Pandemia e Mobilità

Un’approfondita ricerca della Università della California a Davis ha indagato gli impatti della pandemia sulla mobilità. Uno dei dati più interessanti riguarda come è cambiato l’uso dei mezzi pubblici. L’8,1% dei rispondenti ha dichiarato di avere aumentato l’uso del trasporto pubblico, il 55,2% non ha cambiato abitudini mentre ben il 36,7% non ha più usato i mezzi pubblici. Di questi, il 35% ha sostituito il trasporto pubblico con l’auto privata e il 23% non ha cambiato abitudini. Il dato più interessante è che ben il 42% ha ridotto l’uso dell’auto, vale a dire c’è stata una riduzione netta della mobilità sostanzialmente grazie al lavoro da remoto. Sono aumentate le auto con un solo occupante e i ciclisti, mentre l’uso di altre forme di trasporto quali il car-pool, gli scooter a chiamata, i modelli sul tipo di Uber ecc. è rimasto complessivamente basso. Prima della pandemia solo il 10% si recava al lavoro a piedi, ma tale percentuale è aumentata al 16% durante la pandemia. La qualcosa dimostra che anche la forma urbana è cambiata rispetto alla fuga nei sobborghi dei decenni passati.I ricercatori californiani – Giovanni Circella e Rosa Dominguez-Faus – hanno rilevato che i lavoratori con i redditi più elevati sono riusciti a sostituire fino al 50% gli spostamenti grazie al telelavoro mentre questa percentuale è solo del 20% per i lavori a reddito più basso. In Italia, per esempio, i docenti universitari riescono in gran parte a fare lezione e ricevimento da remoto senza grandi disagi e in modo efficace. Anche le scuole medie hanno adottato l’istruzione da remoto con qualche polemica e disagio, ma anche non pochi vantaggi.

Il trasporto pubblico è sussidiato in tutti i Paesi. Si tratta di investimenti enormi e alte spese di gestione che sono pagate con le tasse dei cittadini, compresi coloro che non lo usano ponendo così un problema di equità. Nel corso del tempo, si è formata una lobby potentissima che opera per la costruzione di infrastrutture di trasporto e che assorbe continuamente risorse. Per non parlare che la costruzione di strade e reti di trasporto pubblico ha stravolto la forma delle città, dilatandole e costringendo a grandi spostamenti. La proliferazione dei centri commerciali è forse l’aspetto più evidente di questo fenomeno. Alla spartizione di queste ingenti risorse pubbliche partecipano ormai anche gli ambientalisti che sostengono infrastrutture di trasporto pubblico ad alto impatto ambientale anche quando non sono necessarie e soluzioni a minore impatto sarebbero più efficaci ed efficienti. Per esempio, con il passaggio ai motori elettrici, non ci sarà più l’equivalenza tra auto privata e inquinamento che era una delle ragioni per cui gli ambientalisti richiedevano più autobus, salvo poi accorgersi che nel complesso talora i vecchi autobus a gasolio che marciavano vuoti inquinavano più delle auto. La pandemia ha dimostrato che si possono ridurre nel complesso i movimenti e di conseguenza non servono più nuove strade, nuove ferrovie o autobus: quelli che ci sono bastano e avanzano se si opera una intelligente riorganizzazione e una meticolosa manutenzione. Semmai questa operazione richiede investimenti in intelligenza e nel cambiamento che comunque comporta dei costi. Già si sta pensando a decongestionare le grandi città e rivitalizzare i piccoli centri anche per motivi di igiene e di tutela da altre possibili pandemie.

Per un certo tempo era giustificato scaricare su tutti i cittadini i costi complessivi del trasporto pubblico poiché si riteneva che una maggiore mobilità consentisse vantaggi per tutti. Ma superata una certa soglia, che la pandemia ha evidenziato, i costi sono superiori ai benefici e quindi si deve fermare la spirale di una indiscriminata proliferazione di infrastrutture e di una mobilità fine a se stessa.

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PECORE IN CITTÀ

Abito nella prima periferia di Padova a meno di due chilometri dal centro, in una zona urbana. Eppure ad autunno e primavera passano da sempre i greggi di pecore lungo le residue aree verdi che si trovano nel mio quartiere e lungo la pista ciclopedonale. È una festa vedere come si muovono pecore e agnelli, ma mi affascina ancor di più vedere l’impegno e il divertimento nel contenere il gregge degli entusiastici cani liberi. Mi ricorda la mia infanzia trascorsa in un paese di montagna tra pecore, vacche, maiali, galline. Mi fa piacere pensare come il mondo attorno a me non sia ancora del tutto asettico e cementificato. Che non si passi, senza via di mezzo, dall’estremo del pulito, disinfettato e sterile, all’inquinato, tossico e contaminato.C’è questa naturale via di mezzo. Non mi danno nemmeno fastidio i residui del passaggio del gregge che in un paio di giorni sono assorbiti dal terreno ed evaporano nell’aria lasciando un odore che solo a chi non ama la natura sembrano sgradevoli. Un tempo queste greggi arrivavano fino nel centro della città. Il vero grande e utile progetto sarebbe il riportare un po’ di natura in città, coltivare qualche giardino con orti (vedi quello nella foto sotto il mio balcone) e alberi da frutto anziché magnolie. Lasciare che gli animali domestici si muovano liberamente. Cambiare la filosofia del tutto artificiale e purificato. Evviva le pecore, i pastori e i cani! E anche lo sterco che si lasciano dietro.

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AUTONOMIA e COVID

(Il volume che ho curato con Bernardino Fantini)

Si prendono a scusa contro l’autonomia e il federalismo gli errori commessi da alcuni Presidenti (basta a chiamarli governatori finché non lo saranno davvero!) e gli scandali che stanno accadendo in Calabria. La soluzione delirante sarebbe l’accentramento! Si parte dalla velleitaria ipotesi virtuosa che il Governo si adeguerebbe alla situazione migliore e non alla peggiore! 
E se applicassimo il modello Calabria a tutt’Italia? O se si commettessero gli stessi errori della Lombardia nella prima fase? Grazie alla sanità regionale – al caso veneto e non solo – è stato possibile individuare vie nuove che poi sono state estese a tutto il Paese. Si possono chiudere solo alcune parti del territorio nazionale, come peraltro succede in quasi tutti i grandi Paesi e come è ovvio. E si può fare affidamento sulle competenze nazionali e internazionali (vedi vaccino), come si sta già facendo e nemmeno esse sono prive di rischi ed errori.
Piuttosto, si dovrebbe prendere in considerazione che la Lombardia è troppo grande per essere trattata come una singola Regione poiché la situazione dell’ovest e del nord è molto diversa da quella dell’area metropolitana estesa di Milano. E anche nelle Regioni di minore dimensione, la situazione geografica incide profondamente sulla politica sanitaria: la densità di popolazione, le probabilità di contagio e di gestione della pandemia, sono diverse a Padova-Venezia da quelle di Belluno

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Sesso genere e sport

Una pallavolista transessuale – Tiffany – che giocava nella serie B maschile belga, una volta cambiato sesso, è stata tesserata in Italia tra le donne. Le polemiche (accese) e le riflessioni si sono concentrate sugli aspetti psicologici ed etici, trascurando i contenuti sportivi. Per di più di uno sport giocato da professionisti. Si tratta di un tema di grande attualità anche fuori dal mondo sportivo. Le posizioni sono molte e contrastanti sebbene appaia inarrestabile la tendenza all’accettazione della libera scelta del soggetto e il suo diritto di essere parte a pieno titolo della società anche se cambia sesso.

Nello sport i problemi si complicano. Nel 2015, una commissione di venti esperti scelti tra medici, legali e altri specialisti convocata dal CIO (Comitato Olimpico Internazionale) ha stabilito i criteri di “riassegnazione del sesso” nello sport. Sono state stabilite linee guida precise tra cui che: (a) i trans-atleti non devono essere esclusi dallo sport, ma compito delle organizzazioni sportive è garantire la lealtà delle competizioni; (b) il cambiamento chirurgico del sesso anatomico non è più un requisito preliminare; (c) coloro che transitano dal sesso femminile a quello maschile sono idonei a competere senza nessuna restrizione; (d) coloro che transitano dal sesso maschile a quello femminile sono idonei a competere a condizione di rispettare alcuni parametri di testosterone chiaramente fissati per periodo stabiliti.
Ma la questione non è risolta poiché subentra un problema la cui soluzione appare molto più complessa dal punto di vista propriamente fisiologico e agonistico.
I livelli di testosterone, prima e dopo l’operazione, possono rientrare nella norma stabilita. Ma durante l’età della crescita dell’atleta i livelli di testosterone e di altri ormoni hanno determinato al transessuale uno sviluppo muscolo-scheletrico e un’antropometria maschile. Altrettanto si può dire di alcune vie metaboliche energetiche che presentano differenze sessuali a favore dei maschi dal punto di vista delle prestazioni sportive. Quindi limitare la sola differenziazione a livello ormonale del testosterone è riduttivo. Tra l’altro, nelle femmine i valori di testosterone erano abitualmente attorno 0,2/0,4 mg/mol con qualche punta a 0,6 mentre nei maschi si arrivava attorno ai 4,2. È molto più verosimile trovare valori di 2,88 mg/mol negli atleti maschi che non nelle donne. Le differenze di prestazioni atletiche fra maschi e femmine sono sotto gli occhi di tutti. Risulta chiaro che il passaggio da uomo a donna favorisce notevolmente il transessuale in ambito sportivo.

È ovvio che bisogna battersi contro ogni discriminazione nel permettere di praticare sport a chi è passato dal sesso maschile a quello femminile. La questione si pone in modo molto diverso se si tratta di sport professionistico per vari motivi. Anzitutto perché potrebbe incoraggiare la corsa al transessuale diventata femmina – dopo avere avuto uno sviluppo antropometrico da maschio. In secondo luogo perché tutti noi abbiamo dei limiti anche fisici nel praticare sport e altre attività. Non possiamo pretendere di giocare a basket (maschile) se siamo alti un metro e sessanta, né un maschio può avere la stessa grazia di una femmina nel praticare nuoto sincronizzato. Ma poniamo anche la questione dell’eguaglianza di generi. Se io buona atleta femmina, alta un metro e settanta mi opero per diventare maschio, potrò mai diventare un professionista della pallavolo o del basket? Casi di passaggio dalla categoria femminile a quella maschile sono rari se non nulli. Quindi si tratta di una discriminazione che penalizza le atlete femmine che decidono di diventare maschi.

La pallavolista Tiffany ha già disputato due gare, rilasciato interviste e partecipato a trasmissioni televisive in cui ha dichiarato che visto che sino a ora non ha guadagnato molto giocando con i maschi ora è arrivato il momento di monetizzare. Come si vede, la stessa atleta parla di una vera professione agonistica che presume considerazioni diverse da chi pratica l’attività sportiva per semplice divertimento. In questo caso la transessualità la pone in una posizione di vantaggio. Il problema non è affatto semplice. In questa vicenda sono comprese questioni di bioetica e di diritto della persona, ma anche implicazioni economiche e giuridiche non secondarie: non stiamo parlando del bullismo di un gruppo di liceali che rifiuta il diverso, ma di un’attività di sport professionistico e spettacolare che fa circolare rilevanti investimenti.

Corrado Poli con la collaborazione di Gian Paolo Chittolini preparatore atletico di Volley

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VIA LIBERA AD ASTRAZENECA

Era necessaria la sospensione?

L’EMA ha dichiarato che il vaccino AZ è “efficace e sicuro” e quindi Italia, Germania, Francia e gli altri Paesi che l’avevano sospeso riprenderanno a somministrarlo. Le nuove verifiche hanno portato soltanto a mettere in guardia i medici che somministrano AZ a fare attenzione a possibili complicazioni per possibili trombi. La presidente del comitato per la valutazione del rischio Sabine Straus ha tuttavia affermato che “ci sono ancora alcune incertezze”. I danni causati dalla sospensione e dalla circolazione di notizie che hanno provocato allarme sono evidenti. Volendo dare un’interpretazione più ottimistica, teniamo anche conto che questa vicenda ha dimostrato a coloro che sono pregiudizialmente contro i vaccini e contro le corporazioni tecnico-scientifiche che l’attenzione ai rischi di complicazioni ed effetti indesiderati, e la valutazione dell’inefficacia è alta da parte dei governi e degli scienziati. Questa è una buona notizia e, alla fine della vicenda, la fiducia nelle istituzioni dovrebbe essere aumentata anziché ridotta. Siamo in buone mani? Probabilmente sì, comunque siamo nelle mani di chi viene costantemente sottoposto a controlli e a confronti che spesso portano a situazioni incresciose e a qualche danno, ma nel complesso si mantiene alta l’attenzione. Ricordiamo che quando l’informazione è controllata e la politica non è pluralista, non si commettono questi presunti “errori di comunicazione”, ma succedono tragedie se non si dà credito a certi rischi sollevati da chi è giudicato inesperto. Vedi Chernobyl, Casale Monferrato e tanti altri disastri, compreso il Ponte Morandi il cui rischio di crollo era stato sollevato, ma sottovalutato. Quindi, critichiamo pure i no-vax e gli allarmisti di professione, ma consideriamo anche che svolgono una funzione importante costringendoci a sollevare problemi e a controllare chi opera.

L’EMA ha dichiarato che il vaccino AZ è “efficace e sicuro” e quindi Italia, Germania, Francia e gli altri Paesi che l’avevano sospeso riprenderanno a somministrarlo. Le nuove verifiche hanno portato soltanto a mettere in guardia i medici che somministrano AZ a fare attenzione a possibili complicazioni per possibili trombi. La presidente del comitato per la valutazione del rischio Sabine Straus ha tuttavia affermato che “ci sono ancora alcune incertezze”. I danni causati dalla sospensione e dalla circolazione di notizie che hanno provocato allarme sono evidenti. Volendo dare un’interpretazione più ottimistica, teniamo anche conto che questa vicenda ha dimostrato a coloro che sono pregiudizialmente contro i vaccini e contro le corporazioni tecnico-scientifiche che l’attenzione ai rischi di complicazioni ed effetti indesiderati, e la valutazione dell’inefficacia è alta da parte dei governi e degli scienziati. Questa è una buona notizia e, alla fine della vicenda, la fiducia nelle istituzioni dovrebbe essere aumentata anziché ridotta. Siamo in buone mani? Probabilmente sì, comunque siamo nelle mani di chi viene costantemente sottoposto a controlli e a confronti che spesso portano a situazioni incresciose e a qualche danno, ma nel complesso si mantiene alta l’attenzione. Ricordiamo che quando l’informazione è controllata e la politica non è pluralista, non si commettono questi presunti “errori di comunicazione”, ma succedono tragedie se non si dà credito a certi rischi sollevati da chi è giudicato inesperto. Vedi Chernobyl, Casale Monferrato e tanti altri disastri, compreso il Ponte Morandi il cui rischio di crollo era stato sollevato, ma sottovalutato. Quindi, critichiamo pure i no-vax e gli allarmisti di professione, ma consideriamo anche che svolgono una funzione importante costringendoci a sollevare problemi e a controllare chi opera.

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ASTRAZENECA

EMOTIVITÀ E SCIENZA

In questo volume curato da Bernardino Fantini e da me, nel mio contributo personale ho trattato il tema de “Il collocamento degli esperti nei processi decisionali pubblici in condizioni di emergenza”

Un sondaggio effettuato in Francia dall’Elabe Institute ha concluso che solo il 20% dei francesi ha fiducia in AstraZeneca, il 58% è scettico e il 22% indeciso. Presumo che in Italia e in Germania i cittadini non avrebbero risposto molto diversamente. Questi dati, pubblicati dal New York Times, dimostrano come la fiducia in AstraZeneca sia crollata. Il giornale riporta anche la dichiarazione di un padre milanese il quale sostiene che “prima del caso AstraZeneca non avrebbe esitato a intingere i suoi bambini nel vaccino, ma ora non assumerebbe AstraZeneca poiché gli sembrerebbe di giocare alla roulette russa”. La letteratura scientifica sulla valutazione collettiva del rischio include anche la valutazione cosiddetta emotiva che in più casi s’è rivelata più corretta di quella accertata dalle istituzioni scientifiche. La democrazia e la libertà di informazioni comportano molti vantaggi e qualche danno, come forse in questo caso. Ma in questo caso non è ancora detto… Oggi, io avrei molte perplessità a vaccinarmi con AstraZeneca: una reazione emotiva? In parte: se il vaccino è stato ritirato e ho fiducia nella scienza e nelle istituzioni scientifiche – e anche in quelle politiche – la mia reazione è pienamente giustificata dai dubbi sollevati e presi seriamente in considerazione.Da una parte i controlli sui vaccini denotato grande attenzione e serietà da parte delle istituzioni tecnico-scientifiche e danno fiducia. Dall’altra, il caso AstraZeneca e il discutibile comportamento di alcuni governi – in primis quello tedesco – fanno perdere ai cittadini la fiducia nei vaccini e in AstraZeneca in particolare. Bene o male? Ci sono altri vaccini che funzionano meglio e sono più sicuri. Il rapporto tra rischio e beneficio, misurati collettivamente, è concettualmente impossibile e presume una decisione di autorità. Si può oggi imporre AstraZeneca a chi, individualmente, ne teme gli effetti?

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LETTA SEGRETARIO DEL PD

e l’idea di Elly Schlein

Con Letta (Enrico) il PD diventa ancor più un partito di governo e di centro. A parte le idiosincrasie personali e il desiderio di rivincita che potrebbe muoverlo, cosa potrà proporre il PD di Letta di diverso da Renzi e Calenda? Come e dove potrà ampliare l’offerta politica attuale del PD? Potrà mai riformare un partito diviso e privo di identità sulla base di qualcosa di alternativo a un ancor più grigio conservatorismo? Letta, per sua (degnissima) collocazione culturale e politica, non potrà che riprendere il dialogo con quelle forze moderate oggi militanti nel centrodestra di cui suo zio fu parte importante. Ma questo non è già avvenuto di fatto con il governo Draghi?Con Letta sarà molto difficile riavviare quella cooperazione strategica e di altro profilo politico avviata da Zingaretti e Conte qual era il dialogo con i 5stelle per recuperare un elettorato radicale e moderatamente anti-establishment. Non recupererà nemmeno le Sardine. Elly Schlein giustamente ha chiamato a raccolta la vecchia sinistra invocando un “nuovo partito” per ritessere “il filo dell’ascolto con quello che si muove nella società, dove nasce un grido di rivendicazione”. E ha continuato dichiarando che la “soluzione non è rientrare in un Pd in grande confusione”, ma “ricostruire l’intero campo nel suo insieme su basi più coerenti”. Un linguaggio antiquato quanto si vuole, ma necessario per recuperare un elettorato alla ricerca di rappresentanza senza perdere i contenuti nuovi che altri esprimono in modo più aggiornato. L’operazione di Schlein avrebbe senso e successo se riuscisse a collegare la vecchia sinistra con le nuove istanze di cambiamento che provengono dal vasto elettorato che aveva guardato al Movimento 5stelle e in parte era stato fidelizzato dal governo Conte2. Ma con Letta inevitabilmente si sta prendendo un’altra strada.

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Il futuro di Conte e del PD

Si può giudicare positivamente o negativamente il governo PD/5stelle, sebbene nella situazione di emergenza in cui ci siamo trovati, qualsiasi persona ragionevole e onesta lascerebbe il giudizio sospeso. Diversa è la valutazione politica dell’alleanza in prospettiva. Una collaborazione, sia pure dialettica, tra i due partiti costituisce un punto di partenza importante per aggregare il voto della parte più progressista e potenzialmente maggioritaria dell’elettorato. Tale elettorato è composto, per una parte dallo zoccolo duro del PD che, oltre ai singoli elettori, include un numero rilevante di amministratori competenti ed esperti. Per altra parte raggruppa un elettorato più giovane e disperso che richiede cambiamenti, è tendenzialmente ambientalista, innovatore, inclusivo, pacifista, interessato alla cultura, egalitario, idealista; e anche un poco confuso e sprovveduto, ma non aggressivo e cinico. Questo elettorato ha votato in buona parte 5stelle ed è alla ricerca di risposte a nuove esigenze. Le alternative a questo potenziale blocco politico sono due. La prima è la destra demagogica, oggi egemonica, costituita da Lega e da FdI che ha corrispondenti in tutti i Paesi occidentali. Rappresenta istanze nuove e modi di pensare diversi da quelli sedimentati nei gruppi politici tradizionali. Stento a trovare qualcosa di accettabile nel linguaggio e nei contenuti, ma non si può negare la novità e la competitività di una proposta politica che unisce il popolo delle partite IVA e dei piccoli imprenditori all’assistenzialismo del reddito di cittadinanza e di quota 100. I due partiti della destra demagogica e popolare riescono a cavalcare con destrezza un rabbioso desiderio diffuso e comprensibile di distruggere vecchi simulacri usciti dalla riorganizzazione del mondo avvenuta ormai tre quarti di secolo orsono, la ricerca di presunte identità nazionali e di ideali astratti, la paura degli stranieri. In questa componente sociale c’è cinismo e aggressività, ma anche realismo, senso pratico e una sfiducia nei buoni sentimenti che induce ad auspicare uno Stato e un leader forte. Il tutto tra mille contraddizioni, non superiori a quelle degli altri. L’alleanza tra Lega e 5stelle non era così abnorme come poteva sembrare: univa le componenti innovative e non rappresentate dell’elettorato entrambe animate da un desiderio emotivo di cambiamento. Ma non potevano rimanere unite proprio per la differenza sostanziale dei sentimenti e dell’antropologia culturale dei due elettorati.La terza opzione possibile è costituita dall’aggregazione di un “grande centro” conservatore che ancora non esiste. Sarebbe l’erede e l’estensione del governo Renzi-Alfano-Verdini-Calenda e prima ancora del governo Letta, le cui fondamenta furono poste da Napolitano e Monti per risalire se vogliamo fino allo strappo di Fini. Ad avviare questa operazione di restaurazione è stato chiamato per l’appunto Renzi, il quale aveva promesso di ritirarsi come Cincinnato, ma s’è trasformato in un novello Coriolano. Il grande centro sarebbe certamente degno, ma non chiamiamolo riformista, tanto meno riformatore! Né possiamo sperare che risponda alle nuove esigenze espresse da una parte ampia e crescente (anche per questioni d’età) di un elettorato che non trova una collocazione soddisfacente nella società contemporanea. Questa formazione politica in via di formazione svolgerebbe un ruolo utile per il Paese solo se fosse incalzata da una concreta possibilità di essere sostituita dall’alleanza innovativa e progressista rappresentata dal PD/5stelle, evitando avventurismi, velleitarismo e un mutamento troppo rapido. Allo stesso tempo, opererebbe per contenere la destra reazionaria riconducendola alle necessarie mediazioni. Il possibile governo Draghi apre la strada a questo blocco conservatore: un governo “non politico” è per definizione conservatore. Questo governo nascerà per distribuire i finanziamenti del Recovery Fund tra un’ampia platea di richiedenti. Draghi, che non può avere una piattaforma politica, sarà il garante di una distribuzione secondo parametri e spartizioni tradizionali ben radicate. Emblematico il Ponte di Messina, non a caso evocato da Renzi; o nel Veneto l’apertura della Lega in cambio di grandi opere nel porto di Venezia e, in definitiva, l’insistenza su infrastrutture tradizionali anziché sul rinnovamento dell’economia, del rapporto con l’ambiente e dell’istruzione. Qualcuno dirà che non c’erano abbastanza competenze nel governo Conte per potere fare un PNRR e gestirlo. Le competenze nel Paese rimangono quelle che sono sia che il capo del governo sia il primo che passa per strada, sia che arrivi un presunto Superman. Cambia invece la capacità di imprimere un diverso indirizzo politico. Conte avrebbe potuto darlo grazie alla domanda politica espressa dai 5stelle e alle competenze del PD. Draghi non cambierà nulla negli equilibri e nelle spartizioni. La qualcosa non è una tragedia come non lo sarebbe stata la permanenza di Conte. Si tratta solo di un rallentamento sulla via del cambiamento e della creatività che procederà comunque perché l’Italia è fatta da sessanta milioni di persone (e l’Europa da trecento milioni) che continueranno a lavorare e a cambiare. E speriamo anche a votare.

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LEGGERE MENO ma MEGLIO!

(da una conversazione con Pier Massimo Forni)

Jean-Baptiste-Camille Corot “La lecture interrompue”(1870)

Oggi si legge poco. Meglio sarebbe dire che si legge male. Osservo il quadro di Jean-Baptiste-Camille Corot “La lecture interrompue”(1870). La donna rappresentata si sofferma a riflettere tenendo il segno con il dito sulla pagina. La rappresentazione di lettori che meditano con il libro in mano è frequente fin dal Rinascimento. Ricordo una conversazione con il compianto amico Pier Massimo Forni docente di letteratura italiana il cui ricordo ho riportato nella conclusione di un mio libro.… “Quel giorno, mentre conversavamo, Pier Massimo mi disse che Dante era un uomo di straordinaria cultura formatosi grazie a moltissime letture. L’affermazione mi sorprese e gli domandai se gli pareva possibile che Dante avesse letto più di lui. Rimase sorpreso poiché era ovvio che Pier Massimo – come gran parte di noi – avesse letto molto più di Dante. Ma se l’avesse ammesso, sulla base della precedente affermazione avrebbe dovuto concludere che la sua cultura era ancor più smisurata di quella di Dante. Cosa difficile a sostenersi senza apparire scioccamente presuntuoso. La domanda che segue è dunque: quanto è necessario leggere per dire qualcosa di innovativo? Non è forse giunto il momento di leggere di meno e pensare di più conservando il rigore logico? Non è forse possibile che il progresso della cultura possa procedere per detrazione del superfluo anziché per accumulazione delle conoscenze? O persino per abbattimento della conoscenza allo scopo di liberare un po’ di memoria inutilizzata e far posto nelle nuove menti a un pensiero nuovo su cui solo in seguito ritornare a reinnestare il vecchio? Invece che sentirci costretti a riferirci al passato per pensare il futuro, forse è giunto il momento di ripartire da zero: riformattare i cervelli e salvare la memoria in una chiavetta. Non sono i libri letti né le esperienze fatte che formano la cultura, ma la capacità di elaborare gli stimoli esterni che possono giungere sia dai libri sia dalle esperienze. Talora è necessario trasportare mille sacche di grano e si dovrà usare un cavallo frisone; talaltra è necessario correre veloci (con il pensiero) e nessun cavallo frisone sarà più veloce di un cavallo berbero. Il momento è giunto di lasciare in stalla i cavalli frisoni e lanciarsi nella corsa con i cavalli berberi” … (dalla conclusione del mio saggio “Città Flessibili”, Instar, Torino 2009, “Zeitgast in Babel … e Umberto Eco mi appare in sogno”.

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MA VAI A LAVORARE!

Lavoro e rivoluzione del tempo

Fino a trenta o quarant’anni fa, se la mattina facevi jogging sull’argine, sicuramente qualche veneto laborioso ti avrebbe apostrofato con un perentorio “ma vai a lavorare”! Oggi, siamo abituati a vedere podisti e ciclisti di tutte le età a qualsiasi ora, maschi e femmine di tutte le etnie. Sono frequentati costantemente i centri commerciali, i bar, le palestre, i cinema, i circoli, le associazioni di volontariato, le piste da sci, i corsi di scrittura creativa, di lingue, di yoga, di cucina. Per non parlare di viaggi e vacanze. C’è più tempo per manifestare, protestare e partecipare alla vita civile, associativa e politica sebbene sempre meno persone vadano a votare e si iscrivano ai partiti. Occupazioni una volta relegate nel poco tempo libero del lavoratore, oggi sono per molti la parte principale della vita. Così che, mentre un tempo ci chiamavano con il nome del lavoro che svolgevamo, oggi spesso ci identifichiamo nelle attività non lavorative. I sociologi parlano di società degli stili di vita che prescindono dall’occupazione ufficiale e in gran parte dal reddito, ma dipendono dal modo in cui si passa il tempo in cui non si lavora. Questo tempo è cresciuto a dismisura.Se prendiamo un lavoratore occupato per quarantadue anni a trentacinque ore la settimana e una speranza di vita di 85 anni, è stato calcolato che lavorerà circa l’8% della sua intera vita e il 13% della vita da sveglio. Cosa fa il resto del tempo? Ai tempi di Marx, Turati e Gramsci, il lavoro occupava il 70% del tempo da svegli di gran parte dei lavoratori. Nel corso di un paio di generazioni la parte della vita che dedichiamo al lavoro s’è drasticamente ridotta per motivi sociali e tecnici, ma anche biologici: in media viviamo dieci anni di più che nel 1950 e dall’inizio del secolo scorso la nostra speranza di vita alla nascita è cresciuta di circa il 40%! Il tempo che dedichiamo all’istruzione elementare è diminuito in rapporto alla durata della vita, ma è aumentato quello dedicato all’istruzione superiore e alla formazione continua. Per la prima volta nell’attuale società convivono quattro generazioni, quando solo cinquant’anni fa a stento ce n’erano tre: passiamo tutta l’età adulta e lavorativa alla presenza dei nostri genitori: persino gli psicanalisti ne dovranno tenere conto! Sociologi ed economisti già lo fanno poiché nella stessa famiglia talora abbiamo genitori e figli entrambi pensionati nonché giovani disoccupati o eterni studenti (loro malgrado). Facciamo l’amore sei volte di più che un secolo fa (dato rilevato non si sa come), procreiamo sei volte di meno e ci sposiamo ripetutamente. L’etica del lavoro dei veneti, che ci ha condotto a un’opulenza oggi messa a rischio dalla crisi, la si applica al solo 13% della vita. Per il resto del tempo “liberato” è necessario trovare valori adeguati alla nuova situazione. Su questi dati vale la pena riflettere per riorganizzare le nostre vite nonché l’impresa e un lavoro che tuttora garantisca il reddito e la libertà agli individui. Purtroppo tutto è cambiato tranne i linguaggi sindacale, imprenditoriale e politico che risalgono di fatto alla fine del secolo diciannovesimo. Con la vecchia retorica del dibattito politico sono rimaste cristallizzate anche le rigide soluzioni offerte alla disoccupazione.

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