Gap

Gap è una città del sud della Francia ai piedi delle Alpi. Famosa per gli arrivi di tappe che hanno creato la storia e il mito del Tour de France. Ma “gap”, in inglese significa anche differenza, mancanza, quel intervallo che si frappone tra la realtà e l’illusione della piena soddisfazione cosicché la vita indugia a Gap

Stamattina ci siamo svegliati più presto del solito per potere mangiare con calma e iniziare la preparazione per il tappone alpino di oggi. Duecentoventi chilometri con quattro salite due delle quali a oltre duemila metri. Ieri mi sono riposato, per così dire. D’accordo con il mio direttore sportivo e i dirigenti ho cercato di arrivare appena entro il tempo massimo sprecando il minimo di energie. Eppure, stamattina sento male alle gambe ancor prima di partire. “Non ti preoccupare, è l’emozione”, mi dice il direttore sportivo, “oggi corri da capitano, la squadra lavorerà per te”. Lo so, che è l’emozione, ma il male alle gambe rimane. Conoscerne la causa non cancella il problema. E poi lo so benissimo che quelle poche volte che devo correre per vincere, da capitano, mi viene male alle gambe e mi sembra di avere tutti i dolori e le malattie del mondo. Corro da molti anni e questo è il mio ottavo Tour, ma ho corso anche dieci Giri d’Italia, tre Vueltas, centinaia di corse e tutte quelle importanti. Di solito faccio il gregario e non sono abituato a correre per vincere. Non sono affatto un brocco, sono un gregario di lusso, come si dice. Avrei potuto ambire a fare il capitano, ma ho sempre preferito lavorare per la squadra piuttosto che cercare una vittoria in più che non è detto che sarebbe venuta, o una buona posizione in classifica in una grande corsa a tappe. La natura mi ha dato moltissimo: lo scatto e una resistenza eccezionale, la potenza per spingere rapporti lunghi e allo stesso tempo un corpo leggero facile da far levitare sulle salite. Ma mi ha negato il carattere vincente. Nel ciclismo se lo vivi da corridore, nei rapporti veri tra compagni di squadra, allenatori e dirigenti, non avere il carattere vincente non è solo un difetto. Appena l’ho capito, mi sono reso conto che i miei idoli, i miei modelli di riferimento non erano Armstrong o Indurain, nemmeno Hinault e meno che meno Merckx. Piuttosto mi identificavo in Van Springel di cui mio padre tesseva le lodi.

“Piero, passa dal dottore, ti darà indicazioni precise per l’alimentazione, poi vieni con noi a fare colazione”, mi dice con una certa gentilezza il DS Ettore che mi segue da quando ero giovanissimo. Mi faccio sospettoso. Perché questa gentilezza e quasi ritrosia in quell’invito? I dottori nel ciclismo sono importanti. Per loro, e in parte anche per i DS, i ciclisti non sarebbero altro che reazioni bio-chimiche rovinate dal fatto che talora hanno anche un po’ di cervello e qualche emozione incontrollabile. D’altra parte, sono questi sentimenti e l’incontrollabilità degli esseri umani che rendono lo spettacolo affascinante e vero. Il Tour è una sagra miliardaria e globale in cui si svolge un reality show il cui esito non conosci. Come tutti i reality è un poco addomesticato, ma rimane molto spazio per emozioni vere. Noi partecipiamo a questo gioco perché è una professione, guadagniamo bene. Siamo ciclisti professionisti per caso, siamo capitati in questo ambiente come avremo potuto essere altrove. Se siamo qui è perché abbiamo passato molte selezioni e forti e resistenti ci eravamo nati. Oltre a questa condizione imprescindibile, il caso, la famiglia, gli amici hanno giocato un ruolo decisivo. Naturalmente ci piace correre. A tutti piace quello che si impara a fare bene, soprattutto se non si è imparato a fare altro. E come avremmo potuto se già a sedici anni mi dovevo allenare quattro o cinque ore al giorno? Ero una promessa e a quell’età ero sicuro che sarei diventato un campione. Ad altri mille o diecimila in tutto il mondo i direttori sportivi dicevano che sarebbero diventati campioni.

Gli rispondo al DS: “Guarda che non prendo niente, non voglio rovinarmi la carriera e la reputazione proprio adesso che sto per smettere. E nemmeno la salute”.

“Figurati, non conviene neanche a noi”.

Bella risposta, penso. Vuol dire che se gli fosse convenuto, non avrebbe esitato a doparmi. Vedo il dottore che mi riempie di pastiglie, gel e integratori raccomandandomi di assumerli a ore specifiche e in luoghi precisi: prima o dopo le salite. Aveva predisposto il piano con il DS. Io devo obbedire, ma quando mi dice di preparare il braccio per l’endovena, mi ritraggo e dico di no. 

“Guarda che sono solo carboidrati a lento rilascio, leggi l’etichetta”.

Insisto per non volere la flebo. Allora chiama il DS per convincermi che non c’è nulla di proibito in quell’enorme flebo. Ettore la mette sul piano politico:

“Piero, guarda che oggi dobbiamo vincere. Ho già preso accordi con le squadre maggiori e hanno detto che ci lasceranno andare. Il patron ha minacciato che chiude la squadra se non vinciamo almeno una tappa e il dirigente ha trattato con chi ha potuto. È una questione di milioni di pubblicità. Nessuno italiano è riuscito a vincere ancora e la tua vittoria andrebbe su tutti i giornali. Se oggi non vinci rischiamo di restare tutti a casa l’anno prossimo e tu sei l’unico di noi che può farcela oggi”.

Dico: “Non basta quello che prendo per bocca, abbiamo preparato l’alimentazione adatta e tu lo sai che sono capace seguirla perfettamente”.

Ettore tronca la discussione con la frase a cui non posso davvero ribattere: “Se non vuoi farlo per i dirigenti o per me almeno pensa ai tuoi compagni che lavoreranno per te”. 

Mi adeguo, come potrei tradire i miei compagni. E poi capisco che rischio poco o nulla. Sono sicuro che non è doping. Sarebbe troppo rischioso anche per loro se venissi scoperto dopato. Ho letto la composizione dell’intruglio che già mi stanno iniettando. Ormai mi intendo di queste cose. Sono parte del bagaglio professionale di ogni ciclista più ancora che moltipliche, cambi e telai. Il ciclismo è uno sport strano e ingiusto: vince la squadra, ma sul podio ci va uno solo. È uno sport in cui non si è tutti eguali, molti s’immolano alla Divina Vittoria che concede la gloria a uno solo. Le gerarchie tra compagni alla lunga le determina anche la strada, ma in buona parte derivano dai rapporti che sai intrattenere con i compagni, con il Direttore sportivo, con i dirigenti e con gli sponsor. Dalla sicurezza che dai all’ambiente. Io con tutte le mie paure e fragilità emotive, ne ho sempre data pochissima. Nel calcio, nel basket, nel rugby è diverso: vince davvero la squadra e nessuno ha mai vinto una partita da solo, nemmeno Maradona. Il ciclismo è classista, educa a servire e a comandare sulla base di gerarchie definite dall’esterno prima della gara e solo il caso o un’audace e rischiosa disobbedienza ti potrà dare l’occasione di farti notare così da salire la scala gerarchica. Nel calcio il ruolo di leader te lo puoi guadagnare da solo sul campo. E se non c’è un leader si può giocare bene e vincere lo stesso. Nel ciclismo talvolta un campione può vincere anche senza squadra, ma senza un campione nessuna squadra potrà mai vincere.

Scendo a colazione. Ho l’impressione che le energie della flebo stiano già facendo effetto. Mi è passata la paura. Non è una questione di psicologia. Sento il mio corpo pieno di energia e di conseguenza più pronto ad affrontare la gara. Anche la paura della fatica va scemando. L’emozione di uno sportivo nasce nel cervello, nella psiche e nelle insicurezze radicate, ma ha la sua origine anche nei muscoli. Se sei in forma, le emozioni svaniscono più facilmente. Faccio un cenno di questa mia convinzione al medico che si era seduto vicino a me a tavola. Gli si illuminano gli occhi e dice: “Non ci avevo pensato, vuol dire che se noi intervenissimo con qualche psicofarmaco si potrebbero trasformare i caratteri degli atleti e renderli più competitivi quando è necessario. Mi hai dato una buona idea, guarderò le pubblicazioni di psichiatria e neurologia”. Resto sconcertato e vorrei mandarlo a quel paese, ma sono già concentrato sulla gara e sulla pioggia che comincia a battere sulla finestra.

Con Ettore e compagni parliamo della tattica e di come comportarci. I compagni mi incoraggiano, anche il capitano che pure punta ad arrivare nei primi otto, mi garantisce che darà il suo contributo se necessario. Lo fa con sincerità e stima nei miei confronti. Perché sono più vecchio e perché sa quante volte l’ho aiutato quando era cotto e io, che stavo meglio di lui, lo riportavo nel gruppo dei migliori di cui aveva perso le ruote. Non è che sia un granché nemmeno lui, ma è stato deciso che facesse classifica e quindi noi lo abbiamo aiutato finora. Inoltre, è un ragazzo ambizioso e nelle battaglie si esalta e trova energie insospettabili. Il contrario di me che quando sento odore di traguardo e di vittoria non so più cosa fare e mi sento svuotato.

Vado in camera e mi vesto per la corsa con una particolare attenzione: biancheria, occhiali, guanti, poi la salopette e la maglia. Metto anche il cardiofrequenzimetro. Mi serve a poco con l’esperienza che ho, ma oggi non lascerò nulla al caso. Scendo e prendo la bicicletta assieme agli altri per andare alla punzonatura. Verifico che tutto sia a posto, nessun attrito, il computer settato, la cartina attaccata al manubrio. Ieri sera abbiamo discusso se mettere un dente in più nel caso mi imballassi in salita e uno in meno per un’eventuale volata e per spingere di più in discesa. Ma quello che conta oggi davvero sono le medicine e l’alimentazione.

Al ritrovo della partenza molti ridono e scherzano. Altri, i più introversi, a stento nascondono la preoccupazione di questa tappa durissima per quanto anomala. “Adatta alle imboscate”, dicono Cassani e Bulbarelli che non si stancano mai di parlare tanto quanto noi non ci stanchiamo a pedalare. Sanno tutto di tutto e di tutti, ma riescono a superarsi dicendo anche tutto quello che non sanno. Le salite sono all’inizio e dall’ultimo colle all’arrivo ci sono cinquanta chilometri, prima in discesa e poi in una pianura con vari falsipiani e brevi salite. Improbabile che quelli che corrono per la vittoria finale vogliano attaccare con un percorso così. Non ho nemmeno paura del leader della classifica degli scalatori. A lui conviene una fuga che impedisca al secondo della classifica per la maglia a pois di prendere punti. Potrà godere di una giornata tranquilla lui stesso senza ossessionarsi a fare le volate per i gran premi della montagna. Certo che se il secondo e il terzo in classifica della maglia a pois entrano in fuga, potrebbe scatenarsi la bagarre. Il DS mi assicura che si sono già accordati su chi vincerà la maglia a pois. Ma l’esperienza mi dice che in queste cose non si sa mai e la corsa è sempre una corsa. Ai tradimenti nel ciclismo si può sempre porre rimedio la volta successiva o con la vendetta o con un ulteriore accordo. Ma per entrambi servono comunque le gambe e i polmoni … quindi è ancora sport.

Prima della partenza telefono a Imma, la mia ragazza. La chiamo sempre io. 

“Aspettavo che mi chiamassi”, le dico con una vena di polemica.

“Stavo per farlo, mi hai anticipato di un attimo” … chissà se è vero? 

“Oggi corro per vincere, ho la squadra che lavorerà per me, speriamo bene”.

“Auguri, e dacci dentro mi raccomando”, mi dice, ma percepisco la freddezza e il distacco di chi non capisce niente di corse. Non è dell’ambiente, non conosce i sentimenti di un atleta prima della gara, la paura di fallire e quella ancor più profonda della fatica. Non capisce e quindi tra noi non si comunica questa emozione che per me è la parte più intensa della vita. Il problema non è la voglia di dare tutto te stesso fino all’ultima goccia di energia rimasta: il dramma dell’atleta è che la paura del dolore si mischia al desiderio di soffrire al di là del sopportabile e quindi di non “riuscire a soffrire abbastanza”. Imma e io condividiamo altro, credo. Non è necessario che capisca le mie emozioni di atleta. Non c’è solo il ciclismo nella vita, anche se la mia vita finora l’ho passata in bicicletta.

“Allora vieni a Parigi per l’arrivo? Ti farò conoscere il DS e i miei amici. Ti presento ad Armstrong, ho un buon rapporto con lui e conosco anche la sua compagna, la cantante”.

“Certo che ci sarò, te l’ho promesso. A meno che non mi spostino la data dell’esame. Probabilmente ci sarò”.

Mi fa felice la sua promessa che … forse verrà. Mi lascia un’incertezza che mi rode.

Avrei voluto che venisse almeno per una tappa e condividere il mio ambiente, che sarà schifoso, ma è il mio. E non è peggio di molti altri. Ma lei è figlia di un avvocato. Mi ama e allo stesso tempo non è convinta. Io credo che sia convinta di amarmi e sia davvero legata a me, ma sia ancora incerta. La rassicuro sempre e non le basta mai. Cercherò di vincere anche per lei. Lo so che per lei è indifferente se vinco o no. Sono io che mi sentirei meglio con lei. E questo per me conta. Con lei forse diventerei il campione che non sono mai riuscito a essere. E questo per lei conta ancor meno. 

Da giovane il mio direttore sportivo aveva provato a farmi diventare un campione, un capitano e a far lavorare la squadra per me. In allenamento spesso lasciavo indietro tutti. Anche in gara non poche volte ho avuto la sensazione di essere il più forte nel gruppetto in fuga con gli uomini di classifica che stentavano a tenere la mia ruota. Andavo bene su ogni terreno, ma la mia specialità erano i leggeri falsipiani in salita o le salite cosiddette pedalabili. Se fossi scattato agli ultimi chilometri sarebbe stato difficile per tutti prendermi. Una volta da giovane, dovevo tirare la volata a un compagno velocista. Complice anche una curva presa bene, mi sono trovato primo sul traguardo perché nessuno ha avuto la forza di rimontarmi. Se avessi corso per vincere, mi sarei emozionato, sarei stato indeciso e avrei perduto. Ero contento, ma sapevo che era stato un caso. Quindi ero contento solo in parte.

Se devo correre per vincere, non mi diverto, ma soprattutto non vinco. Anche rispetto al nostro capitano, che cura una mediocre classifica, sono nettamente superiore su tutti i terreni. Ma lui riesce a essere sempre con i primi senza perdere un colpo, al massimo qualche minuto perché è scarso, ma non perché rende meno di quello che ci si aspetta da lui. Non ha mai crolli, mentre io in venti giorni posso avere tre o quattro giornate balorde e prima o poi piombo in fondo alla classifica. Quindi faccio il gregario. Sto meglio e c’è sempre molto da fare e pensare in una gara di ciclismo. Uno strano sport dove sul podio sale uno solo il quale per arrivarci ha bisogno di tutta la squadra che resta per terra ad applaudirlo. La gratitudine del campione è privata, la sua gloria pubblica. Mi piacerebbe correre per vincere con l’aiuto dei compagni e poter dimostrare tutta la mia forza. Ma ci ho rinunciato per evitare uno stress che davvero non riesco a sostenere. Per un poco ci ho provato, poi ho deciso di fare il gregario e vivo meglio, ma oggi tocca a me.

Le pesanti nubi impazienti di rovesciare acqua su di noi rendono l’aria limpida e fanno sembrare le Alpi più prossime. E spaventosamente grandi. Vedo da lontano le strade che si inerpicano sulle montagne che dovrò scalare, oltre le quali si trova l’arrivo di Gap. Stamattina fa freddo dopo due settimane di solleone. Sui passi potremmo trovare la neve. Le discese saranno scivolose e pericolose e la vera gara comincerà proprio all’ultima discesa. Sarà una di quelle giornate terribili, da tregenda che stimolano la loquela dei cronisti, ma nelle quali anche noi ciclisti ci esaltiamo sfidando freddo, vento e forza di gravità. Se non andiamo in crisi, non è nemmeno vero che si soffre più che nelle altre tappe. 

Siamo d’accordo che andiamo in fuga appena partiti. Prima scatta un compagno, il Teo, uno scalatore che cerca di portarsi dietro qualcuno che ha avuto la stessa pensata di andare in fuga. Quando si forma un gruppetto di almeno quattro o cinque corridori, entro in fuga anch’io, possibilmente con Gosta, il passista svedese della squadra che sarà utile per fare delle lunghe tirate in pianura e accumulare un bel vantaggio prima dell’ultima salita. Speriamo di essere ancora una decina prima dell’ultima salita e restare tre o quattro in cima così da affrontare gli ultimi chilometri insieme e difenderci dal gruppo che cercherà di rinvenire per far vincere i loro velocisti. Questa è la tattica, la teoria, poi in pratica conteranno le gambe, il fiato e la paura. E le trame dei DS. Avere un buon piano e la sicurezza che i compagni sono convinti su quello che devono fare, è un buon inizio.

Le cose vanno come previsto e subito prima di una curva in leggera salita, scatto per portarmi sul gruppo di testa che se n’era andato qualche minuto prima. Il gruppo lascia fare e presto anche Gosta arriva, ma si porta dietro Martinez, un colombiano forte in salita. Avrei preferito che non ci fosse e questo comincia a incrinare la mia sicurezza. Siamo in nove. La mia squadra ha inserito tre corridori in fuga, ma anche la Banesto ha due corridori, la qual cosa mi fa pensare che abbiano una tattica simile alla nostra. Tutto bene, io potrei fare a meno di tirare e riposarmi. Do comunque qualche cambio così da confondere gli avversari i quali fino all’ultimo non devono sapere chi di noi tre è quello destinato a tentare di vincere. Alla fine, tiriamo tutti e guadagniamo minuti su minuti sul gruppo. In salita Teo fa il passo e vedo che Martinez lo segue con facilità estrema. L’agitazione comincia rodermi, quella sottile insicurezza che senti insinuarsi nei muscoli e nel cuore e che ti fa sentire piccolo di fronte all’avversario. Conosco questo sentimento perverso che mi ha fatto perdere tante gare e mi ha condannato a fare il gregario. Ma oggi, paradossalmente, il mio compito di gregario è quello di vincere e devo reagire. Cerco con lo sguardo timido e insicuro Gosta e Teo per un incoraggiamento. Loro nemmeno si accorgono di questo mio problema, ma la loro presenza mi rincuora un poco. 

Forse ha davvero ragione il medico e la nuova frontiera del doping non potrà che essere quella degli psicofarmaci. I medici dello sport pensano agli atleti come a processi biochimici, ma ormai sappiamo bene che i disturbi comportamentali possono essere affrontati con medicine efficaci. La mia insicurezza, questa ansia che mi pervade al solo vedere la mandibola decisa e gli occhi fermi di Martinez, potrebbe essere neutralizzata da qualche pastiglia ben dosata. Credo che Martinez si sia reso conto che io sono il più forte del gruppo dei fuggitivi. Controlla quanto tiro e cosa mangio. Invece che darmi coraggio perché è ovvio che mi teme, questa sua considerazione per me come avversario fa crescere la mia tensione. La sconfitta sarà una umiliazione più grave.

Superiamo il primo colle tutti insieme. Non era una salita né lunga né ripida e non c’è stata selezione anche perché nessuno aveva convenienza a perdere compagni. Lo stesso accade sulla seconda salita decisamente più dura e lunga, tale da portarci al freddo degli oltre duemila metri. Dopo i primi tornanti, vedo Gosta faticare e dico a Teo di non tirare troppo. Gosta si riprende subito e alla fine sale molto bene su questo secondo colle anche perché nessuno ancora scatta. Fa freddo e dobbiamo mangiare e bere in abbondanza adesso subito dopo la discesa in modo da arrivare alle ultime salite in buone condizioni. Qualcuno è già ridotto male, ma tenta di restare a ruota nella speranza di recuperare. In discesa non rischiamo, in pianura mangiamo. Ettore con l’ammiraglia si avvicina a Teo e gli dice di riferirmi che il gruppo ha recuperato un paio dei quindici minuti di distacco che aveva accumulato. Dico a Gosta di dare qualche tirata delle sue, ma non troppo: il gruppo ha recuperato perché noi abbiamo mangiato e anche loro dovranno farlo presto. Nessun problema. Sul terzo colle si sale ancora tutti insieme con Teo e Martinez a fare un’andatura sostenuta e io stesso do i cambi con generosità. In fondo in salita tirare costa poco e ormai è tempo di scaricare qualche compagno di fuga. Senza quasi parlarne abbiamo fatto vincere quei pochi soldi dei traguardi intermedi e dei gran premi della montagna ad alcuni compagni di fuga in cambio del loro impegno a tirare. Ma ora si fa sul serio e resta una sola cosa da vincere, la tappa. Teo ha lavorato un sacco e comincia a dare segni di affaticamento. Non importa, tra poco mi servirà Gosta per tirare quei trenta chilometri di falsopiano che portano ai piedi della salita della Maddalena dove cercherò di andarmene da solo.

Sulla salita, a causa del ritmo sostenuto di Teo e ai cambi che di tanto in tanto gli diamo Martinez e io, perdiamo quattro compagni di fuga. Rimaniamo noi tre della squadra, Martinez e un francese, un certo Juppeau, mi dice Ettore, che non dovrebbe fare paura. Inoltre, corre sconsideratamente. Gli lasciamo vincere i soldi del gran premio della montagna in cambio di qualche bella tirata in pianura. Gosta fa uno sforzo enorme per non farsi staccare troppo. Da parte nostra, io e Martinez non esageriamo in salita per aspettarlo. Il francese invece scatta e guadagna un centinaio di metri o poco più, ma noi lo lasciamo fare. In discesa ci ricompattiamo facilmente. Gosta e Teo tirano al massimo perché la loro gara finirà tra venti chilometri prima dell’ascesa alla Maddalena. Il francese dà i cambi con sciocca generosità, ma forse lo fa perché sa che non potrà tenere le nostre ruote sull’ultima salita e preferisce mettersi in mostra o accumulare crediti con noi per un’altra occasione. Martinez e io collaboriamo a tenere vivo il ritmo, ma in effetti non tiriamo più. Entrambi abbiamo capito cosa sta succedendo e sappiamo che ce la dobbiamo giocare tra di noi. 

In questo mio tentativo di vincere la tappa, ho coinvolto tutta la squadra. Come ci resterebbero Teo e Gosta se non vinco dopo che hanno lavorato così tanto e così bene? Questa responsabilità invece di darmi energia e convinzione, me la toglie. Ora Gosta piazza cinque chilometri fortissimi fino ai piedi della salita, poi con la faccia sofferente e sorridente mi fa segno di aver finito le energie. Mi dice con il suo accento straniero: “Forza che ce la fai”, stringe il pugno e mi dà una pacca sulla schiena. Crede di farmi un favore invece non sa che le sue parole mi mettono in agitazione. Gli sorrido anch’io e lui si lascia finalmente sfilare. A questo punto Teo comincia la sua ultima tirata sulla prima parte della salita. Mantiene il ritmo alto per evitare possibili scatti di Martinez, ma soprattutto per farmi riposare e allo stesso tempo accumulare vantaggio sul gruppo che in pianura ha inevitabilmente recuperato qualche minuto nonostante l’ottimo lavoro di Gosta. 

Teo tira come un disperato i primi chilometri dell’ascesa alla Maddalena, poi si fa da parte e ci incoraggia ad andare: “Via adesso e non mollate!”. Con la sportività spontanea di chi divide la fatica e con una delicatezza personale, parla al plurale e rivolge anche a Martinez l’ultimo incoraggiamento sapendo di non offendermi perché sa bene che sono sicuro della sua lealtà. A dire il vero c’è anche Juppeau ancora attaccato con i denti alle nostre ruote. Ma è come se non esistesse, morto da tempo o almeno entrato in coma irreversibile. Quindi non si prende nemmeno l’incoraggiamento di Teo con il quale dividerà i chilometri che mancano al traguardo e forse insieme aspetteranno Gosta e qualche altro reduce della fuga iniziale sperando in un buon piazzamento. Ma questa dietro di me non è più la mia corsa ormai e non lo è per nessuno salvo che per loro. Nel ciclismo conta solo vincere, il piazzamento vale ancora qual cosa nelle gare a tappe, ma per quelle di un giorno conta nulla. E questa tappa per noi vale la corsa di un giorno.

Martinez sale con agilità, ma anch’io sto bene. La strada si inerpica sempre più e ormai potrebbe essere venuto il tempo per scattare e andarmene da solo. Potremmo provare io o lui allo stesso modo.

Mentre pedalo sulle rampe della Maddalena mi viene in mente un motivetto che non riesco a togliermi dalla mente. Una canzone di Fabrizio de Andrè: “Sparagli Piero, sparagli ora e dopo un colpo sparagli ancora … e se gli sparo in fronte o nel cuore … e mentre gli usi questa premura, quello si volta, ti vede e ha paura e imbracciata l’artiglieria non ti ricambia la cortesia” … è una ballata che aiuta a tenere il ritmo e mi penetra tanto nella mente che non riesco a liberarmene. Pensando alle parole mi viene facile la parafrasi pensando a quando tra poco tra me e Martinez sarà duello vero: “scattagli Piero, scattagli ora e dopo uno scatto scattagli ancora”. Questo motivetto che mi ronza in testa mi dà la carica. Così mentre la solita paura mi distrae e canticchio mentalmente e penso alle parafrasi, mi accorgo che Martinez è scattato davvero e mi ha guadagnato una cinquantina di metri. Manca molto al traguardo, non sarebbe un problema se non fosse che io i problemi me li creo da solo. Così faccio quello che nessun corridore dovrebbe mai fare in questi casi.

Alla TV, Bulbarelli, che parla da profano ai profani, si esalta e dice subito: “Ecco che allo scatto deciso di Martinez, Piero risponde con una grinta fenomenale. In poche centinaia di metri gli torna sotto”. Cassani, che parla agli specialisti e in queste condizioni s’è trovato davvero, commenta sornione senza smentire pubblicamente il collega: “Certo che a dieci chilometri dalla vetta e sessanta dal traguardo, Piero avrebbe avuto tutto il tempo di recuperare in progressione senza sprecare energie”. Io mi sento così stupido adesso per aver permesso a Martinez di sorprendermi e, se questo non bastasse, di avere dimostrato tutta la mia inettitudine scattando rabbiosamente per andare a prenderlo sprecando energie e dimenticandomi di prendere l’ultima bustina di carboidrati che mi aveva dato il medico. Così succhio il gel del medico, che mi rimane sullo stomaco, e mi metto davanti a tirare per un paio di chilometri in modo da dimostrare la mia forza, quella che Shakespeare chiama la fearful bravery. Adesso che non serve a niente … e così Martinez appena mi vede ancora un poco in difficoltà per la digestione della bustina e per aver tirato dopo lo scatto, mi piazza una nuova accelerazione a cui reagisco subito, ma con grande sforzo. Cassani se ne accorge e timidamente suggerisce a Bulbarelli che: “Sarebbe meglio per Piero cercare di scollinare insieme per darsi una mano in pianura”. Bulbarelli invece si lascia prendere dall’entusiasmo e grida: “Piero non concede un metro al colombiano e adesso potrebbe essere lui a scattare e piantarlo in asso”. 

Ma in bici ci sono io e le gambe fanno male in salita e il fiato è sempre più corto. Ho davvero sbagliato tutto, mi sembra di avere gettato via la gara in questi quattro chilometri per le mie stupide reazioni emotive agli scatti di Martinez che invece è davvero un duro e, appena s’è accorto di com’è tenera la pasta di cui sono fatto, mi ha attaccato umiliandomi come un torero che gioca con il toro e la parte più bella della corrida non è la morte del toro, un evento tragico e nobile, ma le costanti umiliazioni che il torero gli infligge schivandone le cariche. Ho sbagliato tutto e i miei compagni che hanno lavorato per me cosa diranno? Eppure, io sono più forte di Martinez. Lo sa anche Cassani che sia pure con la vena di pessimismo di chi sa, dice: “Piero può ancora farcela, non c’è paragone tra la sua classe e il pur bravo Martinez”. Bulbarelli in modo meno sottile sostiene la tesi: “Certo, Piero sta cercando di tenere la ruota per arrivare insieme al traguardo e batterlo in volata”. 

Martinez adesso non scatta più, ma accelera con decisione all’uscita di ogni tornante. Questo sarebbe il momento di avere grinta e non mollare un metro per scollinare insieme. Invece una depressione mi ha avvolto e mi toglie la capacità di soffrire, la grinta, quella forza che non sai da dove ti viene e che i campioni trovano nel proprio cuore mentre i brocchi la dilapidano per strada. Vorrei soffrire e dare tutto me stesso; eppure, lo scoramento me lo impedisce. Comincio a pensare di lasciarlo andare, tanto poi lo prendo in discesa o in pianura, sono un passista decisamente migliore di lui. Non faccio a tempo a pensarlo che Martinez ha cento metri di vantaggio, senza essere scattato, ma con una faccia sicura e concentrata ha preso la gara in mano rischiando di farsi cinquanta chilometri da solo con me dietro a inseguire.

Scollino al Col de Larche, la Maddalena per noi italiani, tra gli applausi della folla, ma con una trentina di secondi di ritardo da Martinez. Mi getto giù in discesa con coraggio e bravura. Dico che lo prendo prima della pianura o forse sui falsipiani che ci condurranno a Gap. Alla fine della discesa ho guadagnato una decina di secondi, speravo di più. Adesso ingrano il rapporto lungo e comincio l’inseguimento attraverso villaggi pieni di gente che mi incoraggia, poi un poco di silenzio per brevi tratti con pochi spettatori e molti alberi. Ettore mi incita, dai che lo prendi. In discesa assumo posizioni aerodinamiche e spingo con tutte le forze. Ci sono ancora delle agevoli e brevi salite da percorrere per attraversare i paesi costruiti sui conoidi di deiezione. In discesa prendo l’abbrivio, mi rilasso un momento prima di affrontare la salita e poi scatto per prenderla tutta di un fiato attraverso i centri storici e le case di pietra con gli scuri tetti di legno bagnati dalla pioggia battente con il torrente che scorre rumoroso e i prati verdissimi e intrisi d’acqua, tutto mi passa davanti tra il grigio delle nuvole basse che lasciano immaginare qualche oscura montagna nascosta, e la gente e le insegne e le moto e le macchine colorate, tutto mi passa davanti come in un film mentre sono all’inseguimento disperato di Martinez … e di me stesso. 

Mi sembra di andare forte, ma Martinez ancora non lo vedo. D’altra parte, è una strada tutta curve. Ettore mi dice che ho recuperato ancora, ma a quello che ti dicono i DS in queste fasi della gara non devi credere perché parlano solo per incoraggiarti e certe volte pensano che sia meglio dirti che stai perdendo altre volte che stai guadagnando a seconda di come credono tu reagirai. La verità non esiste, cioè la verità è nelle tue gambe e, purtroppo per me, anche nel cervello. Comunque, sto bene e non posso non prenderlo. Mancano venti chilometri, e adesso c’è un lungo falsopiano in salita, metto un rapporto lungo e spingo forte davvero. Dopo una curva c’è un breve rettilineo e non riesco a vedere Martinez, ma noto che la sua ammiraglia s’è fermata. Vuol dire che ho davvero meno di trenta secondi di distacco. Ancora un paio di chilometri alla disperata. La strada adesso scende leggermente e faccio i cinquanta spingendo un rapportone che Martinez nemmeno può sognarsi, così che riesco a vederlo quando mancano solo sei chilometri. Non credo di avere più di quindici secondi. La strada è alberata e il pubblico è diviso dalle transenne. Aver visto l’avversario avrebbe dato coraggio a qualsiasi corridore, ma io ancora una volta … non so cosa mi succede, ma non spingo più come prima, mi sembra di distrarmi e il distacco ricresce a venti secondi e lo perdo di vista. Ettore s’accorge e mi grida di non mollare che Martinez è morto. Io sto bene invece così che riprendo a spingere sulla salitina e mi fiondo veloce in discesa senza rischiare, ma deciso. Lo rivedo che cerca di stare vicino alle transenne per evitare il vento. Forza, evviva urla la folla, colori di striscioni, segnalazioni di curve pericolose, indicazioni di quanto manca all’arrivo. A due chilometri da Gap gli sono quasi a ruota, ma quello è un forte e in un paio di curve riesce a recuperare con qualche scatto sia pure da uomo stanco. Allo striscione dell’ultimo chilometro ho ancora una trentina di metri e scatto per portarmi a ruota, appena lo raggiungo quel maledetto scatta a sua volta, ma io non lo mollo. Subito dopo lo striscione c’è una curva stretta in discesa. Bisogna frenare decisi prima di affrontarla. L’asfalto è viscido, ma io devo recuperare e non posso fare a meno di prendermi qualche rischio. Mentre recupero metri su metri a Martinez che non molla vedo la curva avvicinarsi. Nessuno dei due frena se non all’ultimo momento. Facciamo la curva acrobaticamente, ma io la sbaglio un poco e devo frenare ancora per non schiantarmi sulle transenne. Perdo solo qualche metro e rimango a dieci metri che rimangono press’a poco gli stessi fino al traguardo di Gap. Martinez vince a braccia levate, fa segni della croce, indica il cielo e lo sponsor della maglietta indeciso su chi deve ringraziare di più. Il mio primo pensiero è di complimentarmi con lui. Non posso farne a meno, ammiro lui e detesto me stesso. 

Gap è una città del sud della Francia ai piedi delle Alpi. Famosa per gli arrivi di tappe che hanno creato la storia e il mito del Tour de France. Ma “gap”, in inglese significa anche differenza, mancanza, quell’intervallo che si frappone tra la realtà e l’illusione della piena soddisfazione. 

Ettore e i compagni cercano di consolarmi convincendosi che ho perso per aver sbagliato quell’ultima curva, ma si vede che sono incazzati e delusi. Qualcuno solleva il sospetto che Martinez abbia fatto il furbo succhiando le ruote tutta la giornata. Così ognuno trova una ragione per la sconfitta che non sia quella vera, cioè la mia incapacità di vincere.

Imma mi telefona dopo qualche ora e mi dice che non verrà a Parigi perché deve fare l’esame all’università. Domani finalmente potrò tornare a fare il gregario, a servire gli altri. 

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