati in nostro possesso, lei è registrata come Darville, Demidenko è un nome aggiunto che non corrisponde a lei. Al più uno pseudonimo, un nom de plume”. Pronuncia “un” alla francese a sottolineare la conoscenza di quella lingua che probabilmente parlavano i suoi nonni o genitori. Si chiama Berger, un cognome francese. O tedesco? La cosa mi fa imbestialire anche di più perché mi rendo conto che non può essere dalla mia parte, almeno emotivamente. E cosa c’è di più emotivo di un processo?

“Chi stabilisce chi sono, a chi devo corrispondere, quali sono i termini della corrispondenza e chi li definisce? D’altronde lei mi ha chiesto “come mi chiamo”, cioè come io chiamo me stessa. Non ho allora il diritto di chiamarmi come voglio? E se sono gli altri a chiamarmi, la domanda corretta sarebbe “a che nome rispondi?”. E non ho il diritto di rispondere al nome che voglio? Se qualcuno vuole chiamarmi con un nome che io non riconosco – o non voglio sentire – io potrei non rispondere. E se non rispondo non serve chiamarmi. A meno che non mi si obblighi ad avere il nome che altri mi hanno imposto. Ma questa è la più grave mancanza di libertà che si possa pensare. Si rende conto, Giudice, quale gravosa imposizione?”.

“Signora Darville, nel nostro paese, sia pure con qualche limite, ognuno può, se vuole, cambiare il proprio nome, sarebbe bastato che lei ne avesse chiesto l’autorizzazione. Non c’era bisogno di falsificare i documenti”.

“Ma io non ho alcuna intenzione di cambiare nome e di privarmi della identità di Darville per prenderne un’altra. Le voglio avere tutt’e due, perché io sono entrambe a seconda del luogo, del periodo e delle emozioni che vivo. Anzi, presto mi potrebbe servire un terzo passaporto perché credo di essere sul punto di maturare una terza identità … vorrei essere una donna musulmana”. Adesso comprendo cosa intendeva il mio avvocato, che rivaluto.

“Cosa succederebbe se tutti avessero più identità, ci sarebbero problemi per l’ordine pubblico, dovremo condannare le persone a metà, cioè solo la parte di loro che ha commesso il crimine … “

“Bene, lo interrompo, così si consente alla metà innocente di loro di non subire una condanna ingiusta”, ma il Giudice lascia cadere la provocazione e continua.

“Tutti potrebbero declinare generalità diverse. Sarebbe una tragedia. Gli uffici anagrafe traboccherebbero di lavoro. Su Signora Demidenko, anzi Darville, cerchi di comprendere l’assurdità”. 

“Signor Giudice, io non ho due identità per sfuggire, per nascondermi. Piuttosto, le ho per avere pieno diritto ad essere me stessa in ogni occasione. E ringrazi il cielo che ho deciso di mantenere il sesso dichiarato. Perché potrei anche decidere di avere un’identità maschile e una femminile, oltre che le due etnie di riferimento che in definitiva qui sembrano il crimine più grave”.

“Ma Signora, lo sa che la parola “individuo” deriva dal latino e significa qualcosa che non si può dividere. Lei vorrebbe dividere se stessa in più indivisibili individui. La persona non è divisibile perché altrimenti non sarebbe un individuo. La legge non fa altro che ratificare un fatto incontrovertibile”.

“La scienza e la tecnica hanno consentito la divisione dell’atomo che non è altro che la traduzione greca della parola latina individuo. Le domando, Signor Giudice, perché mai la filosofia e il diritto non possano dividere le identità delle persone? Sarebbe lo stesso progresso della fisica applicato alle scienze umane. Perché la personalità deve necessariamente essere legata all’individualità, cioè all’unicità? Forse che la divisione dell’atomo ha comportato la fine della materia? Piuttosto ha consentito il progresso scientifico e tecnologico. In effetti ha prodotto anche la bomba atomica. La divisione della persona consentirebbe il progresso della libertà umana o la fine dell’umanità? Sarebbe necessario ratificare per legge costituzionale il diritto ad avere più identità, alla luce delle nuove scoperte psicoscientificosociali”.

“Sarebbe una confusione terribile”.

“Solo se si pretende di schedare tutti e tutto. Darebbe forse più lavoro agli uffici dell’anagrafe. Ma io le verrei incontro. Accettiamo il fatto cha una prima identità sia quella ottenuta per nascita, così tutti possono essere controllati a dovere. Non mi piace l’idea in linea di principio, ma capisco che ci possano essere delle ragioni. Se uno vuole si tiene l’identità, altrimenti la cambia, oppure ne aggiunge un’altra più consona a quello che egli o ella si sente di essere”. 

Il Giudice mi toglie la parola e mi considera qual cosa a metà tra la provocatrice e una pazza. 

********

Per quanto mi riguarda, il processo, l’accusa a cui sono chiamata a rispondere non è sulla falsificazione della mia identità. Io non ho falsificato nulla. Ho soltanto aggiunto un’identità a quella che avevo, e preteso che essa mi fosse riconosciuta. Uno Stato civile, che rispetta l’individuo, deve consentirgli di uscire dalla sua identità e di farsene un’altra. In teoria questo in alcuni casi è possibile. Ma allora, perché non riconoscere il diritto ad avere due identità? Due carte di identità, due passaporti, due vite? Tutte legali, naturalmente, e accertate. Non è forse vero che oggi viviamo vite multiple a differenza di un tempo? Una volta si aveva un solo lavoro che ti definiva professionalmente … oggi si fa il secondo lavoro e magari si coltiva un hobby che costruisce la tua personalità e identità sociale ancor più che l’occupazione ufficiale. Ci si sposa più volte e si fanno figli con più partner, tanto che si può parlare di ufficializzazione della poligamia, anche se, per ora, soltanto quella differita nel tempo. Si dovrebbero inventare nuove figure e nuovi nomi di parenti perché quelli tradizionali non sono sufficienti a definire e codificare le situazioni. Le relazioni tra uomini e donne, cui si aggiungono quelle omosessuali, sono complicate da sfumature che sono vere e proprie fittissime nebbie. E se i dubbi sulla paternità, un tempo sempre velata dal qualche incertezza, oggi è provata dal DNA, le maternità assistite aggiungono indeterminatezze e una pluralità di madri e padri. Si cambia lavoro, classe sociale, abitudini e residenza così spesso nella stessa vita che anche la vita diventa una somma di pezzi. E più che della propria vita si dovrebbe parlare delle proprie vite. Al plurale. Eppure l’etnia dovrebbe restare sempre la stessa! Perché?

Sulla falsificazione dei documenti possono giudicarmi. Che mi puniscano, è giusto, legittimo e non me ne importa affatto. Non mi interessa nemmeno difendermi come vorrebbe fare l’avvocato ebete. Ma soffro perché tutto il processo ruota attorno al fatto di aver vinto due premi letterari con il nome inventato. Non stanno processando una semplice bugiarda, ma l’identità stessa che mi sono costruita scrivendo il mio romanzo. Ogni allusione in tal senso mi fa rabbrividire dall’ira. 

“Non ti vergognare Helen, non è niente, da queste aule è passato ben altro”, mi dice l’avvocato, solerte nel sottolineare la propria imbecillità. La sua incapacità di capire. Io sono rossa di rabbia non di vergogna. Di rabbia vera per chi non riconosce il mio diritto a essere come voglio. A decidere chi voglio essere. Il mio diritto al passato che mi piace, costruito sulle mie scelte, forse sulle mie fantasie e sui miei sogni e non un passato impostomi. Non voglio sentirmi incatenata a un pregiudizio. Tutti riconoscono a parole il diritto alle libere scelte per il futuro, ma questo multiculturalismo deterministico mi carica del peso di un passato che rifiuto, mi priva del diritto di scegliermi il passato. E così facendo limita le mie scelte per il presente e per il futuro. Faccio parte della maggioranza discriminata. Informe e quindi deforme. Simpatizzo per coloro che subiscono le discriminazioni razziali e culturali e mi sento parte di loro. Ma nessuno mi riconosce questo sentimento. Ufficialmente non posso capirlo perché gli anglosassoni standard non possono avere questo genere di sentimenti!

“Certo che lasciarti intervistare imitando il presunto accento ucraino di tuo padre … ma come puoi aver pensato una cosa simile. Come potevi sperare che qualcuno non lo avrebbe scoperto immediatamente? Volevi fare uno scherzo che ti sta costando caro, troppo caro forse”.

“Non era uno scherzo”, gli dico … go back to where you once belonged …, parafraso una canzone dei Beatles e rinuncio a spiegargli perché. Non capirebbe il dramma di una persona che si batte per aver diritto a una via di fuga dal mondo delle appartenenze imposte. Non c’è nulla di ridicolo in quanto ho fatto. Invece, l’affermare che l’identità etnica può essere scelta, è un pericoloso atto sovversivo del pensare comune. Significa che uno può scegliersi liberamente i pregiudizi con cui vuole essere giudicato. Se così fosse, i pregiudizi perderebbero gran parte della loro importanza. Quanti sarebbero disposti ad accettarlo? Dai pregiudizi che ho rubato ne ho tratto un vantaggio. Di fatto sarò condannata per “furto di pregiudizio etnico”, un nuovo reato che sarà in futuro applicato dalla giurisprudenza. I critici hanno giudicato il mio libro degno di vincere i premi solo perché avevo falsificato la mia identità e mi ero impossessata del diritto di scrivere come appartenente a una minoranza … a più minoranze contemporaneamente. Non essendo riusciti a cogliere l’essenza del mio lavoro, si sono sentiti spiazzati per aver detto che nel mio scritto “si sentiva tutta la pregnanza del cattolicesimo ucraino unniate contrapposto al fatalismo russo ortodosso” … che sciocchezza! Avrebbero potuto semplicemente difendersi dicendo che io ho dimostrato che ciascuno, se vuole, può liberamente entrare nell’identità popolare di un altra cultura. Basta un piccolo sforzo attuato con convinzione. In fondo la cultura popolare è una forma di pensiero semplice e debole come ne esistono tanti oggi. Eppure tra i tanti pensieri deboli, al “non pensiero”, cioè all’inconscio si attribuisce una forza rabbiosa e invincibile. La paura del nostro inconscio comporta il divieto di sfidarlo? La scoperta e l’accettazione di uno straripante super-io infligge un’umiliazione infamante all’essere umano. All’io razionale sfugge il dominio di sé. Io avevo accettato e vinto la sfida con il mio libro, che era perfettamente in linea – secondo gli stessi critici – con il modo di essere ucraino. Mi vogliono privare di una vittoria ottenuta sul campo per mezzo di una sentenza di tribunale.

Per qualcuno il passato può significare sicurezza, senso di continuità. “Sangue e terra” avrebbe detto Mrs. Laura Laue, la mia insegnante di storia al liceo. Mrs. Laue avrebbe preferito farsi chiamare Laura von Laue, ma a detta sua, il governo tedesco aveva abolito i cognomi nobili. La presunta nobiltà, per lei, significava sottolineare il proprio legame con il luogo e la stirpe. Due cose di cui Mrs. Laue in effetti mancava clamorosamente. Figlia unica e orfana di entrambi i genitori, era immigrata appena ventenne dalla Germania nel dopoguerra a seguito del suo matrimonio con Oliver Kennedy, un sergente dell’esercito di occupazione inglese immigrato in Australia per fare il meccanico a Perth. Oliver aveva portato con sé Laura, che si era appena diplomata maestra a Monaco. Tutto sommato vissero bene insieme fino alla morte del povero Oliver avvenuta nel 1965 a seguito di un tumore, forse dovuto alla mansione che svolgeva in fabbrica. Se tra loro nasceva un’incomprensione, la imputavano sempre alla diversità culturale, alle proprie diverse radici. E risolvevano tutto dicendo che non avrebbero mai potuto comunicare perfettamente a causa della diversa origine.

Mrs. Laue era impregnata fino al midollo dell’idea che noi siamo per l’appunto essenzialmente “sangue e terra”. Un’idea astratta e tipica di una certa cultura tedesca che tanta responsabilità ha avuto nel giustificare alle masse le guerre e alcuni stermini dell’ultimo secolo. Mrs. Laue parlava anche di Volksgeist riprendendo qualche lettura giovanile di Herder. Esaltava le sue origini etniche che partivano dal villaggio per dipanarsi a Rosenheim, le Alpi, l’Alta Baviera, la Baviera, la Germania, la Mittel-Europa, l’Europa e … basta. Aveva comunque sempre bisogno di un riferimento territoriale e non mancava di ricordare le sue origini nobili e le peculiarità della vita dei genitori, dei nonni, dei bisnonni, dei trisavoli. Per raccontare di sé non poteva fare a meno di risalire ad antenati medievali dei quali era convinta di aver conservato gran parte degli aspetti caratteriali. E menzionava anche parentele più o meno lontane come quella con un noto fisico, certo Max von Laue. Mrs. Laura Laue sentiva di essere quello che erano stati i suoi presunti parenti. Tutti i luoghi citati erano piccoli villaggi, comunità particolari. Tutte le persone che costruivano la sua storia denotavano originalità e particolarità sospette.

Io ero estasiata quando Mrs. Laue parlava e la invidiavo. Avrei voluto anch’io appartenere a una comunità i cui membri erano uniti da vincoli carnali e i cui comportamenti erano tutt’uno con il clima, la vegetazione, i monumenti, le case di famiglie che le abitavano da generazioni. Come sosteneva Laura Laue, la quale aveva comunque vissuto in orfanotrofio per cinque anni finché, prima una zia, poi uno zio l’avevano accolta con loro e i loro figli in case in affitto. Prima a Rosenheim, poi a Passau e infine in un’anonima periferia di Monaco.

Non mi ci volle molto – anche perché sono terribilmente diffidente – a comprendere che Mrs. Laue raccontava delle frottole colossali e che le sue erano immaginazioni. Ma che meravigliose bugie! Alle quali ormai ella stessa credeva e vi aveva costruito intorno la propria esistenza. Decisi di fare altrettanto, ma dovevo trovare l’appiglio per ideare il passato che mi mancava, per trovarmi un sangue e una terra. Io che, come gli androidi di Blade Runner, mi sentivo diversa dagli esseri umani perché mi mancavano le memorie, anche se soltanto quelle collettive. I miei ricordi erano tutti interrotti. Mi apparivano banali. Mi sembrava che per poter essere umana avrei dovuto essere il frutto di generazioni, di reincarnazioni successive. Ma anche di avere un luogo fisico da dove provenire. Io, Helen Darville, ero il frutto più puro dello sradicamento della modernità, della globalizzazione della cultura, dell’anonimato e dell’individualismo. Questi erano i valori su cui potevo fare affidamento, quelli su cui si erano formati i miei genitori, quelli su cui la cultura – la mia etnia – aveva elaborato per secoli. Su questo e solo su questo, se me lo avessero permesso, avrei fatto leva per ritrovare con pieno diritto un posto in una società che sembrava escludermi. Ma dopo averlo insegnato per generazioni, ci si rimangiava tutto e si asseriva che noi siamo il prodotto della nostra cultura e a questo destino non possiamo sfuggire. Ma la mia cultura ha negato per secoli “le culture” e ha adottato un’idea universale e standard di progresso che oggi improvvisamente rifiuta.

Ieri si parlava di razza. Oggi si dice “cultura”, ma entrambi i termini servono solo a ingabbiarti in schemi da cui non ti lasciano sfuggire. Ti giudicano sulla base della tua cultura con gli stessi pregiudizi con cui ieri ti inquadravano negli stereotipi della razza. I neri sanno ballare e cantare e gli ebrei sono intelligenti e i giapponesi lavorano tanto e in perfetto ordine. Ma sono timidi e introversi. Nelle sue Réflexions sur la question juive, Sartre ci ricorda come Maurras sostenesse che gli ebrei non possono comprendere quel verso di Racine che recita “Dans L’Orient désert qui devint mon ennui” poiché, per gli ebrei, Racine sarebbe estraneo sia alla loro storia che al loro sangue e al loro suolo. Così mi si diceva che io, inglese, angloceltica, non avrei mai potuto comprendere le specificità dei comportamenti degli italiani, dei tedeschi o dei russi. Perciò, quando per varie ragioni mi trovavo in difficoltà, di fronte a un insegnante, o con compagni a cui risultavo antipatica, o ancora con qualche persona scortese sull’autobus e per la strada – e tutto questo mi succedeva spesso – fingevo di essere straniera per giustificare il mio disagio, la mia diversità. Talora lo pensavo soltanto e anche solo questo mi dava un attimo di sicurezza. Cercavo protezione nella diversità per la mia incapacità di sentirmi a mio agio in me stessa.

Io mi rifiuto di essere assegnata da altri a una cultura, così come rifiuto qualsiasi concetto di razza che discrimini l’umanità. Soprattutto se la mia cultura di fatto non esiste o è annacquata come quella dei pom. Ed essere pom  significa essere meno di meno nella nuova società multiculturale australiana. Che esalta il diverso … purché non si occupi di cose essenziali e accetti – anzi sottolinei – il folklore multietnico. La cultura anglosassone, diffusa in tutto il mondo, è la meno caratterizzata, proprio perché è quella dominante. Chi conosce più il folklore inglese? Scomparso con la rivoluzione industriale e dichiarato definitivamente defunto con la globalizzazione. Fagocitato dalla grande standardizzazione americana a cui noi siamo i più esposti … il fatto di parlare la stessa lingua ….. non ci tiene più divisi. Ormai. Pace G. B. Shaw.

Dopo pochi mesi dal mio arrivo in Australia avrei potuto parlare con un perfetto accento australiano, sebbene i miei genitori non abbiano mai perduto quello inglese. In realtà conservai un modo di parlare strano il più a lungo possibile per giustificare la mia diversità. Il mio disadattamento proveniva anche da altri fattori. A scuola andavo male, mi rifiutavo di leggere e non riuscivo a scrivere. Non solo perché ero una pom, certamente. I miei problemi nascevano anche nella mia famiglia, nella gelosia che nutrivo per mia sorella minore, nello scarso affetto dei miei genitori e via dicendo. Cose normali, che nulla hanno a che a fare con il multiculturalismo. Se non avessi avuto problemi personali e famigliari, del multiculturalismo me ne sarei disinteressata. Ma non è questo il punto.

Guardavo con invidia ai miei compagni italiani, tedeschi e greci. Persino gli aborigeni, che si diceva si fossero praticamente estinti, adesso riappaiono e se ne studiano usi e costumi. Una volta un anziano tassista, parlando con un mio loquace amico italiano appena arrivato in Australia, gli disse: “Gli aborigeni? Fino a qualche anno fa ci dicevano che erano ormai pochissimi e vivevano nelle loro riserve. Adesso sono improvvisamente diventati numerosi, si fanno festival e celebrazioni della loro cultura, se ne vedono sempre di più in giro e Brisbane è piena di negozi di arte aborigena. Non ci capisco più niente!”. E lo diceva con sincera sorpresa, senza odio né arrogante superiorità. Gli aborigeni erano diventati, come tutti noi, animali urbani. Come gli umani e i topi delle fogne, i gabbiani e le volpi un tempo liberi nei cieli e nei boschi.

Per trovare e affermare la mia identità cominciai a pensare di spacciarmi per un’appartenente a un gruppo minoritario del multiculturalismo. Prima di tutto pensai di essere italiana, ma ero troppo bionda, alta e distante dallo stereotipo. Inoltre non ne valeva la pena. Di italiani ce n’erano già tanti, venivano da un paese importante e se la cavavano bene. Se dovevo trovarmi un’identità artificiale, inventata, preferivo qualcosa di veramente minoritario e disgraziato. Pensai a diventare irlandese di lingua gaelica, ma gli irlandesi erano già troppo integrati. La soluzione più ovvia sarebbe stata quella di inventarmi ebrea. Intanto avrei potuto convertirmi alla religione ebraica e acquisire quindi un diritto oggettivo di appartenenza alla comunità. Diversa e uguale, con in più l’aureola del popolo dell’olocausto. Era proprio quello che desideravo. Allora cominciai a odiare gli ebrei perché erano troppo uguali a me stessa mentre io desideravo essere diversa anche da me stessa. In verità, quando vedevo i film sull’olocausto, mi commuovevo e provavo una rabbia profonda verso le discriminazioni razziali. La stessa rabbia la nutrivo per qualsiasi forma di persecuzione ingiusta. Si trattasse degli omosessuali, di appartenenti a partiti politici, di negri o altro. Soffrivo per i diversi con i quali sempre mi identificavo. Ma l’olocausto mi provocava disagio. Alla fine gli ebrei li detestavo perché, grazie ai campi di concentramento, grazie alla morte di sei milioni di loro, ai sopravvissuti viene attribuita una personalità che non ha paragoni con qualsiasi altra. In più l’odierno antisemitismo, talora subdolo perché vestito di ammirazione e diffidenza, giova solo agli ebrei stessi, ne rinforza ulteriormente l’identità senza far correre loro veri rischi. Gli ebrei sono il simbolo della diversità e allo stesso tempo, oggi, dell’integrazione. Il popolo più “ricco”, poiché nella società odierna possiede il bene più prezioso che non è certo il denaro, ma l’identità!

Fu così che quando esplose il caso Demaniuk, decisi di spacciarmi per ucraina. Da ormai molti anni, Demaniuk era un operaio a Detroit quando qualcuno l’accusò che durante la guerra era stato collaborazionista dei nazisti e aveva compiuto atti di ferocia inaudita nel campo di Treblinka. Sull’identità di Demaniuk – già il nome suona diaboliko – il tribunale israeliano non giunse a stabilire una conclusione certa. L’ucraino accusato di essere stato il boia di Treblinka venne massacrato dall’opinione pubblica sebbene non si divenne mai certi della sua identità. A me piacque, nel romanzo che scrissi, cercare attenuanti al boia di Treblinka, giustificandone il comportamento attraverso le meno celebrate vessazioni subite dagli ucraini a opera dei russi e soprattutto per mano degli ebrei comunisti russi. Quelle mani che “firmarono la carta”. Che soddisfazione pensare e scrivere che Demaniuk vendicava le angherie sopportate dagli ucraini a opera di ebrei comunisti. Che stupidaggine e quale meravigliosa superficialità – ma avevo vent’anni! – descrivere il multiculturalismo in termini di etnie in lotta che si odiavano e si massacravano a vicenda. Che non si capivano e volevano restare divise. Che tutti i rapporti tra persone dipendevano dalla loro razza, lingua e cultura. In fondo così mi veniva insegnato a scuola e dai media. 

Inizialmente mi bastava far credere alle persone che incontravo sull’autobus di essere di origine ucraina. Poi lo dicevo ai nuovi amici. Quando mi trasferii all’Università mi ero a tal punto convinta di avere il padre ucraino che lo raccontavo a tutti. Mi ero persino costruita – a suon di menzogne e fantasie – una famiglia virtuale multiculturale, con zie e parenti irlandesi che parlavano gaelico. In questa fittizia felice famiglia multiculturale si usava la lingua diversa per non farsi giocosamente comprendere dai coniugi. Le parentele includevano anche relazioni e contatti con personaggi noti, non certo positivi, ma conosciuti. In particolare con il terribile Demaniuk. E mi sentivo bene. Descrivevo gli usi e costumi del mio popolo e se gli altri percepivano una mia diversità che era poi la mia vera personalità … era naturale imputarla al mio essere figlia di ucraini. Anzi, una vera ucraina. Così mi sentivo protetta nel mondo che mi ero creata. D’altronde quanti sapevano com’erano e cosa facevano davvero gli ucraini? E non erano essi stessi di fatto scomparsi nella grande omologazione della modernità industriale e urbana sovietica?

Dopo un po’ di tempo che mi spacciavo per ucraina, a dire la verità, me n’ero stancata. Ma non era facile liberarsi delle relazioni che avevo costruite sull’innocua menzogna iniziale. Quando poi cominciai a ottenere brillanti risultati negli studi e pubblicai i miei primi racconti, la personalità fittizia che mi ero fabbricata, cominciò a pesarmi. Ci ero ormai affezionata e il più delle volte mi trovavo a mio agio in essa. Ma ormai non ne avevo più bisogno. Ero diventata me stessa, avevo ritrovato quella parte di me lasciata, forse, in Inghilterra o più probabilmente perduta in qualche ritorsione famigliare.

Anche al mio ragazzo avevo mentito. All’inizio la nostra relazione non poteva essere migliore. Però ogni tanto capitava che mi si rivolgesse dicendomi: “Voi ucraini …”. La cosa, che mi aveva dato sicurezza nei primi contatti con lui, dopo un po’ cominciò a imbarazzarmi. Avevamo una grande confidenza su tutto. Ci amavamo davvero. Ma non riuscivo a confessare, nemmeno a lui, che mi ero inventata tutto a riguardo della mia discendenza e della mia terra. E questo sostanzialmente perché la mia identità fittizia era stata esageratamente importante per me nell’acquisire carattere e sicurezza. Io stessa l’avevo sottolineata fin quasi al fanatismo. Sentivo – e questa sensazione mi impediva di uscire dall’equivoco – che anche per gli altri non ero importante soltanto io, ma quello che rappresentavo con il mio passato inventato. E se avessi rinunziato al mio passato immaginario, mi rendevo conto che il giudizio degli altri rischiava di cambiare. Mi avrebbero giudicata comunque solo sulla base di quanto avevo inventato. Il mio desiderio di essere come desideravo non sarebbe stato trattato come un’innocua bugia, utile solo a me stessa, ma come un grave inganno ai danni degli altri. Un alto tradimento. Avrebbero fatto la figura degli imbecilli per tutti i pregiudizi che avevano dimostrato. Persino Richard, il mio ragazzo, la persona che mi aveva accettato più di ogni altra per quello che ero, che gli dimostravo nell’intimità. Lui che conosceva le mie sensibilità e le mie certezze, che percepiva in anticipo i miei umori e mi sapeva comprendere anche quando avevo un comportamento insensato. Cioè spesso. Eppure anche con lui non mi sentivo libera dalla mia identità etnica. E non sapevo più, né con lui né con me stessa, quale fosse quella vera e quale la fasulla.

Quando il mio ragazzo ha saputo della vicenda mi ha lasciato. Perché non ero ucraina, non solo perché gli avevo mentito. Avevamo già avuto problemi di altro genere e in realtà della nostra relazione non me ne importava più nulla da qualche tempo. L’avevo tradito ripetutamente e non avevo mai smesso di essergli di peso con le mie lamentele e i cambi di idea sul futuro. Lui accettava tutto questo e anche le mie menzogne che prima o poi gli confessavo a cuor leggero. Ma non riuscì ad accettare che gli avessi mentito sulla mia origine culturale. Un tradimento lo poteva accettare e perdonare perché gli sembrava che riguardasse una sola parte di me stessa, della nostra vita. Ora lo capisco. La frammentazione della mia personalità mi annullava ai suoi occhi come individuo. Non sapeva più chi fossi davvero. Lo avevo privato del diritto ad avere e giudicare attraverso pregiudizi. Senza i pregiudizi non riusciamo a capire più nulla. Spiazziamo il prossimo e il prossimo ci odia in modo viscerale. In fondo io lo avevo smascherato così come avevo smascherato i critici che mi avevano assegnato i premi basandosi sulla mia presunta identità, anziché sul valore del mio romanzo. Questo non è sopportabile emotivamente da nessuno. Inutile essere scientifici, moderni e dire che i pregiudizi uno se li può costruire artificialmente. Si dice che la mente è come un paracadute: funziona solo se è aperta. Ma persino un paracadute, se è troppo aperto, se non riesce a contenere l’aria, non funziona a dovere.

Cominciai a credere che gli altri avessero diritto a conservare i loro pregiudizi perché solo così potevano svolgere un qualsivoglia ragionamento. Laddove io mi sentivo incapace di giudicare, persino di rendermi conto di quanto mi stava intorno. La realtà del mio paese era frutto di tali pregiudizi etnico-culturali, di queste nuove appartenenze a tribù che avevano radici in un passato prossimo o remoto, in paesi lontani e ormai inesistenti, in situazioni superate. Erano feticci, come la Baviera di Mrs. Laue. Ma svolgevano la loro funzione. Il multiculturalismo è diventato un linguaggio da cui non si può prescindere. Solo all’interno di esso si può sperare di essere compresi. Tanto vale accettarlo.

Ma io che non lo avevo capito in tempo, mi trovavo condannata a fingere con coloro ai quali avevo inizialmente mentito le mie origini. Non avrebbero capito lo spirito di ricerca che mi animava. Vivendo per vari anni in questa mia menzogna, avevo potuto comprendere a fondo molti aspetti del pregiudizio etnico e culturale.

Fu così che decisi di scrivere il mio libro. Fu così che caddi dalla padella nella brace. Credevo di chiarire e giustificare la mia menzogna dicendo che mi era servita per scrivere il libro, per percepire le reazioni della gente verso un’appartenente a una minoranza, che era stata una ricerca, eccetera, eccetera. Pensavo che, una volta pubblicato il volume a nome Helen Demidenko, la mia identità sarebbe uscita allo scoperto, ma avrei potuto giustificarmi affermando che la falsificazione del mio nome mi aveva agevolato nella ricerca della documentazione. Se poi questo aveva anche favorito la mia ricerca interiore e la mia collocazione nella società, avrebbe potuto restare un fatto personale. Sarei stata lodata per il mio coraggio nel sostenere posizioni difficili e sarei uscita definitivamente dall’equivoco che imprudentemente e, secondo alcuni impudentemente, avevo costruito.

Le cose non andarono come pensavo e ora sono in questa corte di giustizia per rispondere di reati non certo di poco conto. Mi ha fatto male sentirmi abbandonata da tutti gli amici e dai miei insegnanti. Anche da Mrs. Laue che in fondo non aveva tenuto un comportamento diverso dal mio, se non che le sue bugie erano più credibili e innocue. Anzitutto non aveva nessuno che potesse ricordare – soprattutto a lei stessa – quello che veramente era. Anzi nessuno lo sa e a nessuno interessa. Inoltre Laura non né mai diventata famosa per aver scritto un libro provocatorio, contro corrente come invece ho fatto io. 

Il ciarliero amico italiano che ha scritto questo racconto, non ha mancato di sottolineare quanto il mio romanzo sia di una superficialità pazzesca. Che tutto il problema della diversità e della libertà sembra ridursi alla possibilità di parlare lingue diverse e di esprimere una superficiale diversità. Dice anche che è terribilmente banale nell’incasellare, come faccio io, ogni personaggio a seconda della sua origine geografica sorvolando sulla descrizione delle sue specifiche qualità umane personali. Ma non ha capito niente, questo è chiaro. In effetti tutto il mio descrivere le persone sulla base della loro lingua è simbolico, e va interpretato come un messaggio. Io lo capisco, anche se lui non capisce me. Egli si rifugia nella negazione di una sostanziale diversità tra le diverse cosiddette culture. Prende in giro chi lo fa. Evita quindi di impegnarsi nella ricerca delle distinzioni e delle differenze e si concentra nella ricerca delle somiglianze. Così si sente meno diverso. Anche questa sarebbe una soluzione possibile. Ma tutto congiura perché una tale convinzione venga annullata e il linguaggio multiculturale diventi fonte di creazione di reali diversità. Il prezzo potrebbe essere quella mancanza di libertà a cui io mi sono ribellata e mi ha portato in questa aula di tribunale.

“L’imputata Helen Darville, detta Demidenko, si alzi per ascoltare la sentenza!”. Sì mi alzo, ma non abbandono il mio atteggiamento di sfida. Non mi piace perdere e sto per subire una grande umiliazione, quella dell’incomprensione, della sconfitta. Non c’è umiliazione più grave per uno scrittore che vedere interpretato al contrario ciò che aveva tentato di esprimere. E qui, oltre alla scarsa considerazione verso le mie qualità di scrittrice, rischio una pena severa. Mi consolo pensando che anche Galileo fu costretto a ritrattare.

L’enorme finestra dell’aula che dà sul parco è chiusa. Prima di ascoltare la sentenza la apro senza che nessuno ci faccia caso. Esco sul balcone e rivedo il cane di prima, quello con gli occhi tranquilli. Ci guardiamo di nuovo. Sembra dirmi: “vieni, raggiungimi qui nel parco …”. È quel che farò tra poco e mi dimenticherò di tutto questo. Inizierò una nuova vita con il mio nome del quale non mi importerà più nulla. Non avrò più bisogno di inventare storie, tanto meno di scriverle come fa il ciarliero amico italiano che racconta la mia storia per spiegare quello che per i più è inutile capire[1]


[1] Avevo scritto questo saggio in inglese circa vent’anni fa mentre vivevo a Brisbane. È molto liberamente tratto da un caso effettivamente capitato. Nel 1994, Helen Darville, sotto il falso nome di Helen Demidenko pubblicò il romanzo The Hand that Signed the Paper, Allen & Unwin, St. Leonard NSW, Australia. All’autrice, allora appena ventiduenne vennero assegnati due prestigiosi premi letterari australiani, il Miles Franklin Literary Award e l’Australian Vogel Literary Award. Quando si scoprì il vero nome dell’autrice scoppiò un caso in quanto la critica aveva costruito il giudizio sull’opera sul fatto che l’autrice apparteneva alla minoranza ucraina. Ma Helen Darville risultò alla fine essere australiana di pura origine inglese. 

Questo racconto ha un’altra peculiarità: era stato scritto inizialmente sotto forma di saggio e pubblicato in una rivista di sociologia, con l’usuale corredo di note e con un linguaggio impersonale. A un certo punto ho capito che la motivazione che mi aveva spinto a scrivere il saggio era molto più emotiva che scientifica e nasceva da una sensibilità e un’immaginazione della personalità dell’autrice. E ho creduto di esprimere meglio quanto pensavo e sentivo raccontando una storia …

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