RECEP E URSULA

Chi ha sbagliato? E fino a che punto c’entra il genere?

Un’osservazione sul caso sofà-gate. Tutta l’attenzione s’è concentrata sul genere di Von der Leyen e non sul suo ruolo politico e rappresentativo. È possibile che gli addetti europei al protocollo non avessero concordato la distribuzione dei posti? Se hanno accettato la secondarietà della Presidente della Commissione privilegiando il Presidente del Consiglio Europeo, significa qualcosa anche come riconoscimento dei ruoli che non sono affatto indifferenti rispetto alla politica internazionale della UE: la Commissione rappresenta l’unità europea, il Consiglio la somma dei governi (una mia intuizione e gradirei un’eventuale precisazione o smentita dei giuristi internazionalisti). Se la stessa cosa fosse successa a un Presidente maschio, avrebbe avuto la stessa risonanza o forse meglio dire strumentalizzazione? O nessuno se ne sarebbe accorto e Michel e Von der Leyen si sarebbe azzuffati in seguito in privato? O la stampa occidentale avrebbe discusso con meno emozione e più profondità sul tema? Erdogan definito dittatore dall’Occidente, ma in realtà è eletto democraticamente e in Turchia ci sono città governate dall’opposizione. Certamente si può parlare di deriva autoritaria (c’è sempre stata questa tendenza in Turchia solo che non se ne parla quando i governi sono filo-Occidentali o addirittura si instaurano dittature militari o si tentano colpi di Stato come avvenuto di recente). Sicuramente, l’attuale Presidente rappresenta alcuni valori e principi antioccidentali, tra cui l’uscita dalla convenzione di Istambul (anche se vorrei conoscere meglio i dettagli). Ora, a genere invertito del Presidente della Commissione e del Presidente del Consiglio, l’episodio avrebbe avuto luogo lo stesso attacco al Presidente della Turchia? Io non lo voterei se fossi turco poiché ho un’altra impostazione culturale, ma ragionamenti diversi dal solo genere della Von der Leyen sono possibili e può essere che nel tranello sia caduto Erdogan tanto quanto l’Unione Europea. Per lo meno si può pensare che l’incidente sia stato organizzato o strumentalizzato concentrandosi sull’aspetto più scontato e innocuo. E se invece è stato Erdogan a ordire il tutto, il messaggio all’UE potrebbe essere di non intromettersi nelle questioni di politica interna come le questioni di genere.

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La diplomazia del sofà

e il genere che non c’entra

Perché non pensare che saranno le donne e gli omosessuali turchi (la Turchia è un Paese laico molto occidentalizzato per molti versi) a “liberarsi” per conto proprio anziché pensare che l’Occidente abbia il diritto di mettere il naso negli affari di altri? Sulla base del principio della nostra superiorità morale? Non si pensa che da parte dell’Europa, degli USA e della NATO ci sia molta più convenienza a liberarsi di Erdogan, più che a liberare le donne turche? A me può anche andare bene l’eliminazione di Erdogan (gli USA hanno già tentato un colpo di Stato due anni fa): in fondo tutti noi beneficiamo della ricchezza e della potenza occidentale e uno sgarbo diplomatico non ci fa un baffo rispetto alla nostra potenza e ingordigia e alla secolare umiliazione che molti Paesi ancora subiscono. Vedi la condizione degli immigrati turchi e le questioni relative allo jus soli in Germania e Italia. Non ne farei proprio una questione morale, di principio e il genere semmai è un pretesto, la rivendicazione di un diritto a essere diversi. Qui si tratta solo gestione del potere e la decadenza morale dell’Occidente si affianca alla disponibilità di alternative: la Cina su tutti, ma anche la Russia e il mondo arabo. Non sono addentro alle cose turche né alla politica internazionale e mi appello semmai agli specialisti. Per ora mi sembra che Erdogan sia un capo di governo autoritario che sta cercando di instaurare un regime (ci è quasi riuscito), ma incontra l’opposizione nelle urne, nell’esercito e in altre componenti sociali. Noi, come s’è sempre fatto nella storia, sosteniamo in tutti i modi l’opposizione, ma non perché siano migliori, più democratici, più gay o più femminili: solo perché ci conviene! Il consenso di Erdogan è costruito sull’opposizione all’Occidente e al richiamo alle tradizioni che Ataturk aveva tentato di rimuovere completamente, con il sostegno delle potenze vincitrici della Prima Guerra Mondiale. Un consenso mantenuto anche attraverso numerosi crimini su cui l’Occidente ha sempre taciuto. Ce ne sono molti altri di capi di Stato autoritari e criticabili nelle politiche di genere in giro, persino in Europa, ma vengono definiti diversamente e le loro malefatte passate sotto silenzio. Mi domando perché si attacca adesso su questo tema Erdogan e non si dica una parola sulla Saudi Arabia, ma anche sull’Ungheria, la Polonia e altri che hanno emanato leggi contro l’omosessualità e comunque lontane dal nostro modo di pensare liberale nel quali mi riconosco. Non dimentichiamo che la parte laica contraria a Erdogan e sostenutadall’Occidente ha espresso sanguinarie dittature militari (i militari turchi, grazie alla NATO, sono ancora molto potenti). Che poi a noi convengano i dittatori militari filo occidentali – che dire di Al-Sisi? – piuttosto che i nazionalisti turchi neo-ottomani è possibile: ma non facciamone una lotta tra angeli (noi) e demoni (loro)! Proprio perché sono figlio della cultura liberale e illuminista, mi rifiuto di giustificare con falsità la prepotenza, il doppiopesismo e l’imperialismo senile dei nostri governi e di quello americano in

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Veneto e Crimea

Il federalismo dimenticato in Europa*

La questione regionale fondamento della nuova Europa e non premessa per il suo disfacimento. Seguo la crisi in Ucraina su RT, l’emittente russa in lingua inglese. Una TV con il difetto di dare notizie assolutamente di parte, comunque utili ad allargare la prospettiva. RT si dilunga sul referendum veneto molto più dei media italiani. Descrive una regione impedita alla secessione allo scopo di presentare la Crimea come un luogo dove trionfa la democrazia e il diritto all’autodeterminazione. Lo stesso succede – sempre secondo l’emittente russa – in Catalogna, Scozia e Sardegna dove ai popoli oppressi l’Europa negherebbe il diritto all’indipendenza. La descrizione dei fatti europei da parte di RT è senza dubbio paradossale e strumentale, ma fa breccia in un problema reale. La questione regionale ha sempre svolto un ruolo cruciale nella costruzione dell’identità sia dei singoli Stati sia dell’Unione Europea. Gran parte degli Stati europei nascono da aggregazioni di unità politiche pre-rinascimentali che oggi sono resuscitati dal folclore e da rivendicazioni opportunistiche. In Italia, per di più, le regioni amministrative hanno poco a vedere con la storia e la geografia: i loro confini furono tracciati a fini statistici e corrispondono poco a identità storico-culturali. Così troviamo l’Emilia unita a una Romagna smembrata in tre regioni; la Venezia Giulia associata al Friuli e alla Carnia; lo stesso Veneto include zone dove si parla ferrarese, ladino e friulano. In caso di secessione saranno tutelati i ferraresi a sud del Canal Bianco come i Tartari in Crimea?L’Italia più volte è stata sul punto di adottare un modello federale auspicato da numerosi studiosi e patrioti risorgimentali. Alla fine è sempre prevalso il modello centralista proprio per contenere le ripetute spinte separatiste che, per esempio, dopo la seconda guerra mondiale avrebbero messo in discussione non solo l’unità del paese, ma anche l’appartenenza al blocco occidentale di un nord dove i comunisti erano in netta maggioranza. Oggi si parla di federalismo – o addirittura di secessionismo – solo a livello fiscale prescindendo da quelle considerazioni più ampie che sarebbero necessarie anche per legittimare una diversa ripartizione dei tributi. Non si collega il federalismo a una nuova idea di Unione Europea come sarebbe il caso perché consentirebbe una critica alla stato nazionale basata su ideali più ampi e non disfattisti. Al contrario, i secessionisti oltre che contro lo stato italiano, sono anche anti europei, la qualcosa appare incomprensibile. Con il provincialismo e l’egoismo nessun popolo ha mai costruito la sua storia, ma ha solo posto le basi dell’ asservimento e del declino. Un discorso serio sul federalismo dovrebbe partire dai temi essenziali della solidarietà e della sussidiarietà che sono alla base della convivenza europea e nazionale. Sarà davvero opportuno ripensare l’Europa e gli Stati che la compongono. Le regioni potrebbero svolgere un ruolo efficace nel creare un sistema che sappia coniugare diversità, competizione e coordinamento. Sulla base dell’unità di idee e cultura potrebbero rivendicare una vera autonomia. Regioni europee autonome consentirebbero di articolare meglio la solidarietà locale e la partecipazione alle spese per riportare un cittadino maturo al centro dei processi politici. Ma le premesse non sono certo quelle su cui oggi si discute: dal Veneto alla Catalogna prevale la vulgata del “padroni a casa nostra”, del “fuori gli stranieri” e del “teniamoci i nostri soldi”. Anche le università e la cultura alta è assente da questo dibattito così che il discorso sul federalismo e sull’Europa oggi è ridotto a iniziative sciocche, ma pericolose perché facili da strumentalizzare a fini autoritari.

  • Un editoriale di otto anni fa per il Corriere del Veneto
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UN PD A 5STELLE

Progressisti e innovatori: un accordo strategico

Dalla vecchia sostenibilità alla transizione ecologica

In tutta Europa e negli Stati Uniti la paradossale parola d’ordine dei sedicenti progressisti è diventata “difendiamo l’ordine costituito”. Se qualcuno sostiene che questo ordine fa schifo ed è tutto fuorché in ordine, si risponde con la fatalistica formula: “non c’è alternativa”. Gli americani la sintetizzano nell’acronimo TINA (there is no alternative)! La difficoltà di trovare un’alternativa deriva prima di tutto dalla difficoltà di definire cosa significhi oggi essere progressisti. In secondo luogo, chi è davvero disposto a cambiare. Il termine è vecchio, rappresenta il passato e viene pronunciato solo dagli anziani che vedono il futuro come il domani di ieri. Mentre i veteroprogressisti del Novecento procedevano lungo una via segnata, oggi si richiede di “innovare” tracciando nuovi percorsi. Il cambiamento sarà più rapido o più graduale, ma di certo va ripensata la direzione che non è più quella immaginata dai veteroprogressisti. Il termine “progressismo” si combina con un altro termine che ha fatto il suo tempo e che risale agli anni Ottanta del Novecento: lo “sviluppo sostenibile” (la “sostenibilità”) non è più idoneo ad affrontare le problematiche ambientali tanto che oggi si comincia timidamente a sostituirlo con la più aggiornata proposta di “transizione ecologica”. Senza che gran parte di chi ne parla sappia cogliere ancora la differenza.

Una parte importante dell’elettorato, potenzialmente maggioritaria, invece, esprime una domanda politica di reale innovazione associata in certa parte alla transizione ecologica. La trasformazione di questa domanda politica virtuale in elettorato e in rappresentanza dipende da come sarà costruita l’offerta da parte delle organizzazioni politiche. Il PD e il M5stelle, alle soglie di un’alleanza strategica dopo la collaborazione di governo, sono le compagini politiche più propense a rappresentare la domanda di innovazione sociale e della transizione ecologica. L’ipotesi base è che oltre agli “innovatori creativi”, il resto dell’elettorato si divida tra conservatori-riformisti, e neotradizionalisti. I veteroprogressisti, ancora numerosi, costituiscono un elettorato fluttuante e composito che può essere convinto a trasformarsi in “innovatore” oppure a rifluire tra i conservatori-riformisti; più difficilmente aderirà ai neotradizionalisi anche se alcuni di loro condividono qualche contenuto anche con questo gruppo sociale. Dai neotradizionalisti, invece, provengono proposte altrettanto innovative e costituiscono una potenziale maggioranza sia pure su basi diverse dagli innovatori creativi. 

Queste tre componenti dell’elettorato sono variegate al loro interno e sono presenti in tutta Europa e negli Stati Uniti in forme simili. La tripartizione, proposta per semplicità analitica, in Italia s’è consolidata anche a livello elettorale sia pure senza una vera presa di coscienza in quanto manca un linguaggio adatto e aggiornato. Da ormai quasi dieci anni il voto popolare si concentra su tre raggruppamenti che si dichiarano inconciliabili e di conseguenza i governi si formano in Parlamento piuttosto che emergere dalle urne. L’offerta politica è confusa e incoerente da parte delle organizzazioni politiche – partiti, movimenti, liste – e perciò una buona parte dell’elettorato risponde all’emotività del momento piuttosto che a programmi.

In Italia, il trauma della pandemia è stato preceduto da quello delle elezioni del 2018 e dalla formazione di un’alleanza tra Lega/5stelle che ha portato al governo organizzazioni politiche con programmi antisistema. Nonostante il governo antisistema sia durato solo un anno, è stato fondamentale nel ridefinire elettorati e alleanze, prima tra tutte quella tra PD e 5stelle che potrebbe diventare solida, duratura e, auspicabilmente, strategica. Purché si riempia dei contenuti che propongo in un saggio in corso di redazione. Suggerirei di cambiare nome al M5stelle di Conte sottolineando la componente radicale e ambientalista per differenziarlo dal PD il cui nome, visto l’elettorato anziano e conservatore che ha, fa bene a mantenere.

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Sanità statale o regionale?

L’inefficienza dello Stato

Tutti i cittadini devono avere pari accesso alle stesse cure: meglio quindi adeguarci tutti agli standard calabresi, piuttosto che avere maggiore efficienza in alcune regioni piuttosto che in altre. E se in Lombardia hanno fatto casino con le prenotazioni, la soluzione geniale è centralizzarle! Così che se – per caso – succedesse lo stesso inconveniente a livello statale, ne saremmo penalizzati tutti, ma in modo uguale… che soddisfazione. E perché non pensare che, se la Regione Lombardia fosse stata più piccola, avrebbe gestito in modo più efficace il sistema? O perlomeno, una parte sarebbe stata risparmiata dalle inefficienze? Ma ormai è un mantra a cui pochi si oppongono. Ovunque riecheggia il luogo comune: “Basta con la sanità spezzatino delle Regioni. Restituiamo le deleghe allo Stato”! La soluzione centralista appare ragionevole agli sprovveduti accecati dal panico causato dal Covid e sembra opportuna a chi ne approfitta per trarne beneficio!Rendiamoci conto che: (a) la sanità richiede un rapporto diretto con il territorio e la presenza di diversi modelli consente di adattarsi alle situazioni specifiche locali (b) diversi modelli organizzativi consentono di individuare e sperimentare quelli migliori (c) se si accentra tutta l’organizzazione sanitaria allo Stato, in caso di errori ne sarebbero penalizzati tutti i cittadini e probabilmente ci si adeguerebbe agli standard delle Regioni meno efficienti (d) nessuno ha mai sentito parlare dei “rendimenti decrescenti di scala” nelle organizzazioni? Chi critica la Lombardia, non ha mai pensato che sia una Regione troppo grande per gestire in modo efficiente la sanità?(e) il decentramento delle politiche sanitarie non esclude il coordinamento di alcune attività con lo Stato, con l’Europa e con OMS che è già operante e i cui problemi non si risolvono con ulteriori accentramenti, ma con più coordinamento, più decentramento e maggiore responsabilità diretta.

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AUTONOMIA e COVID

(Il volume che ho curato con Bernardino Fantini)

Si prendono a scusa contro l’autonomia e il federalismo gli errori commessi da alcuni Presidenti (basta a chiamarli governatori finché non lo saranno davvero!) e gli scandali che stanno accadendo in Calabria. La soluzione delirante sarebbe l’accentramento! Si parte dalla velleitaria ipotesi virtuosa che il Governo si adeguerebbe alla situazione migliore e non alla peggiore! 
E se applicassimo il modello Calabria a tutt’Italia? O se si commettessero gli stessi errori della Lombardia nella prima fase? Grazie alla sanità regionale – al caso veneto e non solo – è stato possibile individuare vie nuove che poi sono state estese a tutto il Paese. Si possono chiudere solo alcune parti del territorio nazionale, come peraltro succede in quasi tutti i grandi Paesi e come è ovvio. E si può fare affidamento sulle competenze nazionali e internazionali (vedi vaccino), come si sta già facendo e nemmeno esse sono prive di rischi ed errori.
Piuttosto, si dovrebbe prendere in considerazione che la Lombardia è troppo grande per essere trattata come una singola Regione poiché la situazione dell’ovest e del nord è molto diversa da quella dell’area metropolitana estesa di Milano. E anche nelle Regioni di minore dimensione, la situazione geografica incide profondamente sulla politica sanitaria: la densità di popolazione, le probabilità di contagio e di gestione della pandemia, sono diverse a Padova-Venezia da quelle di Belluno

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VIA LIBERA AD ASTRAZENECA

Era necessaria la sospensione?

L’EMA ha dichiarato che il vaccino AZ è “efficace e sicuro” e quindi Italia, Germania, Francia e gli altri Paesi che l’avevano sospeso riprenderanno a somministrarlo. Le nuove verifiche hanno portato soltanto a mettere in guardia i medici che somministrano AZ a fare attenzione a possibili complicazioni per possibili trombi. La presidente del comitato per la valutazione del rischio Sabine Straus ha tuttavia affermato che “ci sono ancora alcune incertezze”. I danni causati dalla sospensione e dalla circolazione di notizie che hanno provocato allarme sono evidenti. Volendo dare un’interpretazione più ottimistica, teniamo anche conto che questa vicenda ha dimostrato a coloro che sono pregiudizialmente contro i vaccini e contro le corporazioni tecnico-scientifiche che l’attenzione ai rischi di complicazioni ed effetti indesiderati, e la valutazione dell’inefficacia è alta da parte dei governi e degli scienziati. Questa è una buona notizia e, alla fine della vicenda, la fiducia nelle istituzioni dovrebbe essere aumentata anziché ridotta. Siamo in buone mani? Probabilmente sì, comunque siamo nelle mani di chi viene costantemente sottoposto a controlli e a confronti che spesso portano a situazioni incresciose e a qualche danno, ma nel complesso si mantiene alta l’attenzione. Ricordiamo che quando l’informazione è controllata e la politica non è pluralista, non si commettono questi presunti “errori di comunicazione”, ma succedono tragedie se non si dà credito a certi rischi sollevati da chi è giudicato inesperto. Vedi Chernobyl, Casale Monferrato e tanti altri disastri, compreso il Ponte Morandi il cui rischio di crollo era stato sollevato, ma sottovalutato. Quindi, critichiamo pure i no-vax e gli allarmisti di professione, ma consideriamo anche che svolgono una funzione importante costringendoci a sollevare problemi e a controllare chi opera.

L’EMA ha dichiarato che il vaccino AZ è “efficace e sicuro” e quindi Italia, Germania, Francia e gli altri Paesi che l’avevano sospeso riprenderanno a somministrarlo. Le nuove verifiche hanno portato soltanto a mettere in guardia i medici che somministrano AZ a fare attenzione a possibili complicazioni per possibili trombi. La presidente del comitato per la valutazione del rischio Sabine Straus ha tuttavia affermato che “ci sono ancora alcune incertezze”. I danni causati dalla sospensione e dalla circolazione di notizie che hanno provocato allarme sono evidenti. Volendo dare un’interpretazione più ottimistica, teniamo anche conto che questa vicenda ha dimostrato a coloro che sono pregiudizialmente contro i vaccini e contro le corporazioni tecnico-scientifiche che l’attenzione ai rischi di complicazioni ed effetti indesiderati, e la valutazione dell’inefficacia è alta da parte dei governi e degli scienziati. Questa è una buona notizia e, alla fine della vicenda, la fiducia nelle istituzioni dovrebbe essere aumentata anziché ridotta. Siamo in buone mani? Probabilmente sì, comunque siamo nelle mani di chi viene costantemente sottoposto a controlli e a confronti che spesso portano a situazioni incresciose e a qualche danno, ma nel complesso si mantiene alta l’attenzione. Ricordiamo che quando l’informazione è controllata e la politica non è pluralista, non si commettono questi presunti “errori di comunicazione”, ma succedono tragedie se non si dà credito a certi rischi sollevati da chi è giudicato inesperto. Vedi Chernobyl, Casale Monferrato e tanti altri disastri, compreso il Ponte Morandi il cui rischio di crollo era stato sollevato, ma sottovalutato. Quindi, critichiamo pure i no-vax e gli allarmisti di professione, ma consideriamo anche che svolgono una funzione importante costringendoci a sollevare problemi e a controllare chi opera.

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ASTRAZENECA

EMOTIVITÀ E SCIENZA

In questo volume curato da Bernardino Fantini e da me, nel mio contributo personale ho trattato il tema de “Il collocamento degli esperti nei processi decisionali pubblici in condizioni di emergenza”

Un sondaggio effettuato in Francia dall’Elabe Institute ha concluso che solo il 20% dei francesi ha fiducia in AstraZeneca, il 58% è scettico e il 22% indeciso. Presumo che in Italia e in Germania i cittadini non avrebbero risposto molto diversamente. Questi dati, pubblicati dal New York Times, dimostrano come la fiducia in AstraZeneca sia crollata. Il giornale riporta anche la dichiarazione di un padre milanese il quale sostiene che “prima del caso AstraZeneca non avrebbe esitato a intingere i suoi bambini nel vaccino, ma ora non assumerebbe AstraZeneca poiché gli sembrerebbe di giocare alla roulette russa”. La letteratura scientifica sulla valutazione collettiva del rischio include anche la valutazione cosiddetta emotiva che in più casi s’è rivelata più corretta di quella accertata dalle istituzioni scientifiche. La democrazia e la libertà di informazioni comportano molti vantaggi e qualche danno, come forse in questo caso. Ma in questo caso non è ancora detto… Oggi, io avrei molte perplessità a vaccinarmi con AstraZeneca: una reazione emotiva? In parte: se il vaccino è stato ritirato e ho fiducia nella scienza e nelle istituzioni scientifiche – e anche in quelle politiche – la mia reazione è pienamente giustificata dai dubbi sollevati e presi seriamente in considerazione.Da una parte i controlli sui vaccini denotato grande attenzione e serietà da parte delle istituzioni tecnico-scientifiche e danno fiducia. Dall’altra, il caso AstraZeneca e il discutibile comportamento di alcuni governi – in primis quello tedesco – fanno perdere ai cittadini la fiducia nei vaccini e in AstraZeneca in particolare. Bene o male? Ci sono altri vaccini che funzionano meglio e sono più sicuri. Il rapporto tra rischio e beneficio, misurati collettivamente, è concettualmente impossibile e presume una decisione di autorità. Si può oggi imporre AstraZeneca a chi, individualmente, ne teme gli effetti?

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LETTA SEGRETARIO DEL PD

e l’idea di Elly Schlein

Con Letta (Enrico) il PD diventa ancor più un partito di governo e di centro. A parte le idiosincrasie personali e il desiderio di rivincita che potrebbe muoverlo, cosa potrà proporre il PD di Letta di diverso da Renzi e Calenda? Come e dove potrà ampliare l’offerta politica attuale del PD? Potrà mai riformare un partito diviso e privo di identità sulla base di qualcosa di alternativo a un ancor più grigio conservatorismo? Letta, per sua (degnissima) collocazione culturale e politica, non potrà che riprendere il dialogo con quelle forze moderate oggi militanti nel centrodestra di cui suo zio fu parte importante. Ma questo non è già avvenuto di fatto con il governo Draghi?Con Letta sarà molto difficile riavviare quella cooperazione strategica e di altro profilo politico avviata da Zingaretti e Conte qual era il dialogo con i 5stelle per recuperare un elettorato radicale e moderatamente anti-establishment. Non recupererà nemmeno le Sardine. Elly Schlein giustamente ha chiamato a raccolta la vecchia sinistra invocando un “nuovo partito” per ritessere “il filo dell’ascolto con quello che si muove nella società, dove nasce un grido di rivendicazione”. E ha continuato dichiarando che la “soluzione non è rientrare in un Pd in grande confusione”, ma “ricostruire l’intero campo nel suo insieme su basi più coerenti”. Un linguaggio antiquato quanto si vuole, ma necessario per recuperare un elettorato alla ricerca di rappresentanza senza perdere i contenuti nuovi che altri esprimono in modo più aggiornato. L’operazione di Schlein avrebbe senso e successo se riuscisse a collegare la vecchia sinistra con le nuove istanze di cambiamento che provengono dal vasto elettorato che aveva guardato al Movimento 5stelle e in parte era stato fidelizzato dal governo Conte2. Ma con Letta inevitabilmente si sta prendendo un’altra strada.

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Il futuro di Conte e del PD

Si può giudicare positivamente o negativamente il governo PD/5stelle, sebbene nella situazione di emergenza in cui ci siamo trovati, qualsiasi persona ragionevole e onesta lascerebbe il giudizio sospeso. Diversa è la valutazione politica dell’alleanza in prospettiva. Una collaborazione, sia pure dialettica, tra i due partiti costituisce un punto di partenza importante per aggregare il voto della parte più progressista e potenzialmente maggioritaria dell’elettorato. Tale elettorato è composto, per una parte dallo zoccolo duro del PD che, oltre ai singoli elettori, include un numero rilevante di amministratori competenti ed esperti. Per altra parte raggruppa un elettorato più giovane e disperso che richiede cambiamenti, è tendenzialmente ambientalista, innovatore, inclusivo, pacifista, interessato alla cultura, egalitario, idealista; e anche un poco confuso e sprovveduto, ma non aggressivo e cinico. Questo elettorato ha votato in buona parte 5stelle ed è alla ricerca di risposte a nuove esigenze. Le alternative a questo potenziale blocco politico sono due. La prima è la destra demagogica, oggi egemonica, costituita da Lega e da FdI che ha corrispondenti in tutti i Paesi occidentali. Rappresenta istanze nuove e modi di pensare diversi da quelli sedimentati nei gruppi politici tradizionali. Stento a trovare qualcosa di accettabile nel linguaggio e nei contenuti, ma non si può negare la novità e la competitività di una proposta politica che unisce il popolo delle partite IVA e dei piccoli imprenditori all’assistenzialismo del reddito di cittadinanza e di quota 100. I due partiti della destra demagogica e popolare riescono a cavalcare con destrezza un rabbioso desiderio diffuso e comprensibile di distruggere vecchi simulacri usciti dalla riorganizzazione del mondo avvenuta ormai tre quarti di secolo orsono, la ricerca di presunte identità nazionali e di ideali astratti, la paura degli stranieri. In questa componente sociale c’è cinismo e aggressività, ma anche realismo, senso pratico e una sfiducia nei buoni sentimenti che induce ad auspicare uno Stato e un leader forte. Il tutto tra mille contraddizioni, non superiori a quelle degli altri. L’alleanza tra Lega e 5stelle non era così abnorme come poteva sembrare: univa le componenti innovative e non rappresentate dell’elettorato entrambe animate da un desiderio emotivo di cambiamento. Ma non potevano rimanere unite proprio per la differenza sostanziale dei sentimenti e dell’antropologia culturale dei due elettorati.La terza opzione possibile è costituita dall’aggregazione di un “grande centro” conservatore che ancora non esiste. Sarebbe l’erede e l’estensione del governo Renzi-Alfano-Verdini-Calenda e prima ancora del governo Letta, le cui fondamenta furono poste da Napolitano e Monti per risalire se vogliamo fino allo strappo di Fini. Ad avviare questa operazione di restaurazione è stato chiamato per l’appunto Renzi, il quale aveva promesso di ritirarsi come Cincinnato, ma s’è trasformato in un novello Coriolano. Il grande centro sarebbe certamente degno, ma non chiamiamolo riformista, tanto meno riformatore! Né possiamo sperare che risponda alle nuove esigenze espresse da una parte ampia e crescente (anche per questioni d’età) di un elettorato che non trova una collocazione soddisfacente nella società contemporanea. Questa formazione politica in via di formazione svolgerebbe un ruolo utile per il Paese solo se fosse incalzata da una concreta possibilità di essere sostituita dall’alleanza innovativa e progressista rappresentata dal PD/5stelle, evitando avventurismi, velleitarismo e un mutamento troppo rapido. Allo stesso tempo, opererebbe per contenere la destra reazionaria riconducendola alle necessarie mediazioni. Il possibile governo Draghi apre la strada a questo blocco conservatore: un governo “non politico” è per definizione conservatore. Questo governo nascerà per distribuire i finanziamenti del Recovery Fund tra un’ampia platea di richiedenti. Draghi, che non può avere una piattaforma politica, sarà il garante di una distribuzione secondo parametri e spartizioni tradizionali ben radicate. Emblematico il Ponte di Messina, non a caso evocato da Renzi; o nel Veneto l’apertura della Lega in cambio di grandi opere nel porto di Venezia e, in definitiva, l’insistenza su infrastrutture tradizionali anziché sul rinnovamento dell’economia, del rapporto con l’ambiente e dell’istruzione. Qualcuno dirà che non c’erano abbastanza competenze nel governo Conte per potere fare un PNRR e gestirlo. Le competenze nel Paese rimangono quelle che sono sia che il capo del governo sia il primo che passa per strada, sia che arrivi un presunto Superman. Cambia invece la capacità di imprimere un diverso indirizzo politico. Conte avrebbe potuto darlo grazie alla domanda politica espressa dai 5stelle e alle competenze del PD. Draghi non cambierà nulla negli equilibri e nelle spartizioni. La qualcosa non è una tragedia come non lo sarebbe stata la permanenza di Conte. Si tratta solo di un rallentamento sulla via del cambiamento e della creatività che procederà comunque perché l’Italia è fatta da sessanta milioni di persone (e l’Europa da trecento milioni) che continueranno a lavorare e a cambiare. E speriamo anche a votare.

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