UN PD A 5STELLE

Progressisti e innovatori: un accordo strategico

Dalla vecchia sostenibilità alla transizione ecologica

In tutta Europa e negli Stati Uniti la paradossale parola d’ordine dei sedicenti progressisti è diventata “difendiamo l’ordine costituito”. Se qualcuno sostiene che questo ordine fa schifo ed è tutto fuorché in ordine, si risponde con la fatalistica formula: “non c’è alternativa”. Gli americani la sintetizzano nell’acronimo TINA (there is no alternative)! La difficoltà di trovare un’alternativa deriva prima di tutto dalla difficoltà di definire cosa significhi oggi essere progressisti. In secondo luogo, chi è davvero disposto a cambiare. Il termine è vecchio, rappresenta il passato e viene pronunciato solo dagli anziani che vedono il futuro come il domani di ieri. Mentre i veteroprogressisti del Novecento procedevano lungo una via segnata, oggi si richiede di “innovare” tracciando nuovi percorsi. Il cambiamento sarà più rapido o più graduale, ma di certo va ripensata la direzione che non è più quella immaginata dai veteroprogressisti. Il termine “progressismo” si combina con un altro termine che ha fatto il suo tempo e che risale agli anni Ottanta del Novecento: lo “sviluppo sostenibile” (la “sostenibilità”) non è più idoneo ad affrontare le problematiche ambientali tanto che oggi si comincia timidamente a sostituirlo con la più aggiornata proposta di “transizione ecologica”. Senza che gran parte di chi ne parla sappia cogliere ancora la differenza.

Una parte importante dell’elettorato, potenzialmente maggioritaria, invece, esprime una domanda politica di reale innovazione associata in certa parte alla transizione ecologica. La trasformazione di questa domanda politica virtuale in elettorato e in rappresentanza dipende da come sarà costruita l’offerta da parte delle organizzazioni politiche. Il PD e il M5stelle, alle soglie di un’alleanza strategica dopo la collaborazione di governo, sono le compagini politiche più propense a rappresentare la domanda di innovazione sociale e della transizione ecologica. L’ipotesi base è che oltre agli “innovatori creativi”, il resto dell’elettorato si divida tra conservatori-riformisti, e neotradizionalisti. I veteroprogressisti, ancora numerosi, costituiscono un elettorato fluttuante e composito che può essere convinto a trasformarsi in “innovatore” oppure a rifluire tra i conservatori-riformisti; più difficilmente aderirà ai neotradizionalisi anche se alcuni di loro condividono qualche contenuto anche con questo gruppo sociale. Dai neotradizionalisti, invece, provengono proposte altrettanto innovative e costituiscono una potenziale maggioranza sia pure su basi diverse dagli innovatori creativi. 

Queste tre componenti dell’elettorato sono variegate al loro interno e sono presenti in tutta Europa e negli Stati Uniti in forme simili. La tripartizione, proposta per semplicità analitica, in Italia s’è consolidata anche a livello elettorale sia pure senza una vera presa di coscienza in quanto manca un linguaggio adatto e aggiornato. Da ormai quasi dieci anni il voto popolare si concentra su tre raggruppamenti che si dichiarano inconciliabili e di conseguenza i governi si formano in Parlamento piuttosto che emergere dalle urne. L’offerta politica è confusa e incoerente da parte delle organizzazioni politiche – partiti, movimenti, liste – e perciò una buona parte dell’elettorato risponde all’emotività del momento piuttosto che a programmi.

In Italia, il trauma della pandemia è stato preceduto da quello delle elezioni del 2018 e dalla formazione di un’alleanza tra Lega/5stelle che ha portato al governo organizzazioni politiche con programmi antisistema. Nonostante il governo antisistema sia durato solo un anno, è stato fondamentale nel ridefinire elettorati e alleanze, prima tra tutte quella tra PD e 5stelle che potrebbe diventare solida, duratura e, auspicabilmente, strategica. Purché si riempia dei contenuti che propongo in un saggio in corso di redazione. Suggerirei di cambiare nome al M5stelle di Conte sottolineando la componente radicale e ambientalista per differenziarlo dal PD il cui nome, visto l’elettorato anziano e conservatore che ha, fa bene a mantenere.

Continue Reading

MA VAI A LAVORARE!

Lavoro e rivoluzione del tempo

Fino a trenta o quarant’anni fa, se la mattina facevi jogging sull’argine, sicuramente qualche veneto laborioso ti avrebbe apostrofato con un perentorio “ma vai a lavorare”! Oggi, siamo abituati a vedere podisti e ciclisti di tutte le età a qualsiasi ora, maschi e femmine di tutte le etnie. Sono frequentati costantemente i centri commerciali, i bar, le palestre, i cinema, i circoli, le associazioni di volontariato, le piste da sci, i corsi di scrittura creativa, di lingue, di yoga, di cucina. Per non parlare di viaggi e vacanze. C’è più tempo per manifestare, protestare e partecipare alla vita civile, associativa e politica sebbene sempre meno persone vadano a votare e si iscrivano ai partiti. Occupazioni una volta relegate nel poco tempo libero del lavoratore, oggi sono per molti la parte principale della vita. Così che, mentre un tempo ci chiamavano con il nome del lavoro che svolgevamo, oggi spesso ci identifichiamo nelle attività non lavorative. I sociologi parlano di società degli stili di vita che prescindono dall’occupazione ufficiale e in gran parte dal reddito, ma dipendono dal modo in cui si passa il tempo in cui non si lavora. Questo tempo è cresciuto a dismisura.Se prendiamo un lavoratore occupato per quarantadue anni a trentacinque ore la settimana e una speranza di vita di 85 anni, è stato calcolato che lavorerà circa l’8% della sua intera vita e il 13% della vita da sveglio. Cosa fa il resto del tempo? Ai tempi di Marx, Turati e Gramsci, il lavoro occupava il 70% del tempo da svegli di gran parte dei lavoratori. Nel corso di un paio di generazioni la parte della vita che dedichiamo al lavoro s’è drasticamente ridotta per motivi sociali e tecnici, ma anche biologici: in media viviamo dieci anni di più che nel 1950 e dall’inizio del secolo scorso la nostra speranza di vita alla nascita è cresciuta di circa il 40%! Il tempo che dedichiamo all’istruzione elementare è diminuito in rapporto alla durata della vita, ma è aumentato quello dedicato all’istruzione superiore e alla formazione continua. Per la prima volta nell’attuale società convivono quattro generazioni, quando solo cinquant’anni fa a stento ce n’erano tre: passiamo tutta l’età adulta e lavorativa alla presenza dei nostri genitori: persino gli psicanalisti ne dovranno tenere conto! Sociologi ed economisti già lo fanno poiché nella stessa famiglia talora abbiamo genitori e figli entrambi pensionati nonché giovani disoccupati o eterni studenti (loro malgrado). Facciamo l’amore sei volte di più che un secolo fa (dato rilevato non si sa come), procreiamo sei volte di meno e ci sposiamo ripetutamente. L’etica del lavoro dei veneti, che ci ha condotto a un’opulenza oggi messa a rischio dalla crisi, la si applica al solo 13% della vita. Per il resto del tempo “liberato” è necessario trovare valori adeguati alla nuova situazione. Su questi dati vale la pena riflettere per riorganizzare le nostre vite nonché l’impresa e un lavoro che tuttora garantisca il reddito e la libertà agli individui. Purtroppo tutto è cambiato tranne i linguaggi sindacale, imprenditoriale e politico che risalgono di fatto alla fine del secolo diciannovesimo. Con la vecchia retorica del dibattito politico sono rimaste cristallizzate anche le rigide soluzioni offerte alla disoccupazione.

Continue Reading

L’infedele

Era bello, proporzionato. Lo sguardo intelligente e penetrante. Soltanto un poco triste. Aveva appena lasciato l’adolescenza, si sarebbe detto. Oppure che era entrato nella prima giovinezza. Appariva persino pulito e ben curato. Un dono di natura perché di sicuro non badava all’aspetto. E ancor più certo, nessuno si prendeva cura di lui. Avevo appena finito la lezione all’Università Ovidius di Mamaia, presso Costanza. Erano le cinque e potevo ancora contare su un paio d’ore di luce. Ai primi di maggio il Sole indugia un poco prima di posarsi lasciando la sensazione che qual cosa sia rimasta sospesa. Il periodo migliore per camminare lungo la spiaggia. Quando già comincia a far caldo di giorno, ma il fresco della sera che cala improvviso, ti ricorda l’inverno appena passato. A studenti e dirigenti pubblici, attenti e interessati, avevo spiegato come promuovere lo sviluppo economico nelle regioni rumene depresse. Cioè in tutte le regioni rumene. Ero depresso io stesso. Non in modo drammatico o particolare. Semplicemente coinvolto nel clima di disfacimento che mi circondava. Avevo raccontato, con il più sincero entusiasmo intellettuale, i sistemi per promuovere la ricchezza e lo sviluppo. Finita la performance didattica, avevo finito per non crederci nemmeno io. Così che mi sentivo un ingenuo o persino un mentitore. Forse non lo realizzavo consciamente, ma quella sottile malinconia penetrava in me attraverso il dubbio: a cosa serviva quanto stavo facendo? C’era davvero bisogno di me sulle spiagge del Mar Nero? Il tramonto, la giornata che volgeva al termine, il mare della sera che ondeggiava stanco, lento e distratto, accentuavano questo mio sentimento. Era l’ora della sera che induceva alla nostalgia e inteneriva il cuore anche ai marinai più insensibili. Per di più, la spiaggia fuori stagione di maggio si rivelava quasi più solitaria di quanto non fossi io stesso. Secondo i canoni dell’ospitalità rumena, ero stato abbandonato, sia dai miei studenti sia dai colleghi. Pur avendomi invitato da così lontano, nessuno pensava a concedersi per farmi un poco di compagnia. Le luci del lungomare di quel povero paese sembravano ancor più spente di qualsiasi altro giorno dell’anno. 

Della mia solitudine non mi importava più di tanto ormai. Dopo averci forzatamente convissuto per anni, iniziavo ad apprezzarla e praticarla. A desiderarla persino. Non ci fosse stata, ne avrei sentito la mancanza. Ormai ci cercavamo anche quando avremmo potuto facilmente evitarci. La lunghissima passeggiata sulla spiaggia, che avevo appena intrapresa, mi affascinava per la sana fatica che avrebbe comportato. Per il piacere del mare e del vento. Per i pensieri e le fantasie che avrebbero occupato la mia mente sola per oltre tre ore in un lido lontano e straniero che evocava storie antiche di poeti esiliati e imperatori traditi, di commercianti e navigatori, di guerrieri e coloni. Tolsi le scarpe e le legai per i lacci allo zainetto. Mi diressi sul bagnasciuga dove è più facile camminare e le onde rinfrescano i piedi purificandoti tutto. Fu lì che ci incontrammo. Lontano vedevo solo mare e spiaggia. Ancor più lontano, i grandi impianti industriali, inarrivabili di là della foce del fiume. Avanzando, alberghi e case erano sempre più dispersi fino ad essere sostituiti dalla brughiera e poi da un rado bosco ceduo. Il silenzio cresceva e nel silenzio sentivo il rumore del mare e il gracchiare di pochi uccelli. Di tanto in tanto incontravo qualche coppia di ragazzi ignari di tutto fuorché del loro essere insieme. 

Lui cominciò a seguirmi timidamente. Gli sorrisi con invitante prudenza. Comprese immediatamente. I nostri gesti erano quelli attesi, da secoli parte della natura. Camminammo insieme, tenendoci ancora un poco distanti. Io sul bagnasciuga, lui preferendo piuttosto la sabbia. Sembrava avessimo le stesse intenzioni per quella passeggiata. Forse le stesse curiosità. Sicuramente condividevamo lo stato d’animo. Guardavo tutto, osservavo il mare e i pezzi di legno sulla piaggia. Le onde sempre diverse e uguali, la sabbia uniforme e variegata. Poi gli uccelli e le nuvole. E il Sole giallo, poi arancione, infine rosso. Ogni minuto tutto cambiava e non solo perché mi stavo muovendo verso altri posti. Ogni altro posto era identico, ma il tempo non lo era mai. Oppure lo era sempre. Eternità e minuto si parlavano senza comprendersi eppure confondendosi nell’uno l’altra. Milioni di eventi si susseguivano nell’apparente staticità del paesaggio di mare e spiaggia. Anche lui osservava tutto. Forse più di me attratto dai particolari, non alzava lo sguardo, se non per tenermi a vista e raggiungermi qualora mi fossi troppo allontanato da lui. Sapevo che quel che lui osservava vicino, in terra, io lo inseguivo con ampi sguardi. Ma era la stessa cosa o lo stesso nulla. Ci parlavamo con gli occhi comprendendoci a fondo. La diffidenza era scomparsa presto. Dopo dieci minuti di cammino insieme ci sentivamo una coppia. Come tale ci comportavamo e così gli altri sembravano giudicarci. Questa situazione mi rendeva un moderato piacere, per la sensazione di non essere solo, di avere una compagnia. Un piacere che non riusciva a esplodere per il timore della disillusione. Lui appariva raggiante. La tristezza del suo sguardo s’era dissolta. Finché mi si avvicinò davvero. Gli passai una mano sulla testa. Ricambiò a suo modo. E camminammo ancora a lungo insieme. Non ci volle molto a imparare come stare insieme. Credo che entrambi ne avessimo esperienza frequente. Troppo frequente, forse. Gli lanciai un legno e me lo riportò. Lo feci ancora, poi ci stancammo di quel gioco che ci rendeva unitamente felici. Quando la stanchezza del cammino crebbe, abbandonammo i giochi e le esplorazioni. Ci bastò restare vicini. Poi ci accontentammo di essere insieme. E fare uniti quell’ultimo sforzo per tornare a casa: io al mio squallido albergo romeno in cui l’Università mi ospitava. Lui non so dove, ma certamente nello stesso quartiere in cui sembrava muoversi con agio e conoscere molti dei residenti, cani randagi e persone.

Sono certo che anche a lui – almeno per un momento – passò per la mente la stessa idea che cominciavo a vagheggiare. La vidi passare nel suo sguardo tornato triste. Poteva tornare con me a casa e diventare il mio cane. Ne aveva tutte le qualità. I randagi sono cani intelligenti e miti, ma forti e sani. Se troppo aggressivi con gli umani ne vengono uccisi. Devono avere iniziativa e tatto per trovare il cibo ogni giorno. Dignità e coraggio sono loro necessari per difendersi e acquisire un posto nel branco. Ma serve anche la salute e l’umiltà per negoziare i favori umani di cui hanno bisogno per sopravvivere. I randagi amano la libertà, ma ancor più desiderano anch’essi la compagnia degli umani a cui non sanno rinunciare. Soli non vogliono stare. 

Ci capivamo bene e sentivamo quell’affetto profondo che sembra immediatamente indistruttibile e immortale. La sua naturale pulizia non richiedeva nemmeno un bagno che comunque gli avrei fatto nel mio albergo. E non importa se l’albergo assegnatomi dall’Università sarebbe apparso squallido ai suoi stessi occhi di cane randagio. Ero arrivato in macchina da Graz, dove vivevo. Mentre rientravo attraverso la Transilvania e l’Ungheria, avrebbe dormito sul sedile posteriore. Di tanto in tanto sarebbe venuto davanti a farmi qualche festa e leccarmi una mano. A dividere con me la monotonia della guida, disinteressato ai paesaggi attraversati ma attento a penetrare e condividere i miei stati d’animo. Ci saremmo fermati di tanto in tanto a riposare e mangiare, approfittando per qualche piccolo gioco di cane e uomo. Avrebbe assunto un ruolo sociale, una funzione importante e sono sicuro che avrebbe svolto al meglio il lavoro di cane a cui aspirava. Le stesse considerazioni valevano per me. Con lui avrei avuto una compagnia costante. E un senso di responsabilità per lui. Persino un ordine di vita organizzato sulle sue esigenze e non solo sulla mia solitaria stanca assenza di abitudini. Avremmo passeggiato orgogliosi l’uno dell’altro nel centro della città. Insieme e non più soli all’avvilita ricerca di cibo o compagnia. 

La decisione di portarlo con me era ormai presa. Ma un altro passò avviandosi verso la spiaggia. Lui lo seguì senza sforzo né dubbio, pur avvolgendomi con uno sguardo sconsolato e doloroso che contraccambiai con ancor maggiore amarezza e delusione. Se ne accorse e soffrì per me e per sé. Ma non si fermò. Lo vidi presto riprendere gli stessi giochi che aveva appena smesso con me manifestando la medesima improvvisa felicità. Con gelosia pensai che l’altro avrebbe avuto maggiore successo. Poi compresi che nulla sarebbe cambiato con il nuovo compagno, né con il successivo e con l’altro ancora. La sua facile capacità di camminare e giocare con tutti era così smisurata quanto la sua disperazione di essere solo. Si dimenticò di me dopo il rimpianto di un attimo. Troppe volte abbandonato per esser fedele, poteva contare solo sulla gioia di una curiosità sempre più stancamente ripetuta. Gli restò la pena ogni volta più grande. Io stesso non pensai più a lui appena ripresi a lasciarmi affascinare da tutto il resto del mondo.

Continue Reading

RECEP E URSULA

Chi ha sbagliato? E fino a che punto c’entra il genere?

Un’osservazione sul caso sofà-gate. Tutta l’attenzione s’è concentrata sul genere di Von der Leyen e non sul suo ruolo politico e rappresentativo. È possibile che gli addetti europei al protocollo non avessero concordato la distribuzione dei posti? Se hanno accettato la secondarietà della Presidente della Commissione privilegiando il Presidente del Consiglio Europeo, significa qualcosa anche come riconoscimento dei ruoli che non sono affatto indifferenti rispetto alla politica internazionale della UE: la Commissione rappresenta l’unità europea, il Consiglio la somma dei governi (una mia intuizione e gradirei un’eventuale precisazione o smentita dei giuristi internazionalisti). Se la stessa cosa fosse successa a un Presidente maschio, avrebbe avuto la stessa risonanza o forse meglio dire strumentalizzazione? O nessuno se ne sarebbe accorto e Michel e Von der Leyen si sarebbe azzuffati in seguito in privato? O la stampa occidentale avrebbe discusso con meno emozione e più profondità sul tema? Erdogan definito dittatore dall’Occidente, ma in realtà è eletto democraticamente e in Turchia ci sono città governate dall’opposizione. Certamente si può parlare di deriva autoritaria (c’è sempre stata questa tendenza in Turchia solo che non se ne parla quando i governi sono filo-Occidentali o addirittura si instaurano dittature militari o si tentano colpi di Stato come avvenuto di recente). Sicuramente, l’attuale Presidente rappresenta alcuni valori e principi antioccidentali, tra cui l’uscita dalla convenzione di Istambul (anche se vorrei conoscere meglio i dettagli). Ora, a genere invertito del Presidente della Commissione e del Presidente del Consiglio, l’episodio avrebbe avuto luogo lo stesso attacco al Presidente della Turchia? Io non lo voterei se fossi turco poiché ho un’altra impostazione culturale, ma ragionamenti diversi dal solo genere della Von der Leyen sono possibili e può essere che nel tranello sia caduto Erdogan tanto quanto l’Unione Europea. Per lo meno si può pensare che l’incidente sia stato organizzato o strumentalizzato concentrandosi sull’aspetto più scontato e innocuo. E se invece è stato Erdogan a ordire il tutto, il messaggio all’UE potrebbe essere di non intromettersi nelle questioni di politica interna come le questioni di genere.

Continue Reading

BASTA MEDIOEVO!

“Basta medioevo”! Così sbottò la mia compagna di viaggio durante un lungo tour della Toscana e dell’Umbria una ventina di anni fa. Tra le stradine di Gubbio scoppiammo in una sonora risata perché la frase rappresentava perfettamente lo stato d’animo che avevamo maturato dopo quasi una settimana a gironzolare tra Cetona, San Cassiano, Chianciano, Montalcino, Pienza (questa è un po’ diversa, ma alla fine non tanto), Arcidosso, Orte, Orvieto e quant’altre mai. Certo, luoghi magnifici, interessanti. Pieni di storia e leggende, misteriosi quel che basta per immaginarsi fantasmi di eroici cavalieri, di santi predicatori e di crudeli signori aggirarsi tra quelle pietre che da lì non si sono mosse per mille anni e talora duemila e più, vista la discendenza romana ed etrusca di tanti di quei borghi. Il fascino di questi paesi abbarbicati sulla cima di montagne è innegabile. Ti addentri per minuscole stradine che talora si confondono con cortili, piccoli e grandi castelli, logge, brevi porticati, piazzette del mercato, scale a vista, in un disordine urbanistico – solo apparente? – che oggi sarebbe inaudito nelle nostre città, ma che attira i turisti nei borghi medievali. E il turismo e le nuove residenze restaurate, ridanno vita a centri che sembravano sul punto di morire negli anni Sessanta. Un urbanista contemporaneo potrebbe definire queste costruzioni come una serie di abusi edilizi: case rialzate, aggiunte, edifici e torri collocati nel bel mezzo di una via senza preoccuparsi di bloccare la viabilità. Abitazioni costruite come appendici di antiche chiese. Chissà se gli abitanti allora ne discussero e cercarono di opporsi. Probabilmente, molte controversie, piuttosto che con un ricorso al TAR, allora si risolvevano facendo volare qualche testa. Tra queste viuzze medievali, non ci si stanca mai di trovare uno scorcio interessante, decorazioni inattese e capitare improvvisamente, girato un angolo, davanti a un panorama mozzafiato. Si viene presi da un desiderio compulsivo di fotografare tutto perché tutto sembra svanire pur nella stabilità delle pietre. E nulla si trattiene di queste città a causa dell’immane diversità accumulata nei secoli, ma anche – e direi soprattutto – perché in queste città sembra mancare una logica che ne permetta di coglierne l’anima nel suo insieme. Sì, il borgo esiste ha un nome, una storia e una struttura, ma si articolano in talmente tanti dettagli da perdersi nel ricercare un filo conduttore. Ti rendi conto che queste case affastellate hanno una loro razionalità, ma soprattutto esprimono un’anima… che sfugge come un fantasma. Il fascino del borgo medievale sta in questo desiderio di inseguire e cercare quel che non si vede, ma si sente che esiste. Tuttavia, un desiderio, per definizione, è irrealizzabile e questi borghi, tutti diversi e tutti eguali, dove ogni dettaglio non somiglia all’altro, sono inafferrabili. Se ti lasci trascinare dai desideri ne diventi schiavo e continui a vagare e cercare senza sosta. Se invece riesci a liberarti da questa dipendenza dalle cupe e strette viuzze, prendi la macchina e ti rechi in una città rinascimentale, barocca o moderna dove la razionalità è evidente e unica, la bellezza esibita, gli spazi accessibili è allora che puoi finalmente prorompere in un liberatorio: “basta medioevo”!

Continue Reading

La diplomazia del sofà

e il genere che non c’entra

Perché non pensare che saranno le donne e gli omosessuali turchi (la Turchia è un Paese laico molto occidentalizzato per molti versi) a “liberarsi” per conto proprio anziché pensare che l’Occidente abbia il diritto di mettere il naso negli affari di altri? Sulla base del principio della nostra superiorità morale? Non si pensa che da parte dell’Europa, degli USA e della NATO ci sia molta più convenienza a liberarsi di Erdogan, più che a liberare le donne turche? A me può anche andare bene l’eliminazione di Erdogan (gli USA hanno già tentato un colpo di Stato due anni fa): in fondo tutti noi beneficiamo della ricchezza e della potenza occidentale e uno sgarbo diplomatico non ci fa un baffo rispetto alla nostra potenza e ingordigia e alla secolare umiliazione che molti Paesi ancora subiscono. Vedi la condizione degli immigrati turchi e le questioni relative allo jus soli in Germania e Italia. Non ne farei proprio una questione morale, di principio e il genere semmai è un pretesto, la rivendicazione di un diritto a essere diversi. Qui si tratta solo gestione del potere e la decadenza morale dell’Occidente si affianca alla disponibilità di alternative: la Cina su tutti, ma anche la Russia e il mondo arabo. Non sono addentro alle cose turche né alla politica internazionale e mi appello semmai agli specialisti. Per ora mi sembra che Erdogan sia un capo di governo autoritario che sta cercando di instaurare un regime (ci è quasi riuscito), ma incontra l’opposizione nelle urne, nell’esercito e in altre componenti sociali. Noi, come s’è sempre fatto nella storia, sosteniamo in tutti i modi l’opposizione, ma non perché siano migliori, più democratici, più gay o più femminili: solo perché ci conviene! Il consenso di Erdogan è costruito sull’opposizione all’Occidente e al richiamo alle tradizioni che Ataturk aveva tentato di rimuovere completamente, con il sostegno delle potenze vincitrici della Prima Guerra Mondiale. Un consenso mantenuto anche attraverso numerosi crimini su cui l’Occidente ha sempre taciuto. Ce ne sono molti altri di capi di Stato autoritari e criticabili nelle politiche di genere in giro, persino in Europa, ma vengono definiti diversamente e le loro malefatte passate sotto silenzio. Mi domando perché si attacca adesso su questo tema Erdogan e non si dica una parola sulla Saudi Arabia, ma anche sull’Ungheria, la Polonia e altri che hanno emanato leggi contro l’omosessualità e comunque lontane dal nostro modo di pensare liberale nel quali mi riconosco. Non dimentichiamo che la parte laica contraria a Erdogan e sostenutadall’Occidente ha espresso sanguinarie dittature militari (i militari turchi, grazie alla NATO, sono ancora molto potenti). Che poi a noi convengano i dittatori militari filo occidentali – che dire di Al-Sisi? – piuttosto che i nazionalisti turchi neo-ottomani è possibile: ma non facciamone una lotta tra angeli (noi) e demoni (loro)! Proprio perché sono figlio della cultura liberale e illuminista, mi rifiuto di giustificare con falsità la prepotenza, il doppiopesismo e l’imperialismo senile dei nostri governi e di quello americano in

Continue Reading

Veneto e Crimea

Il federalismo dimenticato in Europa*

La questione regionale fondamento della nuova Europa e non premessa per il suo disfacimento. Seguo la crisi in Ucraina su RT, l’emittente russa in lingua inglese. Una TV con il difetto di dare notizie assolutamente di parte, comunque utili ad allargare la prospettiva. RT si dilunga sul referendum veneto molto più dei media italiani. Descrive una regione impedita alla secessione allo scopo di presentare la Crimea come un luogo dove trionfa la democrazia e il diritto all’autodeterminazione. Lo stesso succede – sempre secondo l’emittente russa – in Catalogna, Scozia e Sardegna dove ai popoli oppressi l’Europa negherebbe il diritto all’indipendenza. La descrizione dei fatti europei da parte di RT è senza dubbio paradossale e strumentale, ma fa breccia in un problema reale. La questione regionale ha sempre svolto un ruolo cruciale nella costruzione dell’identità sia dei singoli Stati sia dell’Unione Europea. Gran parte degli Stati europei nascono da aggregazioni di unità politiche pre-rinascimentali che oggi sono resuscitati dal folclore e da rivendicazioni opportunistiche. In Italia, per di più, le regioni amministrative hanno poco a vedere con la storia e la geografia: i loro confini furono tracciati a fini statistici e corrispondono poco a identità storico-culturali. Così troviamo l’Emilia unita a una Romagna smembrata in tre regioni; la Venezia Giulia associata al Friuli e alla Carnia; lo stesso Veneto include zone dove si parla ferrarese, ladino e friulano. In caso di secessione saranno tutelati i ferraresi a sud del Canal Bianco come i Tartari in Crimea?L’Italia più volte è stata sul punto di adottare un modello federale auspicato da numerosi studiosi e patrioti risorgimentali. Alla fine è sempre prevalso il modello centralista proprio per contenere le ripetute spinte separatiste che, per esempio, dopo la seconda guerra mondiale avrebbero messo in discussione non solo l’unità del paese, ma anche l’appartenenza al blocco occidentale di un nord dove i comunisti erano in netta maggioranza. Oggi si parla di federalismo – o addirittura di secessionismo – solo a livello fiscale prescindendo da quelle considerazioni più ampie che sarebbero necessarie anche per legittimare una diversa ripartizione dei tributi. Non si collega il federalismo a una nuova idea di Unione Europea come sarebbe il caso perché consentirebbe una critica alla stato nazionale basata su ideali più ampi e non disfattisti. Al contrario, i secessionisti oltre che contro lo stato italiano, sono anche anti europei, la qualcosa appare incomprensibile. Con il provincialismo e l’egoismo nessun popolo ha mai costruito la sua storia, ma ha solo posto le basi dell’ asservimento e del declino. Un discorso serio sul federalismo dovrebbe partire dai temi essenziali della solidarietà e della sussidiarietà che sono alla base della convivenza europea e nazionale. Sarà davvero opportuno ripensare l’Europa e gli Stati che la compongono. Le regioni potrebbero svolgere un ruolo efficace nel creare un sistema che sappia coniugare diversità, competizione e coordinamento. Sulla base dell’unità di idee e cultura potrebbero rivendicare una vera autonomia. Regioni europee autonome consentirebbero di articolare meglio la solidarietà locale e la partecipazione alle spese per riportare un cittadino maturo al centro dei processi politici. Ma le premesse non sono certo quelle su cui oggi si discute: dal Veneto alla Catalogna prevale la vulgata del “padroni a casa nostra”, del “fuori gli stranieri” e del “teniamoci i nostri soldi”. Anche le università e la cultura alta è assente da questo dibattito così che il discorso sul federalismo e sull’Europa oggi è ridotto a iniziative sciocche, ma pericolose perché facili da strumentalizzare a fini autoritari.

  • Un editoriale di otto anni fa per il Corriere del Veneto
Continue Reading

AFTER THE VIRUS

What we could become in a more resilient world

Notwithstanding all these damned restrictions, we need to stay positive. Not about the virus! We must think how to transform the crisis into an opportunity for further progress. This is a recurrent commonplace, sorry about that, but there are good reasons to repeat it. As US senator Cory Booker reminds us, the corona virus crisiscan expand our moral imagination. We are “resilient”.  I need to use a word I heard for the first time in English, after the Twin Towers attack, and later after Hurricane Katrina. It’s an old term that Bacon and Descartes used in Latin (“resiliens”), and has since been included in specialised languages, such as materials science, psychology and ecology. More recently, social sciences have adopted this old neologism (sic!), and the media have followed. “Resilience” describes the capability of a social and economic system to react to catastrophes by absorbing them, bouncing back to the preceding state, and even making a leap forward. The Latin word “resiliens” means to rebound, recoil, jump back. Nowadays, “resilience” is a synonym of hope. 

There are more serious problems in the world than the coronavirus: wars, hunger, climate change. We endure the daily carnage of car, home and work accidents. Covid-19 is different: it is an organisational global calamity, which we must cope with all together. The geography of health has erased all borders and revised the relations between states and populations. We are becoming more aware of social injustice in our health care systems, which affects human welfare even more than any specific disease. The COVID-19 pandemic will result in social research never seen before. Experiments trigger scientific progress in natural sciences, but mass testing is hardly possible in social science research, and rarely allowed in normal times. 

That is why change and progress are slow and contradictory, except when a serious crisis occurs, such as the coronavirus infection. We are learning to keep physical distance from each other. You may notice people exaggerating, keeping as many as ten metres from each other. We see this in the Italian region where I live (Venetia), an area already inhabited by hygiene-obsessed people. Our supermarkets provide masks and disinfectant, so that everyone washes their hands before and after shopping. We are advised to wash even the outer packaging before opening food products. If I were an investor, I’d buy shares of hygiene products and pharmaceutical companies.   

Perhaps the most important challenge to our resilience is the widespread use of remote work and meetings online; they will become even more routine than they already are. We could have adopted this new working style a long time ago, but we have prioritised personal interaction. Old regulations, trade union inertia, and technology aversion have made us prefer the good old style. We now realise that we do not need to move from one place to another to comply with most of our duties and errands. All this might hasten two major changes that have proceeded at a very slow speed: mobility and traffic; housing and construction. We can be much more active than we believed by just sitting in our living room in front of the screen. Hence, we can drive less, and the demands on our mobility infrastructure will not be as urgent as many citizens and (who knows why?) the construction lobby petulantly claim. 

We may not need new roads, new rails, bridges and highways, so much as more electronic connections and nicer neighborhoods. Investment should go in the direction of facilities and infrastructures that reduce the need for mobility, such as e-commerce, home delivery, 3D printing, and remote work facilities and organisation. It’s not necessary to shut down what we have been used to. We all hope that soon we’ll go back to catch up with friends at the café and restaurants; go to the office just to meet the colleague we like or deal in person with the boss for a pay rise; see our students and talk with them face to face; and so on. But we’ll find out that all this can be reduced by something between 10 to 50 percent, depending on the job, on individual preferences, and on the role of personal interaction. Spending more time at home implies wider participation in neighbourhood life. City form and urban design will change. Paradoxically, remote work might improve proximity, as well as civic and personal relations. 

Remote education is another possibility that technology offers to change lifestyles. Students can listen to online classes and meet with the teachers and professors just a couple of days per week. They can choose the time to open the class file and organise their days as they prefer, and so can the professors. The rigid, militaristic educational system might become more flexible. If the students move less, the cultural life of the place where they live would also be affected. Would such a restructuring be an improvement? Who knows? Certainly, we’ll realise that routines can be different. A major transformation is likely to occur in the health care systems. It is crystal clear that they are not prepared for pandemics.  Only now we realise that, if this has happened, another pandemic – even more lethal – could take place in the future. COVID-19 shows us how the elderly, a large proportion of the population, are very fragile.  We need to clarify ethical principles about how to manage such large-scale emergencies and priorities. Many observers claim that the obligation to stay at home will provoke a conspicuous rise in divorce and domestic violence. No; resilience will bring the spouses together and enhance family life.  Wives, husbands and children will have more time together and will learn to listen. 

On a lighter note, extramarital affairs are likely in much greater danger than marriages.  Given the logistical, health and legal issues, unofficial partners will feel neglected, and jealousy will grow exponentially. As a consequence, the overall number of couples will not vary substantially.

Continue Reading

GRAMSCI E FACEBOOK

I “Quaderni dal carcere” rassomigliano ai post di un blog o di una pagina Facebook. Gramsci è stato il primo blogger di successo dal punto di vista letterario e del pensiero politico. Anzitutto, come molti blogger sapeva che nessuno o pochissimi l’avrebbero letto, almeno finché ci fosse stato il fascismo. In effetti andò proprio così e, prima di potere avere un’edizione critica e organizzata per materie dei Quaderni, bisognerà attendere il 1975 (a cura di V. Gerratana per Einaudi. Un’edizione parziale curata dal PCI fu in effetti già pubblicata nel 1948). 

Ma i motivi più importanti per cui i Gramsci scrive come in un blog sono altri due. 

Il primo riguarda la personalità dell’autore. Gramsci fu il fondatore del PCI e morì in odore di (laica) santità a causa del carcere subìto. Senza il suo carisma, non si sarebbe fatta attenzione alcuna ai suoi confusi appunti di oltre quindici anni prima, molti dei quali peraltro andati perduti. Nessuno si sarebbe dedicato con pazienza alla problematica analisi dei suoi scritti al fine di collegarli tra loro e trovare il filo conduttore di un pensiero coerente e articolato divenuto in seguito influente nella cultura mondiale. Dunque, per essere letto, un blogger deve già essere un personaggio influente e noto.

Il secondo motivo per cui Gramsci e i suoi Quaderni sono gli antesignani dei blog sta proprio nella forma in cui si esprime. Non scrive un trattato organico, ma elabora il proprio pensiero in successivi “post” allo scopo di chiarire e trattenere i propri pensieri. Scrive per stesso nella con una flebile speranza di essere un giorno letto. Esisteva, e in parte rimane, il culto per la parola scritta e stampata che ha accomunato tutti gli scrittori prima dell’elettronica. Una specie di feticismo per la carta stampata.

Conclusione: Leggere i Quaderni di Gramsci oggi sembra facile perché siamo abituati a letture brevi e anche a passare da un argomento all’altro con facilità. Siamo affascinati dall’emozione di alcune sue idee e sorvoliamo su altre che ci annoiano. Non poniamo attenzione sul dispiegarsi dell’argomentazione. Quando quarant’anni ne affrontai lo studio sistematico dei Quaderni, in un corso tenuto da David Harvey, ne compresi la difficoltà di interpretazione e la ricchezza di riferimenti ad altri autori e a scuole di pensiero. E fu faticoso… più che lasciarsi incantare dall’aforisma o dai pensieri in fuga che appaiono e scompaiono sullo schermo.

Continue Reading

Sanità statale o regionale?

L’inefficienza dello Stato

Tutti i cittadini devono avere pari accesso alle stesse cure: meglio quindi adeguarci tutti agli standard calabresi, piuttosto che avere maggiore efficienza in alcune regioni piuttosto che in altre. E se in Lombardia hanno fatto casino con le prenotazioni, la soluzione geniale è centralizzarle! Così che se – per caso – succedesse lo stesso inconveniente a livello statale, ne saremmo penalizzati tutti, ma in modo uguale… che soddisfazione. E perché non pensare che, se la Regione Lombardia fosse stata più piccola, avrebbe gestito in modo più efficace il sistema? O perlomeno, una parte sarebbe stata risparmiata dalle inefficienze? Ma ormai è un mantra a cui pochi si oppongono. Ovunque riecheggia il luogo comune: “Basta con la sanità spezzatino delle Regioni. Restituiamo le deleghe allo Stato”! La soluzione centralista appare ragionevole agli sprovveduti accecati dal panico causato dal Covid e sembra opportuna a chi ne approfitta per trarne beneficio!Rendiamoci conto che: (a) la sanità richiede un rapporto diretto con il territorio e la presenza di diversi modelli consente di adattarsi alle situazioni specifiche locali (b) diversi modelli organizzativi consentono di individuare e sperimentare quelli migliori (c) se si accentra tutta l’organizzazione sanitaria allo Stato, in caso di errori ne sarebbero penalizzati tutti i cittadini e probabilmente ci si adeguerebbe agli standard delle Regioni meno efficienti (d) nessuno ha mai sentito parlare dei “rendimenti decrescenti di scala” nelle organizzazioni? Chi critica la Lombardia, non ha mai pensato che sia una Regione troppo grande per gestire in modo efficiente la sanità?(e) il decentramento delle politiche sanitarie non esclude il coordinamento di alcune attività con lo Stato, con l’Europa e con OMS che è già operante e i cui problemi non si risolvono con ulteriori accentramenti, ma con più coordinamento, più decentramento e maggiore responsabilità diretta.

Continue Reading

Boulder: La solita strage

A Boulder, Colorado, succede un altro omicidio di massa, quello che in altri Paesi viene definito un attacco terroristico. La cosa mi colpisce in particolare perché a Boulder ha sede l’University of Colorado e un grande centro di atleti che allenano la resistenza approfittando dell’altitudine (m. 1600 s.l.m.). Ho tenuto dei corsi all’università e allo stesso tempo ne ho approfittato (avevo quarant’anni) integrarmi anche con la comunità di mezzofondisti tra cui il mitico Frank Shorter con il quale mi ero allenato e gareggiato nel 1971 a Bologna e alla 5 Mulini. 

La strage è ormai una delle tante che hanno afflitto gli Stati Uniti e in particolare il Colorado (la più famosa fu quella di Columbine descritta nel reportage di Michael Moore) negli ultimi due decenni a frequenza crescente, ma naturalmente questa mi colpisce particolarmente perché ho un preciso ricordo dei luoghi e della cittadina. Infatti, mi sembra incredibile che un fatto così sia potuto succedere in una città bellissima e serena, mediamente ricca, una capitale dello sport e della salute, un centro di New Age trent’anni fa e ora costellato di centri Yoga, negozi di cibi organici, cura del corpo e della salute e ispirata dalle politiche ambientaliste di cui costituisce un centro importante e il motivo per cui mi ci ero recato per studiare e collaborare con quell’ambientalista antesignano che era Kenneth Boulding. La cosa più strana sta nel fatto che Boulder è (o era, visto che ci manco ormai da 20 anni) è una città sicura: i residenti lasciano le case e le auto aperte; gran parte si muovono in bicicletta o a piedi, tutto ispira un’aria di serenità e collaborazione. 

Eppure, questo succede e certo non più di rado. Poi il governo degli USA si preoccupa della democrazia e della sicurezza in altri Paesi e noi europei ancora li seguiamo in tutto e per tutto da settant’anni assumendone le abitudini, i modelli organizzativi, persino il linguaggio, guardando i loro film e disegnando le nostre città, le nostre strade e centri commerciali sul modello importato da oltre oceano. Un virus si è diffuso in quella società da molto tempo ormai… e non è il Covid! Vediamo di non importare anche questo. In Russia, il governo ha dichiarato di non volere essere più invaso dai film americani e forse una riflessione sul primato morale degli Stati Uniti, dovremmo farla anche noi. Sarà utile imparare ad elaborare nuove idee e nuovi modelli senza rifiutare pregiudizialmente, senza adeguarci passivamente, ma sapendo distruggere i paradigmi elaborandone di nuovi con coraggio.

Continue Reading